Test Book

Editoriale

L’Educazione alla ragione. Idea inattuale


Massimo Baldacci

Professore Ordinario di Pedagogia



Cinquanta anni fa, Giovanni Maria Bertin – padre del problematicismo pedagogico e cattedratico di pedagogia presso l’Ateneo di Bologna per un quarto di secolo – pubblicava (per i tipi dell’Armando) la sua opera principale: Educazione alla ragione. Si tratta di uno dei lavori fondamentali della pedagogia italiana del Novecento.
Per il suo autore, tale opera fu l’esito di una ricerca di durata ventennale, iniziata nel dopoguerra e che si era nutrita del clima culturale di quel periodo, nel quale predominava l’esigenze di una ricostruzione civile e morale del nostro Paese. Un clima culturale vivace e inquieto, nel quale l’appello alla ragione era un’istanza variamente avvertita e destinata a trovare espressione specifica nel movimento del neoilluminismo. All'interno di questo movimento s’intrecciavano motivi culturali inerenti all'esistenzialismo positivo, allo strumentalismo deweyano e al neopositivismo, nella ricerca di un razionalismo capace di contribuire alla soluzione dei problemi concreti degli uomini. Nel movimento neoilluminista, che si situò negli anni Cinquanta, militarono Abbagnano, Bobbio, Geymonat, e i principali esponenti della scuola di Banfi (il cui razionalismo critico costituiva un antecedente importante): Preti, Paci, Cantoni, e ad esso – per una certa fase – aderì lo stesso Bertin. Ma per il pedagogista bolognese, che aveva tracciato le linee portanti del proprio programma di ricerca fin da Introduzione al problematicismo pedagogico (Marzorati, Milano 1951), rivendicare il ruolo della ragione significa sviluppare il razionalismo critico banfiano. E da Banfi egli eredita precisamente l’impostazione critico-trascendentale d’impronta neo-kantiana, che considera la ragione come un principio di rischiaramento e risoluzione della problematicità dell’esperienza, unendovi il motivo – attinto dall'esistenzialismo positivo – della «possibilità» di tale risoluzione (che significa non solo possibilità di riuscita, ma anche di fallimento), e dunque dell’esigenza di un «impegno etico» per realizzarla.
Sulla base di questo problematicismo razionalista, Bertin fonda la propria teoria, basata sulla distinzione (non priva di problemi, per la verità) tra filosofia dell’educazione e pedagogia. La filosofia dell’educazione è volta alla comprensione della problematica educativa sul piano universale, libero dalle contingenze di situazioni particolari, attraverso una ricognizione sui possibili modelli educativi e una loro analisi razionale. La pedagogia costituisce invece il momento pragmatico della scelta educativa capace di realizzare l’esigenza razionale in una situazione particolare e determinata, garantendo così la massima apertura dell’esperienza. Si tratta di un impianto metodologico che possiede una chiarezza e un rigore cartesiani, e che – al di là di alcuni problemi epistemologici che solleva – fornisce un modello efficace di lavoro.
Ma Bertin non si ferma a una teoria formale della pedagogia. Nel quadro della sua proposta, la «ragione» diviene anche una fondamentale finalità educativa, come è indicato dal titolo del volume: educazione alla ragione, a suggerire non solo un’impostazione teorica, ma un compito storico-pratico. E questo nei tumultuosi anni Sessanta, contrassegnati da marcati conflitti sociale e ideologici e dalla contestazione giovanile. Ma come Bertin chiarirà successivamente: «L’idea pedagogica, in quanto tale, dev'essere inattuale, altrimenti non sarebbe idea, ma costume, prassi, ideologia» (G.M. Bertin, Nietzsche. L’inattuale, idea pedagogica, La Nuova Italia, Firenze, 1997, pp. 6-7).
Ma oggi, a mezzo secolo dalla sua pubblicazione, è ancora attuale quest’opera? È tutt’ora valida l’ipotesi di un’educazione alla ragione? Sono domande alle quali dopo il sopravvenire del cosiddetto postmoderno – con la proclamazione del tramonto dei grandi racconti della modernità (l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo), della crisi della ragione, dell’avvento del pensiero debole – sembra azzardato dare una risposta positiva. L’ipotesi di un’educazione alla ragione e lo stesso problematicismo razionalista appaiono come radicalmente inattuali. Ma proprio qui sta la loro forza: nella loro veste di idee in contro-tendenza, capaci di risvegliare le coscienze dal torpore del nuovo conformismo in cui è avvolto il nostro tempo. Un conformismo dettato dal neoliberismo, che pretende di costituire il pensiero unico della nostra epoca, ponendola sotto il segno degli imperativi dell’efficienza sistemica. Un’epoca contrassegnata così da una competizione economica globale che investe tutta l’esistenza dell’uomo, producendo gravi squilibri e tragiche diseguaglianze, minando la coesione sociale e le basi della democrazia, creando derive irrazionali e populiste o addirittura rigurgiti fascisti.
Rispetto a questo quadro e al pensiero unico che tenta di legittimarlo, dichiarandolo senza alternative, il problematicismo razionalista semina dubbi e interrogativi, agendo da proficuo fattore di anti-dogmatismo. E contro le nuove derive irrazionaliste, l’ipotesi dell’educazione alla ragione suona come un’utopia feconda e coraggiosa. Dare in dote ai giovani l’abito della ragione, per metterli in grado di affrontare i problemi della loro stagione secondo una prospettiva umana. Così, se l’inattualità rappresenta la cifra dell’autenticità dell’idea pedagogica, Educazione alla ragione – nella sua radicale inattualità e utopicità – si offre come un’idea pedagogica per il nostro tempo, tragico e complesso.




Autore per la corrispondenza

Massimo Baldacci
Indirizzo e-mail: massimo.baldacci@uniurb.it
Dipartimento di Studi Umanistici, via Bramante 17, Urbino (PU)


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ISSN 2421-2946. Pedagogia PIU' didattica.
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