Vol. 7, n. 2, ottobre 2021

Teoria della formazione: contesti professionali

Etnografia delle professioni

I problemi della ricerca e della formazione in contesti penitenziari

Matteo Clerici1

Sommario

La formazione in servizio progettabile per le professioni si propone come uno strumento fortemente utile ma, allo tempo stesso, risulta assai complesso. Inserendosi fra i corsi di base e le esigenze operative che i professionisti hanno nell’approcciarsi all’utenza, per le istituzioni non sempre è semplice percepire prospettive micro da un punto di vista macro. In questi contesti sociali dell’educazione vi sono teorie specifiche, come la teoria delle professioni di Corrado Ziglio, le quali offrono nuovi spunti riflessivi a ricercatori e progettisti in ambito professionale. Andrà specificato che ogni ambiente professionale ha le sue peculiarità, occorre, quindi, pensare approcci integrati che offrano all’Istituzione di riferimento prospettive formative in grado di colmare il gap tra la teoria della professione e la pratica operativa. Ciò che si intende proporre è una problematizzazione di alcuni aspetti chiave della ricerca etnografica e della formazione per la Polizia in un contesto particolare come il carcere in Italia.

Parole chiave

Polizia, Formazione Professionale, Carcere.

Theory of training: professional contexts

Ethnography of professions

Research and training difficulties in penitentiary system

Matteo Clerici2

Abstract

Vocational training for careers is a useful but complex tool. Being placed between basic courses and operational needs, it could be hard for institutions to perceive these micro perspectives from a macro point of view. In the social context of education, some specific theories raise new issues for researchers and educational designers, like the theory of professionalism by Corrado Ziglio. Each work environment has its distinctive features; therefore, it is important to use integrated approaches, which help the institution to fill the gap between the theoretical perspectives of the professions and the operational practices. My attempt is to raise an issue about some key aspects of the ethnographic research and police training in a specific context like Italian prisons.

Keywords

Police, Vocational training, Prison.

Il 15 dicembre del 1990 veniva emanata la legge n. 395 relativa all’Ordinamento del Corpo di Polizia Penitenziaria. Questa importante legge ha segnato la fine degli agenti di custodia e la nascita di una nuova professione smilitarizzata e specifica per il mantenimento dei regimi di sicurezza all’interno degli Istituti penitenziari in Italia.

L’art. 16 della legge in oggetto descrive l’Istituzione e formazione professionale,3 incaricando l’Amministrazione Penitenziaria della programmazione ed erogazione di tutti i corsi di base4 nonché di quelli di aggiornamento durante il servizio.

Nel 2013 l’ambiente penitenziario è stato scosso dalla Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo,5 la quale ha aperto nuovi interrogativi sulle modalità di gestione della sicurezza e trattamento nelle carceri italiane. Nel periodo in cui l’Italia si è trovata a dover fronteggiare la richiesta europea di umanizzazione della pena, all’interno delle carceri è stata introdotta una nuova modalità di sorveglianza definita «dinamica»,6 offrendo maggiori spazi di socialità alle persone ristrette nelle sezioni detentive. Questa novità ha portato il personale di Polizia a reinterrogarsi sulle possibilità di gestione della sicurezza interna, creando dubbi e perplessità. Tale innovazione, unita ad altre problematicità tipiche della professione, offre a studiosi e ricercatori la possibilità di pensare e ripensare la formazione in servizio del personale di Polizia in una nuova direzione.

La professione di poliziotto in carcere è alquanto sconosciuta e controversa. L’ambiente penitenziario è uno spazio sociale complesso e difficile da indagare,7 a causa di una serie di barriere strutturali e non8 che ne rendono complicato l’accesso. Essendo il carcere una istituzione totale (Goffman, 1968) sia le persone detenute che il personale in servizio affrontano ciò che si potrebbe definire un deterioramento da istituzionalizzazione, dato da tenere in considerazione nello studio di un penitenziario.

Alla complessità dell’attività professionale va aggiunta la variabilità relativa alla composizione della popolazione detenuta che dal 1990 è andata mutando in modo sempre più eterogeneo (ISTAT, 2012).9

Tali premesse portano alla necessità di aggiornare le attuali metodologie di indagine degli ambienti professionali con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita professionale, attraverso strategie formative sempre più specifiche per il personale di Polizia. Rispondere alla domanda formativa necessita del raggiungimento di un reale atto educativo10 che possa colmare il gap formativo tra teoria e pratica della professionale.

Il ruolo dell’etnografia nel progettare ricerche in carcere

Quando entrai per la prima volta in un penitenziario italiano, per mezzo del tirocinio curricolare previsto dal mio corso di laurea, capii subito che le conoscenze preliminari di quel luogo professionale erano completamente insufficienti all’interpretazione dei fenomeni che mi si presentavano. Le informazioni che si possono reperire da libri, articoli e media non sempre offrono un’immagine chiara di cosa sia un carcere e quali problematiche si sviluppino all’interno. Ogni carcere è una città dentro la città e vi sono dinamiche esterne e interne che lo influenzano fortemente. Bisogna considerare le politiche del comune in cui è collocato, l’offerta di luoghi alternativi alla detenzione sul territorio regionale, il pensiero del Direttore e del Comandante della Polizia che lavorano nell’istituto, la Magistratura di Sorveglianza e il PRAP.11

Alla luce di queste premesse diventa fondamentale essere presenti nelle situazioni, vivere e condividere l’esperienza diretta della vita professionale. Lo strumento di indagine che più si presta a tale scopo è l’etnografia sia nella forma dell’osservazione partecipante, sia con l’utilizzo dell’intervista etnografica. Quando esplora una professione, il ricercatore interagisce con la vita professionale all’interno di uno specifico contesto e proprio in quello spazio l’etnografo si orienta, osserva e partecipa alle dinamiche professionali. La ricerca etnografia offre alcune possibilità che altre metodologie in carcere non riuscirebbero a offrire.

Essendo questo approccio «largamente basato sullo sguardo e sulla visione» (Faeta, 2003, pp. 101-102) permette, attraverso l’interazione, di porsi nei confronti dell’oggetto in modo approfondito e ricercandone l’unicità (Ronzon, 2008). Il ruolo che gioca l’etnografo risulta strategico in quanto metodologicamente, grazie all’etnografia, può sostare nell’ambiente lavorativo per un periodo mediamente lungo. La Polizia Penitenziaria ha un approccio all’utenza strettamente legato al mantenimento dei regimi di sicurezza. Lo scopo è prevenire comportamenti illeciti e atti auto o etero lesivi. Una caratteristica tipica di questa professione, che si sviluppa durante gli anni di servizio, è riuscire a cogliere dettagli comportamentali che normalmente risultano difficilmente percettibili. Il muro della diffidenza non è semplice da infrangere ed è un punto chiave nell’ottenimento di testimonianze attendibili circa le dinamiche interne al carcere. L’etnografia è l’unica metodologia di indagine che in questo particolare contesto risulta vincente. La variabile tempo è fondamentale nella costruzione di reciproca fiducia e conoscenza con l’altro e questi due elementi sono basilari per comprendere una professione. L’etnografia ha nel suo statuto interno questa dimensione ed è il motivo per cui, nonostante i limiti di questo approccio, deve essere ritenuta fondamentale nella ricerca in carcere. Come riportano nel loro testo Luigi Achilli e Antonio de Lauri, riferendosi all’etnografo, «egli collabora con i suoi informatori per interpretare e oggettivare le loro pratiche sociali. La conoscenza non è dunque un dato preesistente che deve essere scoperto, né una semplice costruzione ma, in maniera intrinseca, una relazione» (Achilli e de Lauri, 2008, p. 27). Accostare l’etnografia e la formazione non è certamente un processo casuale. In contesti in cui possono svilupparsi prospettive formative o educative, avere un metodo che permetta di accostare momenti formali e informali, consente la possibilità di elevare la comprensione dell’ambito di indagine in quanto l’etnografo è presente nelle situazioni, le osserva e le annota (Mills e Morton, 2013).

Nonostante i molti vantaggi che offre, la ricerca etnografica in questi ambienti particolari nasconde alcune trappole che vale la pena esplicitare (trappole che ho potuto verificare con esperienze dirette). Le prime attenzioni dovranno essere rivolte alla normativa, ovvero al codice penitenziario che regolamenta la vita e le prassi all’interno di ogni istituto. Dimenticarsi in tasca il telefono cellulare, portare all’esterno o all’interno qualcosa per un detenuto senza controllo e permessi, trasportare anche solo un bigliettino da detenuto a detenuto sono situazioni che si possono creare in un carcere; perciò, è fondamentale conoscere le leggi a cui dobbiamo far riferimento. L’altra importante nozione è il concetto di partecipazione12 (Corbetta, 2014). In un carcere è impensabile poter essere presenti in tutte le attività del personale di Polizia. I livelli di sicurezza e l’ordinamento penitenziario impediscono ai ricercatori di sperimentare in prima persona alcune funzioni (spiegherò successivamente come poter arrivare anche al personale che svolge queste particolari funzioni). L’etnografo, in questo particolare ambiente, deve acquisire la capacità di essere presente nelle situazioni ma allo stesso tempo capire quando la sua presenza può essere disturbante. Saper leggere il momento è la vera abilità dell’etnografo in un penitenziario. Conoscere i ritmi e le attività del personale è fondamentale per potersi muovere come i poliziotti. Presentarsi in sezione, ad esempio, durante il trasferimento dei detenuti all’aria13 è un ottimo modo per creare difficoltà al personale. Altra importante nozione rispetto all’attività partecipante è essere presente nei momenti informali. L’etnografo, mentre esplora, viene studiato dai poliziotti. Come precedentemente detto, la Polizia Penitenziaria sviluppa durante gli anni di servizio grandi abilità nel leggere le persone. Questo gli è utile per capire se qualche detenuto sta violando qualche legge oppure se ha intenzioni lesive verso se stesso o altri. Gli spazi informali diventano momenti in cui creare legami di fiducia reciproca. Questa fase (Clerici, 2015, pp. 93-95) è alla base della ricerca nelle professioni, perché il dato sommerso è quello che permette al ricercatore di comprendere veramente le problematiche della professione.

Questi descritti sono alcuni degli aspetti specifici della ricerca etnografica in carcere. Con le dovute attenzioni, tramite questo strumento esplorativo, si possono ottenere testimonianze davvero interessanti.

In alcune aree del carcere diviene molto complicato poter svolgere osservazioni partecipanti. Svolgendo diverse attività, non è sempre possibile seguire il personale di Polizia Penitenziaria. Ad esempio, per motivi di sicurezza, non è permesso affiancarsi al Nucleo Traduzioni e Piantonamento, allo stesso modo soffermarsi nella matricola o in alcuni uffici (ufficio colloqui o buste paga) creerebbe imbarazzo e ostruirebbe il lavoro. Per poter comprendere la globalità della professione è necessario considerare chi lavora nelle aree esterne alle sezioni detentive; perciò, risulta importante integrare le osservazioni partecipanti con interviste etnografiche (Spradley, 1979). Le interviste permetteranno al ricercatore di arrivare a tutte le aree del penitenziario, potendo così reperire importanti testimonianze sulla vita professionale dal punto di vista di tutti gli attori coinvolti. È necessario esplicitare alcune informazioni preliminari non scritte per poter utilizzare l’intervista etnografica in carcere. Senza entrare nel merito della formulazione delle domande, vorrei concentrare l’attenzione su un punto rilevante: come reperire i soggetti. Data l’ampiezza della popolazione è impensabile intervistare tutti i poliziotti delle aree esterne alle sezioni. Come la prassi esige, sarà necessario costruire un campione (Corbetta, 2014, pp. 317-360). Solitamente, in questo genere di ricerche, l’Amministrazione richiede la volontarietà dei partecipanti per cui le strategie di campionamento probabilistico risultano impossibili. A causa della diffidenza precedentemente citata, i volontari sono allo stesso modo difficili da reperire. Una strategia efficace, che ho potuto sperimentare, è quella di trovare un informatore privilegiato durante il periodo di osservazione partecipante, sottoporlo a una intervista (che verrà successivamente scartata) in modo tale che capisca le modalità di somministrazione e le tematiche trattate e infine chiedergli di metterci in contatto con altri poliziotti. In questo modo il nostro informatore potrà spiegare ai suoi colleghi la tipologia di intervista, potrà diminuire le resistenze, potrà spiegare che non si tratta di un interrogatorio e potrà favorire un clima di non sospetto tra intervistato e intervistatore. Questa strategia ci permette di utilizzare un campionamento a valanga e di poter così procedere metodologicamente. Utilizzare l’etnografia all’interno di un carcere, integrando osservazione partecipante e interviste etnografiche, risulta essere un approccio vincente proprio per le modalità sopra descritte. Le stesse trappole le ho potute scoprire solo partecipando alla vita professionale.

Tutti gli elementi riportati, le trappole e le strategie per sviluppare una ricerca etnografica in carcere permettono di penetrare in quella realtà professionale e reperire testimonianze e dati importantissimi. Il ruolo dell’etnografia non si esaurisce con la sola esplorazione della professione. Il dato estratto dal contesto ha livelli di profondità tali da poter essere utilizzato per progettare corsi di formazione in servizio e provare a colmare alcune crepe che si creano in una vita da poliziotto. A tal proposito vorrei ora soffermarmi su alcune fasi successive alla ricerca etnografica.

I problemi della formazione in servizio tra scelta della teoria e progettazione delle fasi

Precedentemente si sono affrontati aspetti rilevanti della ricerca etnografica in carcere. Esaurire la ricerca con la sola raccolta dati, dopo aver affrontato il difficile compito dell’interazione con l’ambiente, è fortemente limitante per chi, entrato nelle dinamiche professionali, evidenzia difficoltà nei professionisti. Una scelta che si può presentare è quella di progettare un intervento formativo che possa, in parte, far emergere le problematiche e affrontarle durante il corso. Anche se sarebbe impensabile esaurire l’argomento in questo spazio, vorrei focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti salienti per coloro che decidessero di cimentarsi in questo compito.

La ricerca etnografica durante le sue fasi è orientata al problema; perciò, durante il periodo di osservazione partecipante diventa obbligatorio utilizzare una teoria che permetta di ricondurre ciò che viviamo a un senso.

Tra le varie teorie disponibili, quella che, secondo la mia esperienza, meglio si presta alla comprensione del carcere è la teoria delle professioni proposta da Corrado Ziglio (Ziglio, 2015). Il suo approccio teorico si fonda su studi etnografici condotti in vent’anni di esperienza con la Polizia di Stato. Con le sue parole spiega quanto sia importante pensare una formazione specifica per la Polizia perché un conto è possedere i saperi tecnici di una professione, altro conto è gestire per una vita intera quella determinata professione:

E allora c’è da chiedersi: si può affrontare una vita professionale essendo alfabetizzati sui compiti professionali ma analfabeti nella gestione cognitivo-grammaticale di quei compiti? Avendo fatto degli studi anche sullo sviluppo del linguaggio nell’infanzia, so che i bimbi che parlano correttamente non lo fanno perché conoscono la grammatica e la sintassi; ma è quando studieranno la grammatica e la sintassi che capiranno perché parlano correttamente. Così, se ai poliziotti si fornissero la grammatica e la sintassi professionali non avrebbero più bisogno di vivere aspettando la famosa pacca sulla spalla: saprebbero di valere perché in grado di riconoscere da loro stessi la loro bravura. E all’interno di questa strategia formativa, anche la dimensione deontologica non sarebbe più una ciliegina sulla torta ma pervaderebbe tutta la torta perché diventerebbe stile professionale (Ziglio, 2015, p. 116).

Sulla base di queste riflessioni si può sottolineare l’importanza nel considerare aspetti qualitativi delle professioni. Un approccio teorico si proporrà di isolare le caratteristiche tipiche della professione, concettualizzarle, elaborarle e restituirle in un modello che descriva la professionalità in modo chiaro e preciso, permettendo a future ricerche di muoversi su terreni maggiormente battuti.

La teoria di Ziglio risulta molto utile nell’analisi del materiale qualitativo che emerge dall’osservazione partecipante e dalle interviste etnografiche, in particolare quando si ripensa una professione sulla base di alcune caratteristiche generali, che Ziglio propone con l’analogia della farfalla della professionalità (Ziglio, 2015, p. 118). Il professionista viene descritto attraverso quattro dimensioni fondamentali, ovvero: saperi professionali, registri comunicativi, consapevolezza del ruolo e carattere della persona che esercita una professione.

Avendo chiara la cornice teorica resta il problema di come progettare un corso di formazione che sia efficace e che risponda alle esigenze operative dei poliziotti.

Proporre una formazione in servizio non vuol dire volersi sostituire alla formazione di base che eroga l’Amministrazione Penitenziaria ma offrire proposte che possano aiutare i poliziotti ad acquisire consapevolezze circa i ruoli, i nemici della professionalità (Ziglio, 2015, pp. 55-71) e tutte quei comportamenti che possono deteriorare il professionista durante la sua carriera.

La prima fase è l’analisi del bisogno formativo, aspetto che nasce dalla partecipazione alla vita dei professionisti ed emerge dalla ricerca etnografica. In questa fase si costruiscono i terreni (Hammersley e Atkinson, 2007) della relazione con i professionisti, dove la partecipazione permette l’accesso a quelle conoscenze che solo la condivisione dell’esperienza permette. Annotare in modo ordinato (Spindler e Spindler, 1987) comportamenti, situazioni ed eventi consente all’etnografo di comprendere e spiegare qualsiasi situazione nel tempo. Essere nelle situazioni è ciò che nella ricerca con le professioni permette di scoprire il reale bisogno formativo, in quel dato momento storico e in quello spazio.

Stabiliti gli obiettivi è necessario passare alla successiva fase: la scelta dei formatori. In questa seconda fase è importante evidenziare alcuni aspetti che possono essere problematici. Il grande problema della formazione in carcere è tradurre i saperi nel linguaggio e nelle pratiche dei poliziotti. Molti professionisti che ho intervistato su questi temi hanno riferito che, durante i corsi di base, le nozioni che sono state meglio recepite sono quelle riportate da chi aveva avuto esperienza diretta (di lavoro o ricerca) all’interno di un carcere. Declinare saperi di discipline come, ad esempio, la psicologia del lavoro o la comunicazione e temi quali il burnout o la leadership senza poter fare esempi facilmente traducibili in pratiche operative risulta poco efficace. È importante, perciò, scegliere formatori che siano in grado di attuare questo processo in modo da tenere alto il livello di attenzione.

La terza fase è la scelta dei tempi e dei luoghi per la formazione ed è un altro aspetto che merita attenzione. Molte delle attività della Polizia Penitenziaria sono h24 per cui è necessario pensare le giornate formative in funzione dei servizi. Inoltre, bisogna tenere in considerazione che parte del personale non è residente nella città in cui è situato il carcere ma soggiorna nella caserma per il periodo di servizio e torna a casa durante i giorni di riposo. È molto importante pensare i tempi formativi in modo da poter proporre corsi a cui tutto il personale possa partecipare senza ostacolare il normale svolgimento delle attività. Le giornate andranno dilazionate su periodi non troppo brevi e, possibilmente, non sempre nelle stesse fasce orarie. Essere flessibili è una componente fondamentale quando si progetta in questo contesto. Il luogo adibito a ricevere i corsisti è un’altra componente rilevante. La scelta di utilizzare luoghi interni o esterni al carcere può rivelarsi molto importante al fine di creare un ambiente che sia idoneo all’obiettivo.

Ultima fase progettuale è redigere il progetto in modo chiaro e accessibile all’istituzione. I passaggi burocratici sono decisivi per presentare il corso che si intende proporre. È necessario ricordare che ogni documento ufficiale deve avere l’approvazione della Direzione del penitenziario (in questo senso è buona prassi coinvolgere l’area trattamentale in cui lavorano gli educatori penitenziari)14 e successivamente essere inviato all’attenzione del PRAP. per l’approvazione. Nella stesura del progetto bisogna esplicitare chiaramente i tempi e i costi, le motivazioni che hanno portato alla richiesta e a quale istituzione si appartiene (università, centro di ricerca ecc.).

Pensare una formazione in servizio in un contesto complesso e particolare come un carcere deve passare attraverso una serie di prassi che si possono comprendere solo dall’interno. Le fasi sopradescritte possono sembrare banali, ma sono precisazioni che fanno la differenza tra l’approvazione o la respinta di un progetto da parte dell’Amministrazione.

Nota conclusiva

Nel suo ultimo lavoro Corrado Ziglio racconta: «In un corso di formazione un poliziotto anziano mi disse: Sa, professore, se queste cose che abbiamo affrontato le avessi sapute quando ero un giovane poliziotto, forse la mia vita sarebbe stata diversa» (Ziglio, 2015, p. 134). Ripensando alle ricerche che ho avuto l’occasione di svolgere nelle carceri italiane, ho molte volte sentito la mancanza di testi o articoli di ricerca sulle difficoltà nell’approcciarsi a un carcere. L’etnografia ben si presta alla ricerca sul campo negli ambienti lavorativi in quanto permette di osservare e partecipare alle giornate di queste tribù professionali. È una metodologia che non è scontato utilizzare e le cui trappole possono realmente mettere in difficoltà il ricercatore. Pensare alla formazione del personale di Polizia presenta interessanti prospettive e al tempo stesso nuove domande. Perciò iniziare un lavoro di progettazione per questa particolare professione riporta il progettista su terreni relativamente inesplorati. La ricerca in carcere apre molti spunti riflessivi, domande circa le possibilità di indagine e nuove prospettive teoriche per gli studiosi delle Scienze umane e sociali. L’importante è possedere una base di partenza che possa evitare, ogni volta, quello spaesamento iniziale simile a quello che l’etnografo affronta per ogni nuova cultura che esplora.

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1 Dottorando presso Università Roma 2 «Tor Vergata».

2 Università Roma 2 «Tor Vergata».

3 Al fine di garantire la formazione e l’aggiornamento del personale appartenente ai ruoli, qualifiche e profili professionali dell’Amministrazione penitenziaria, sono istituite le scuole di formazione e di aggiornamento. 2. Le scuole di formazione e di aggiornamento organizzano e svolgono nelle proprie sedi, presso gli istituti e servizi penitenziari o presso enti pubblici, istituti specializzati e centri italiani e stranieri: a) corsi di formazione finalizzati all’inserimento del personale immediatamente dopo l’assunzione; b) corsi e seminari di aggiornamento e qualificazione che forniscano maggiori elementi di conoscenza generale e professionale.

4 Si fa riferimento ai livelli Allievi-Agenti, Vice Sovrintendenti, Vice Ispettori e Vice Commissari.

5 Causa Torreggiani dell’8 gennaio relativa alla violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea in cui vengono descritte le proibizioni a trattamenti inumani e degradanti.

6 Circolare 13 luglio 2013 del Ministero della Giustizia: «[…] Con la circolare in oggetto che ha tenuto conto delle osservazioni e riflessioni pervenute sia dai Provveditori regionali, sia da codeste Organizzazioni Sindacali ci si propone di declinare il concetto della sorveglianza dinamica e, nel contempo, di fornire una risposta all’annoso problema della responsabilità del personale derivante dall’art 387 c.p.: la ed. “colpa del custode”. […] essendo l’Amministrazione chiamata a individuare nuove strategie operative tese non soltanto a contenere la piaga del sovraffollamento che da anni affligge il nostro Paese, ma volte anzitutto a rendere maggiormente dignitosa l’esecuzione della pena, a darle un senso compiuto, a far sì che la stessa sia eseguita con modalità rispondenti alle prescrizioni della CEDU, rilanciando in particolare l’attività trattamentale che si pone come elemento sinergico delle nuove norme contenute nel decreto-legge recentemente varato dal Consiglio dei Ministri recante Disposizioni urgenti in materia di esecuzione della pena».

7 A tal riguardo si possono ricordare due celebri esperimenti: The Stanford Experiment di Zimbardo (Zimbardo, 2008) e The BBC Experiment di Reicher e Haslam (Reicher e Haslam, 2006), entrambi, seppur in modo diverso, fallimentari. Nel primo esperimento Zimbardo (Zimbardo, Haney e Banks, 1973) assegnò un ruolo autoritario a persone volontarie (guardia e detenuto furono scelti in maniera casuale) senza che fosse svolto un training formativo o una adeguata supervisione e fu creato un anonimato psicologico fornendo alle guardie occhiali a specchio che diminuivano così il contatto personale. Queste condizioni aumentarono il rischio di una perdita di controllo con un successivo abuso di potere. L’esperimento, infatti, fu interrotto dopo solo sei giorni su quindici previsti, a causa delle violenze fisiche e psicologiche che dovettero subire i carcerati da parte delle guardie. Nel secondo esperimento Reincher e Haslam vollero provare a ricreare una situazione simile, modificando alcune variabili: inserirono una ipotetica esposizione mediatica (nell’annuncio di reclutamento si disse che l’esperimento sarebbe divenuto un programma della BBC) e una posizione garantista da parte dei ricercatori (sempre nell’annuncio si parlava di tutela contro esperienze sgradevoli). In questo esperimento i risultati furono completamente opposti. Negli otto giorni previsti, le guardie persero il controllo della situazione permettendo ai detenuti di spadroneggiare. I ricercatori ipotizzarono che, alla base dei problemi emersi durante tutto l’esperimento, ci furono lo scarso sostegno fornito, le troppe tutele e la presenza della variabile spettatori che rese difficoltosa l’interiorizzazione del ruolo.

8 Essendo un luogo di detenzione, per persone non appartenenti all’Amministrazione Penitenziaria o ad associazioni autorizzate, l’accesso al carcere è complicato. L’iter burocratico è complesso e bisogna accettare una serie di controlli e regole molto rigidi.

9 Tra gli autori di reato il peso della componente straniera, ovvero delle persone maggiorenni nate all’estero, è andato aumentando a partire dagli anni Novanta, mentre prima di allora il fenomeno era trascurabile. Se nel 1990 gli stranieri erano pari al 2,5% degli imputati, nel 2009 gli stranieri rappresentano il 24% del totale. Guardando le nazionalità degli stranieri che commettono reati, emerge che molte comunità non contribuiscono al fenomeno se non in misura del tutto trascurabile. Infatti, nel 2009 le prime 10 comunità rappresentano il 68,2% del totale degli imputati stranieri (erano il 71,8% nel 1992) e le prime tre nazionalità (Romania, Marocco e Albania) ne rappresentano il 38,1% (erano il 47,1% nel 1992). Gli stranieri rappresentano il 32,6% del totale dei condannati, il 36,7% dei detenuti presenti nelle carceri e il 45% del totale degli entrati in carcere. Dati reperibili su fonte ISTAT pubblicato nel 2012 (http://www.istat.it/it/immigrati/prodotti-editoriali/criminalit%C3%A0, consultato il 7 ottobre 2021).

10 Si differenzia dal termine educazione «perché, mentre quest’ultimo indica anche ciò che per quanto si attiene alla formazione umana deriva dall’assimilazione spontanea (specialmente legata all’influsso della società), l’atto educativo indica un’azione concreta volutamente e coscientemente decisa in vista del raggiungimento di determinati e precisi traguardi formativi» (Bertolini, 1996).

11 Il PRAP (Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria) è l’organo istituzionale che coordina l’area esterna agli istituti penitenziari. Nello specifico, si tratta di un ufficio con competenze in materia di personale, organizzazione dei servizi e degli istituti, detenuti e internati, area penale esterna e rapporti con gli enti locali, le Regioni e il Servizio Sanitario Nazionale.

12 All’interno del manuale di sociologia Metodologia e tecniche della ricerca sociale, nel capitolo decimo sull’osservazione partecipante, Piergiorgio Corbetta spiega che l’osservazione partecipante è pienamente inserita nel paradigma interpretativo. Il ricercatore perciò «osserva la vita e partecipa della vita dei soggetti studiati […] Nell’osservazione partecipante il ricercatore scende in campo, si immerge nel contesto sociale che vuole studiare, vive come e con le persone oggetto del suo studio, ne condivide la quotidianità, le interroga, ne scopre le pene e le speranze, le concezioni del mondo e le motivazioni dell’agire, al fine di sviluppare quella visione dal dentro che è il presupposto della comprensione» (Corbetta, 2014, pp. 365-366).

13 Vi sono durante la giornata orari fissi in cui il personale di Polizia scorta le persone ristrette nella sezione ai luoghi esterni adibiti all’ora d’aria.

14 Gli operatori di quest’area, oltre alle varie funzioni amministrative svolte, progettano e realizzano anche le attività formative, ricreative, di sostegno e di reinserimento sociale rivolte ai detenuti.

Vol. 7, Issue 2, October 2021

 

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