Test Book

Westbrook e Rockfeller: l’educazione tra politica e religione
Westbrook e Rockfeller: The education between politics and religion

Teodora Pezzano

Ricercatrice confermata in M-Ped/01 presso l’Università della Calabria



Sommario

Il presente lavoro intende offrire una lettura su uno dei maggiori pensatori del panorama filosofico e pedagogico contemporaneo, John Dewey. Un approccio che si realizza attraverso l’interpretazione di due studiosi americani che hanno offerto una lettura deweyana molto originale e interessante: Robert Westbrook che, con la sua importantissima e diffusissima biografia John Dewey and American Democracy del 1991, ci mostra un Dewey politico, un Dewey che organizza la propria filosofia dell’educazione con un preciso scopo, fondare una società democratica. E poi Steven Rockfeller che, con la sua John Dewey. Religious Faith and Democratic Humanism, sempre del 1991, collega il lavoro intellettuale di Dewey a quello meramente spirituale. Egli, infatti, presta una particolare attenzione alla ricostruzione democratica della Cristianità, offrendo un eventuale contributo alla democrazia spirituale della società americana. Due lavori molto interessanti e originali che ci permettono di ampliare e valutare meglio il complesso ed eclettico pensiero deweyano soprattutto sul versante relativo alla sua filosofia dell’educazione.

Parole chiave

Filosofia dell’educazione, educazione democratica, fede religiosa.


Abstract

This paper examines the thought of the one of most important authors of contemporary philosophy of education, John Dewey, through two very interesting biographies: Westbrook’s John Dewey and American Democracy and Rockefeller’s John Dewey. Religious Faith and Democratic Humanism. Two biographies, published both in 1991, that show two different perspectives. Westbrook shows us Dewey as the democratic political thinker by which the individual finds his sense of fullness and unity. Rockefeller’s work, instead, is an attempt to show the Dewey’s thought linked to the religious faith. He emphasizes the religious meaning of deweyan philosophy. Rockfeller analyzes the various relevant phases of experience in which the individual reaches its fullness and the true sense of unity. He pays special attention to deweyan radical democratic reconstruction of Christianity and some contributions to spiritual democracy of American society. Two interesting and original perspectives that allow us to expand and evaluate the complex and eclectic Deweyan thought, above all related to his philosophy of education.

Keywords

Philosophy of education, democratic education, religious faith.


Un autore notevole come John Dewey impone uno studio approfondito e critico ad ampio spettro; le biografie, dunque, sono fondamentali nell’esegesi di un pensiero così complesso e a tratti oscuro. Le pagine che seguiranno sono motivate proprio dall’importanza di affiancare e intrecciare critiche e interpretazioni, talvolta notevolmente differenti, rivolte al medesimo autore, in questo caso Dewey, il quale verrà visto attraverso una doppia lente di ingrandimento: quella di Robert Westbrook e quella di Steven Rockfeller, due diverse biografie che hanno fatto la loro apparizione nel medesimo anno, il 1991.

Un confronto che si svilupperà nel presente scritto, seppur brevemente, in tre parti e che sarà finalizzato a capire se e in che misura la filosofia educativa deweyana, tanto per Westbrook quanto per Rockfeller, si costruisca in vista di. La medesima finalità che per realizzarsi si incammina su due strade differenti: la politica e la religione.

Dewey, va detto subito, ha sempre considerato la natura umana e la tensione perenne che la contraddistingue verso la conoscenza assoluta, il centro del suo lavoro. L’individuo, vivendo nell’universo e costituendone la parte attiva, incarna in maniera naturale un’essenza universale che vuole scoprire, conoscere. Un desiderio che secondo Dewey (1988) possiede un carattere teleologico che l’attività nervosa potrebbe svelare, in cui l’ideale etico e la condotta umana costituiscono le determinazioni delle leggi naturali.

Tenendo conto di questo, Dewey viene visto come un pensatore che forgia la propria filosofia o prettamente sulla politica o sulla religione. Per tale motivo, appare interessante il confronto di due visioni che hanno fatto del pensiero filosofico deweyano rispettivamente un manifesto politico e un manifesto religioso. La prima considera Dewey un filosofo politico, la seconda un filosofo legato alla religione. Entrambi gli autori, però, concordano sull’oggetto dell’analisi deweyana e sulla sua finalità: la democrazia. La democrazia da considerare il sangue pulsante della cultura americana finalizzata alla promozione del bene sociale che cammina parallelamente ai problemi legati all’indagine umana, per poi incontrarsi in un unico punto denominato “esperienza”. Un processo che Westbrook chiama “attivismo politico” e che Rockfeller definisce “umanesimo religioso”. I problemi antropologici quindi esistono e sono centrali in entrambe le visioni, ma è la radice che cambia. Per Dewey, sostengono entrambi gli studiosi, la relazione tra l’individuo e la comunità è il solo elemento che può realizzare l’unità tra l’imperfezione umana e la perfezione divina, tra la soggettività e l’oggettività.

La relazione tra l’individuo e la società è, in Westbrook, messa al centro; una centralità collocata all’interno di un contesto pragmatico in cui fa da cornice il collegamento tra la politica democratica e il valore dell’etica. Così facendo, Westbrook ci parla di un pensatore che crea una politica finalizzata a portare a un livello eguale la popolazione, ampliando la natura della comunità democratica in una comunità educante.

Rockfeller ci parla di una visione sociale vincolata alla spiritualità; la fede racchiude la potenza sociale. Ed è solo essa la fonte della verità e la fonte per agire in vista di. Da ciò risulta che la crescita della persona come fenomeno naturale trova e legittima il proprio essere unicamente nella religione; e, di conseguenza, anche i fattori naturali, quali le relazioni o i cambiamenti sociali, rientrano nell’ ideologia religiosa. Il comportamento umano viene, dunque, inquadrato all’interno di questa ideologia religiosa che, essendo un dogma, non potrà mai chiarire in maniera definitiva la diversità delle forme e dei comportamenti sociali. Forme e comportamenti che investono, naturalmente e non, la crescita dell’individuo in tutte le sue forme.

L’esperienza umana è per Dewey il solo campo d'indagine e la sua filosofia va considerata come un concreto tentativo di testare e risolvere i problemi reali e, quindi, non solo di capire il comportamento umano ma anche di cercare di risolvere in maniera allargata i problemi sociali e morali che angustiano la società americana (Dewey, 1892, p. 8; Id, 1920, p. 94). Una teoria sociale basata sull’idea della democrazia come libertà.

Westbrook, “etichettando” Dewey come il “difensore della democrazia”, si è mosso collegando la teoria sociale deweyana all’attivismo politico, sottolineando come questa unione doveva necessariamente essere valutata nel contesto dell'intelletto e dell’azione  — due aspetti questi che costituirono per Dewey l’inizio e l’approdo della sua ricerca sull’esperienza. La forma corretta e auspicabile di democrazia doveva possedere una teoria la cui natura fosse antropologico-filosofica, ovvero che si preoccupasse della struttura dell’esperienza umana. Ogni teoria legata al sociale era arbitraria se non fondata su una filosofia ad ampio spettro, allargata alle problematiche umane.

La lettura che Westbrook fornisce a questa considerazione deweyana sull’importanza esperienziale nella costruzione democratica è di stampo politico; un’interpretazione fatta non tanto su un impianto filosofico-antropologico quanto, invece, su un impianto filosofico-politico. Per tale ragione, la biografia John Dewey e la democrazia americana, come sostiene l’autore stesso, può essere vista come un libro “deweyano” su Dewey, giacché le caratteristiche che lo contraddistinguono si legano alle funzioni sociali e alla vita sociale con le sue costanti tensioni.

Una figura sociale tra le più importanti dell’epoca che ha dato più di un contributo alla politica sociale e al suo uso nella conoscenza, trasformazione e cura della realtà di quel momento. Una visione democratica che non è riuscita a integrarsi saldamente con l’ideologia politica liberale dell’epoca non favorevole a farla divenire l’obiettivo di un’azione politica. Dewey, infatti, promuoveva un tipo di democrazia diretta volta a diventare un ideale etico per una comunità in cui tutti gli individui avrebbero potuto godere delle risorse necessarie per trasformare le proprie potenzialità in benessere personale e collettivo, individuale e sociale: ovvero, l’autorealizzazione e la felicità della società. Ciò costituiva la reale vita politica, sociale e culturale. Democrazia significa fiducia nell’intelletto umano e azione spirituale. Da qui la duplice considerazione dei critici deweyani di vederlo o unicamente come un politico della democrazia o come un filosofo che lega la sua idea di democrazia alla fede e unicamente ad essa.

 

L’interpretazione di Westbrook sull’origine del pensiero educativo deweyano

Nel momento in cui si studiano autori complessi come John Dewey, ci si accorge della necessità di affiancare all’analisi delle fonti di prima mano le interpretazioni critiche più significative e attendibili. Diversi sono gli autori che si sono preoccupati di giustificare il pensiero deweyano, fornendo differenti interpretazioni originali. Nonostante, però, siano diverse e interessanti le biografie sull’autore, quella maggiormente studiata e diffusa in tutto il mondo continua a essere il lavoro del 1991 di Robert Westbrook, ritenuta tutt’oggi la più completa (Westbrook, 1991). E probabilmente la scelta di Westbrook di fornire dell’autore statunitense un ritratto di pensatore politico ha reso questo lavoro più vicino alle problematiche che investono sempre più le società mondiali che si destreggiano tra un capitalismo degenerato in neoliberismo e la tecnologia degenerata in tecnocrazia. Il fascino, infatti, del pensiero della maturità risente sicuramente di questo e più che mai proprio ora risulta vivo e attuale, giacché in esso possiamo trovare il senso della crescita e della cura del sé. Un’attenzione che va rivolta di seguito alla collettività. «L’analisi proposta da Westbrook è un lavoro principalmente storico che opera su una trasformazione antropologica in fieri, e che spiega il ruolo della politica democratica deweyana» (Pezzano, 2007, p. 29).

La relazione tra l’individuo e la società è l’aspetto focale dell’opera di Westbrook per il quale l’autorealizzazione, racchiudendo in sé la soggettività trascendentale, rende giustificabile l’assunto che solo nella relazione si può realizzare l’unione tra la sfera del sensibile e quella dell’intellegibile. Una considerazione forte che merita un ricco approfondimento, che però Westbrook non si preoccupa di fare subito e in questo lavoro perché ciò che a lui interessa nella suddetta biografia è mostrare quanto l’etica sia un elemento essenziale e vitale della democrazia e, nel contempo, anche un valore legato e vincolato alla democrazia. La finalità di Westbrook è mostrare un uomo, un cittadino, un personaggio della storia della cultura amaricana e non solo, ma anche il promotore e fautore di una “politica etica”.

La lotta contro l’elitarismo e il liberismo, la ricostruzione della società e la conseguente riorganizzazione, la promozione di una economia tra i diversi Paesi mostrano un Dewey autentico promotore di un’altrettanta autentica politica democratica incentrata sull’uguaglianza economica e, quindi, umana. L’idea di giusta economia promossa da Dewey doveva essere gestita e curata da enti internazionali, a loro volta controllati e valutati secondo principi democratici, perché solo così si sarebbe potuto porre fine all’imperialismo dominante, incoraggiando un nazionalismo democratico. Un progetto che, come si può bene intuire, era tutt’altro che semplice da realizzare in quanto esso avrebbe imposto alle nazioni avanzate del mondo la necessità di rinunciare alle ricchezze, con una considerevole diminuzione di potere, a favore dei Paesi poveri. Una rinuncia che, comunque, avrebbe permesso alle nazioni imperanti di risparmiare sulle spese eventuali delle competizioni e guerre. Il controllo dell’economia necessita di commissioni internazionali potenti che garantiscano l’uguaglianza dell’esportazione e dell’importazione della merce e quindi del capitale, stabilizzando le condizioni di tutti gli individui e distribuendo in maniera equa il credito (Westbrook, 2011, pp. 245-247).

E Westbrook, scegliendo di soffermarsi sin dalle prime pagine su alcune opere tralasciandone delle altre, ci presenta un Dewey pensatore sociale e attivista politico. Secondo l’autore, infatti, se si vuole capire il senso del pensiero deweyano, bisogna inquadrarlo in un’ottica in cui la politica, l’etica e l’economia costituiscono sì, per alcuni versi, degli ostacoli, ma, soprattutto, le soluzioni “naturali” ai problemi. Gli scritti deweyani, soprattutto quelli della maturità (per Westbrook), vanno letti e interpretati in quest’ottica: «La battaglia per il significato della democrazia liberale continua e la teoria democratica di Dewey conserva una certa importanza per coloro che come me sono insoddisfatti della visione limitata del realismo democratico» (Westbrook, 2011, p. 39).

La politica e, nello specifico, la democrazia costituiscono l’essenza della cultura americana; una cultura tesa a promuovere il bene sociale e, quindi, l’attivismo politico. Poiché i problemi intellettuali, per Dewey, vivevano in un costante confronto con quelli socio-economici, era necessaria un’analisi antropologica che fosse di supporto all’indagine dell’esperienza umana. La centralità dell’esperienza umana era ed è indiscussa in quanto è nella natura umana che si trova il seme della democrazia, e, di conseguenza, lo sviluppo dell’essere umano va monitorato e “curato” affinché porti a compimento la finalità per cui è predisposto: realizzare il bene comune che è il solo oggetto della comunità democratica. Il malessere della società, nota Dewey, è però la degenerazione delle ideologie che scivolano in una sorta di anti-democrazia in cui il potere e il benessere non sono di certo per la società ma per le élite che bloccano la crescita sociale e, dunque, la possibilità di costruire la democrazia.

In Dewey questo forte richiamo interiore si sviluppa già in giovane età, quando nel 1896 finanzia un progetto della sua amica Jane Addams, la Hull House (Addams, 1930), vista come la prima concreta possibilità di creare una società embrionale strutturata democraticamente (Addams, 1929, pp. 139-146).

La condotta è, infatti, la caratteristica umana della comunità e la lunga riflessione sulla politica della guerra e della pace, fatta da Westbrook, intende proprio cogliere il ruolo non secondario della condotta la cui motivazione, a prima battuta soggettiva, individuale, diviene universale superando la caratteristica riduzionista e solipsistica. Un impianto che prelude all’individuo come organismo verso il quale Westbrook non mostra l’attenzione dovuta utilizzandolo solo come ponte di collegamento con la democrazia, mostrando Dewey, infatti, «un deviante tra gli americani liberali, un liberale fermamente radicalizzato attraverso la sua fede distintiva nella profonda democrazia» (Westbrook, 2011, p. 39).

C’è da dire che la visione democratica deweyana tutt’oggi cerca un posto nella visione globale politica americana, poiché egli aveva colto l’ostacolo alla democrazia nel liberalismo. Nonostante la grande acutezza nell’individuare l’impasse, l’idea democratica deweyana, sebbene abbia avuto riscontro positivo, fu accolta e assorbita lentamente così da rimanere una teoria e non concretizzarsi. Un paradosso, visto che la sua teoria avrebbe fatto da “contraltare all’elitismo democratico”.

Una teoria politica, questa di Dewey, che Westbrook attribuisce sostanzialmente alla maturità, anche se la radice si ritrova negli scritti giovanili, su cui l’autore non si sofferma in lunghi commenti. Per Westbrook, infatti, i primi saggi non avevano ancora il sapore di una filosofia politica. In realtà, però, basta pensare al saggio The Ethics of Democracy o Leibniz’s New Essays per capire che così non è. Nel saggio su Leibniz, Dewey critica il metodo (che definisce metodo logico formale) filosofico del pensatore tedesco all’interno del quale la natura organica della realtà non viene spiegata ma, al contrario, resta avvolta in un mero dogmatismo (Dewey, 1888). L’individuo secondo quest’ottica perde la propria essenza sociale poiché non può portare alla luce la sua socialità, ovvero generare la democrazia che egli soltanto è in grado di fare. Per Dewey, infatti, la democrazia è un fattore naturale perché, come dicevamo sopra, si trova insito nella natura di ciascun individuo. Una presenza in potenza che, in virtù della capacità prima individuale e poi sociale, verrà trasformata in azione, in risultato.

Leibniz, sosteneva Dewey, oltre a essere stato uno dei maggiori geni della storia della filosofia, ha dato vita a una filosofia connotata da un interesse profondo per le dinamiche della vita e della crescita organica, una filosofia dell’unità proprio all’interno delle dinamica dell’”altro diverso da me”. Interrogarsi sulle motivazioni della scelta di Westbrook di fornire una descrizione politica di Dewey tralasciando le opere giovanili che, invece, forniscono i primi strumenti di lettura e interpretazione delle tesi della maturità, è un atteggiamento naturale e legittimo. Probabilmente Westbrook, avendo attribuito al giovane Dewey un’impronta prettamente assolutista con una funzione logica di matrice hegeliana, ha ritenuto ancora acerbi questi scritti, lontani dall’obiettivo della maturità, ossia: il concreto impegno nella politica americana.

Nel leggere John Dewey and American Democracy il pensiero di Dewey viene descritto sin da subito come segnato, marchiato dalla filosofia hegeliana. L’autore, infatti, prendendo come esempio il saggio Kant and the Philosophic Method del 1884, sostiene che qui Dewey porta avanti la filosofia hegeliana come la sola capace di superare i limiti di quella kantiana; come l’unica atta a condurre la conoscenza al suo stato reale divenendo il metodo dell’agire umano (Dewey, 1884). «All’interno del pensiero deweyano c’è una puntuale analisi delle tesi di fondo di Kant e di Hegel, un’analisi volta a evidenziare i limiti del loro pensiero. Per il giovane filosofo statunitense, infatti, il loro pensiero ha dato l’alfa metodologico, ma non l’omega» (Pezzano, 2007, p. 56).

In realtà, come ho ribadito in più luoghi, Dewey non fu legato fermamente a Kant o a Hegel, ma “usò” entrambi per trovare un proprio metodo che assicurasse alla filosofia una natura antidogmatica e, quindi, pragmatica che guardasse all’individuo come un essere dotato di libertà e autonomia, nonché di una morale a cui deve seguire una condotta. Questi valori racchiudono una valenza psicologica che servirà a Dewey per spiegare l’eventuale relazione tra la particolarità dell’individuo e l’universalità oggettiva che è la spinta naturale e involontaria a ricercare il “non conosciuto” e, quindi, a fare conoscenza.

La “curiosità” di spingersi al di là della propria individualità conduce l’individuo molto spesso a trovare delle verità non ricercate volontariamente. Una sorta di tensione che porta a ri-pensare l’azione umana, legandola al processo etico così come all’impulsività umana. Difatti, spiegare la condotta umana approcciandosi alla metafisica era per Dewey un passaggio sterile in quanto l’agire pratico dell’individuo non poteva e non può essere spiegato da presupposti ontologici. Come si può comprendere il comportamento dell’uomo, il lavoro della mente e il perché dell’agire pretendendo di interpellare il trascendente, il metafisico, l’ontologico? La pedagogia, invece, insieme alla psicologia, rappresenta la disciplina più idonea a spiegare il lavoro corpo-anima, il rapporto stimolo-risposta, in quanto nasce per l’uomo e grazie all’uomo interrogandosi sulla natura e promuovendo l’esperienza. Giacché la posizione deweyana al riguardo era salda, viene da sé ritenere alquanto “frettolosa” una vicinanza molto stretta al pensiero hegeliano e all’idealismo assoluto in generale. Gli scritti giovanili di Dewey, dunque, possono essere spiegati solo compiendo un’analisi parallela alla filosofia hegeliana, ma ciò non deve portare alla conclusione che Dewey abbia fondato la propria filosofia sui dettami idealisti. Al contrario, i suoi scritti parlano chiaramente, senza mezzi termini, della pericolosità di seguire strade assolutiste e metafisiche se si vuole raggiungere un’unità reale. Un’unità che, secondo Dewey, doveva essere l’anticamera della comunità democratica. Più legittimo sarebbe parlare di una sorta di tensione verso la filosofia hegeliana, e non di attestazione deweyana di essere il solo metodo per la conoscenza (Pezzano, 2007, p. 37).

 

Rockefeller e l’educazione deweyana

Nello stesso anno in cui viene pubblicata la biografia di Westbrook viene alla luce un’altra biografia deweyana altrettanto importante e ricca di stimoli, John Dewey. Religious Faith and Democratic Humanism di Steven Rockefeller, figura intellettuale di spicco che offre al lettore un ritratto di Dewey differente da quello di Westbrook; per tale ragione, ho ritenuto interessante fare un confronto tra queste due monografie. Rockfeller vede nella filosofia, nell’etica e nella politica democratica deweyane una natura strettamente spirituale. Egli, nell’argomentare il complesso pensiero deweyano, recupera le tradizioni religiose oltre che morali delle persone più vicine al filosofo statunitense. «Una riscoperta e rivalutazione critica del significato duraturo più profondo del lavoro di Dewey è importante non solo per gli americani ma anche per tutti coloro che, in ogni parte del mondo, amano la libertà e perseguono il modello di vita democratico» (Rockefeller, 1991, p. ix).

Nel discorrere di natura spirituale, Rockefeller inserisce anche, anzi a maggior ragione, l’educazione come fenomeno spirituale, strettamente legato alla fede. Un filosofo e pedagogista che lega le proprie idee all’esperienza come fenomeno spontaneo e naturale che vede in Dio la genesi. Dewey visto come una sorta di profeta e così probabilmente è, dal momento che le sue idee si sono diffuse anche oltremare, influenzando le culture più svariate e dimostrando un genio intellettivo non indifferente. Ed è probabilmente questo considerare Dewey una sorta di profeta che porta Rockefeller a presentare il pensiero deweyano intriso di spiritualità. La ricerca costante di unità, la centralità dell’esperienza, la comunione dell’individuo con la natura, sono tutti elementi che trovano la propria giustificazione solo nella fede, sostiene Rockfeller. Infatti, la teoria democratica deweyana ha una natura spiritualistica. Un’interpretazione che fa sì che l’opera rockefelleriana si collochi entro un quadro di “umanesimo religioso”. «La natura, la vita morale, i valori, la scienza, l’individuo, la natura sono tutte caratteristiche da leggere sotto un’unica luce: la fede» (Pezzano, 2007, p. 38).

La giustificazione del pensiero deweyano in tutta la sua estensione temporale ha una sola natura e una sola finalità: l’esperienza religiosa. Un’esperienza religiosa sia in senso universale (per tutti gli individui) sia come vissuto personale di Dewey (si pensi alla sua vita giovanile e alla presenza costante e dominante della madre, religiosissima; si pensi anche al periodo della maturità in cui egli inizia a dare vita a una filosofia di stampo pragmatista e naturalista). Infatti, Dewey visse esperienze dirette e indirette che lo portarono a cogliere il significato spirituale della vita, dell’agire umano. Un agire in vista di.

L’interpretazione rockfelleriana di Dewey segue un’originale sistematicità che si articola in sei momenti. Momenti che sono pregni di un’influenza teologica e che mostrano come nasca gradualmente e cresca con risolutezza (sebbene Dewey non lo ammetta esplicitamente) la visione spiritualista deweyana che compone l’essenza delle sue opere. Risulta chiaro come, secondo Rockfeller, solo una lettura religiosa può chiarire il pensiero talvolta oscuro di Dewey. La religione permea l’intera riflessione deweyana e, quindi, anche il suo modo di considerare la psicologia la quale viene vista come avvolta e mossa dalla fede religiosa. La vita morale diventa “azione religiosa”. «La volontà religiosa sostiene che Dio, in quanto Personalità o Volontà perfetta, è la sola Realtà, e la Fonte di tutte le attività. La volontà religiosa, dunque, rende la perfetta Volontà di Dio “un motivo”, una volta per tutte, dell’azione; e non di questa o quella azione, ma della vita, e della vita in generale e assoluta» (Rockefeller, 1991, p. 113).

Tale asserzione potrebbe trarre origine dall’influenza che la madre ebbe su di lui. La madre di Dewey, da fervente pietista congregazionalista, infatti, aveva trasmesso ai figli un assoluto rispetto per Gesù, inculcando in loro l’idea che ogni azione decretava la loro salvezza tramite il vaglio costante e assoluto di Gesù. Una tendenza che, trovando giustificazione, per ovvie ragioni, nelle azioni socio-filantropiche, diveniva lo stimolo assoluto oggettivo e soggettivo della salvezza. Indubbiamente un simile aspetto costituisce un elemento importante e niente affatto trascurabile, soprattutto per il fatto che questa fase della vita si collega agli anni del college, in cui il giovane studioso ebbe la possibilità di frequentare corsi pregni di spirito trascendentalista (ciò era dovuto all’eredità lasciata dal fondatore del college del Vermont, James March, uno dei più importanti trascendentalisti). Uno spirito che si diffondeva nelle discipline filosofiche dando ad esse un tenore teologico di notevole significato e impatto.

La Chiesa è per Dewey un’istituzione necessaria per la società, la quale si basa sullo sviluppo dell’individuo, la cui funzione e responsabilità è tutelare tale crescita in vista dell’elemento universale che ogni singolo individuo incarna: Dio. Questa la funzione principale della società. La Chiesa, dunque, deve ricercare l’assoluta verità che sveli l’elemento universale che accomuna l’uomo a Dio; e ciò lo può fare solo promuovendo le relazioni sociali proprie dell’essere umano. Un Credo appartenente sia alla fede congregazionalista che al trascendentalismo, che mostra la chiara influenza hegeliana realizzatasi proprio alla John Hopkins University. Tale considerazione accomuna Rockefeller a Westbrook, che vedono nella funzione idealista dell’agire in vista di la chiave di lettura del pensiero deweyano.

Una simile influenza può giustificare, dunque, anche l’idea di educazione e formazione deweyana. La sua visione relativa alla persona e, quindi, alle relazioni, ai cambiamenti sociali, rientra in una sorta di ideologia religiosa. Per Rockfeller il legame all’idealismo assoluto (considerazione, anche questa, che andrebbe discussa ampiamente e approfonditamente non basandosi solo sulle parole riscontrate nella sola autobiografia deweyana del 1930 Dall’assolutismo allo sperimentalismo) ha il sapore fortemente cristiano. Infatti, per l’autore Dewey si avvicina all’hegelismo, più specificamente all’idealismo assoluto, per recuperare, e naturalmente realizzare, il tentativo hegeliano di riportare la cristianità trasformando il trascendente Dio in un Dio immanente.

Da questa idea cristiana, a un certo punto, Dewey si distacca per abbracciare un modo di pensare maggiormente legato al naturalismo, allo sperimentalismo, che rappresenta il processo più adatto a formare la società democratica. Le considerazioni etico-sociali potevano essere interpretate secondo Rockefeller solo attraverso l’ideologia religiosa. Indubbiamente, il pensiero deweyano, sia nei suoi primi passi che nel pieno del cammino, mostra una natura spirituale che, però, non può costituire la sola chiave interpretativa. Per quanto sia vero che la ricerca dell’unità nella realtà ha una natura religiosa, non può muoversi strettamente in questa dimensione giacché resterebbe un dogma, ossia non giungerebbe mai ad “accertare” il significato autentico della sua essenza. Un’unità che deve irrompere, secondo Dewey, nella realtà sociale perché solo così si può realizzare la libertà autentica dell’individuo e, quindi, dare prova di una giustizia sociale che dal suo stato ideale diviene appunto reale. «Sono proprio le separazioni tra l’ideale e il reale che irrompono nella società reprimendo la crescita della comunità. Superare quelle separazioni diviene per lui essenziale sia per la crescita che per la libertà individuale, nonché la strada per la giustizia sociale» (Rockefeller, 1991, p. 40).

Tale visione concettualizza, secondo Rockefeller, il legame hegeliano. L’unione tra l’individuo e la società serve a unire l’ideale al reale. «Trovare il modo di unire l’ideale e il reale — cioè realizzare l’ideale o idealizzare il mondo — in una società tecnologica e poco democratica è la preoccupazione principale di Dewey» (Rockefeller, 1991, p. 41).

L’obiettivo deweyano, secondo Rockfeller, è stato fare propri i capisaldi della cristianità, ossia i valori donati a noi da Cristo. Valori volti alla costruzione del bene sociale che in Dewey si identifica con la democrazia. Studiare, conoscere e applicare la religione per liberare l’individuo dall’egemonia di un’economia antiliberale e antidemocratica. La natura religiosa, dunque, era il condurre l’individuo a costruire l’armonia sociale, ossia realizzare un benessere non solo personale ma collettivo, così da mettere tutti gli individui su uno stesso piano rendendoli liberi di agire sempre nel segno del progresso e dell’unione. La religione, dunque, era la funzione sociale. La sola e vera funzione sociale (Rogers, 2008, p. xi).

Ed è in relazione ai problemi sociali che si evince quanto i dualismi rappresentino la barriera per il raggiungimento della verità; la religione deve, dunque, necessariamente sganciarsi da essi e collegarsi nell’immediato all’esistenza umana e per tale ragione tutte le discipline più vicine all’uomo devono collegarsi ad essa (Lo studioso Rood mette l’accento proprio sulla ricerca deweyana del vero significato delle discipline legate all’uomo, dalla pedagogia alla religione) (Rood, 1970).

La vita quotidiana nel suo rapporto continuo con la spiritualità è tesa non solo a “produrre esperienza”, ma anche a unire il sé con l’universale, ad armonizzare il sé e il mondo. Un’esperienza la cui essenza è mistica e che mostra come Dewey ritenga indispensabile, per spiegare la natura e il rapporto che l’individuo ha con essa, fare propria la dimensione spirituale e religiosa (Roth, 1967; Sabatino, 1979, pp. 174-178).

 

La fede democratica, l’educazione democratica

Sia Westbrook che Rockfeller rilevano come finalità ultima del lavoro deweyano la costruzione di una filosofia volta verso un’educazione di tipo pragmatico, che si occupa di “curare” la capacità d’interazione dell’individuo con la natura. Un tipo di educazione, dunque, che preservi dagli impulsi l’intelligenza rendendola sempre più costruttiva. La trasformazione dell’esperienza viene vista, però, secondo due prospettive differenti: Robert Westbrook guarda con un leggero scetticismo l’approccio religioso, così come Rockfeller non classifica il pensiero deweyano tra quelli di natura prettamente politica, sebbene entrambi tengano conto, nell’analisi deweyana complessiva, di un impianto sia religioso che politico.

Rockfeller, attraverso l’analisi delle opere deweyane, compie un tentativo molto pertinente e originale, in quanto proprio nel cercare il significato del pensiero filosofico e educativo deweyano su una traiettoria di umanesimo religioso cerca il senso spirituale universale racchiuso dalla natura. Si potrebbe azzardare l’ipotesi che Rockfeller “usi” il pensiero estremamente vischioso deweyano per portare la ricerca oltre. Una ricerca che mira all’unità tra il reale e lo spirituale, così da annullare falsi dualismi generatori di vane credenze e pericolosi ostacoli fra l’individuo e Dio. La democrazia così come l’educazione indubbiamente rientrano in questa ricerca, ma sono destinate a restare mere astrazioni se non vengono collegate al “misticismo organico” che solo la natura può mostrare. E, dunque, essa va indagata e attentamente interrogata. L’educazione, sostiene Rockfeller, è insieme alle scienze sociali lo strumento più efficace per il progresso sociale e, quindi, per una società democratica. Egli (insieme a diversi altri critici deweyani) lo considera come il “liberatore dei bambini” in quanto il metodo educativo da egli voluto e applicato ha tutelato la libertà del bambino rendendo la conoscenza lo strumento di guida per trasformare il mondo idealizzato in un mondo pensato, pragmatico e progressista (Rockfeller, 1991, pp. 3-4).

La posizione di Rockfeller entra in disaccordo con quella della maggior parte degli studiosi deweyani e anche con quella di Westbrook che asserisce, al contrario, che Dewey aveva un approccio forzato e distaccato dalle pratiche religiose tanto da abbandonare l’uso dell’esperienza governata da leggi religiose e, quindi, poco spontanea, per un’esperienza di stampo naturalistica e umanistica. La psicologia e il valore etico rappresentano aspetti su cui Dewey ha sempre ragionato, come si evince anche dai suoi scritti giovanili, in quanto aveva capito che essi erano centrali e fondamentali nell’autorealizzazione individuale e per la libertà, e dunque per la ricostruzione sociale.

La ricerca scientifica legata alla natura era la sola possibile fonte di soluzione ai problemi. Ma Dewey comprende bene la difficoltà di imboccare questa strada e per questo è sempre più convinto che la relazione tra la realtà concreta e l’ideale rappresenti la sola soluzione per salvare l’umanità. Una convinzione ambiziosa e senz’altro ardua da realizzare. Per tale ragione egli comprese che l’educazione solo attraverso un’interpretazione religiosa poteva rendere le funzioni sociali democratiche. L’educazione libera l’individuo e ricostruisce la società. L’educazione è il «metodo fondamentale per realizzare l’ideale democratico per l’individuo e la società» (Rockfeller, 1991, p. 224). L’educazione acquisisce così un duplice significato o una duplice natura: morale e religiosa. Morale perché tutela e regola i principi etici, e religiosa perché realizza l’unione tra l’ideale e la realtà. «Una filosofia naturalistica per una teoria generale della dimensione religiosa della vita» (Rockfeller, 1991, p. 224).

La teoria sociale, dunque, insieme alla psicologia e alla filosofia dell’educazione saranno le componenti organiche della teoria della religione che spiegherà quale relazione esiste tra la religione e la società. La vita religiosa implicante una fede morale unificante derivante dall’esperienza dell’essere possiede un ideale spirituale supremo che armonizza il sé e il mondo e che associa l’esperienza religiosa a un’attitudine di pietà verso la natura e verso le intuizioni mistiche con l’intero universo. Ciò era ovviamente dipendente dalla metafisica dell’idealismo oggettivo e da Dio come fonte organica di unità (Koch, 1993, p. 586).

La maggior parte del libro è la rielaborazione di diversi aspetti del pensiero deweyano, dall’educazione alla democrazia, dall’amore alla comunità, e così via. Ciascuno di questi aspetti è collegato all’esperienza religiosa e viene interpretato mediante essa. Forse rappresenta un’interpretazione troppo unilaterale e vincolante che sembra non lasciare spazio a una passione spontanea legata alla curiosità e alla ricerca, cosa che al contrario in Westbrook si trova.

Il pensiero deweyano per Rockfeller è una sorta di chiamata mistica; per Westbrook è invece studio, ricerca, costruzione. Una ricerca con delle fondamenta anche religiose ma non “solo” religiose, anzi in taluni punti del libro Westbrook sembra quasi voler dire che Dewey costruisce il proprio pensiero secondo strutture che lo sganciano dal “pietismo perseguitante della madre”.

Westbrook mette in rilievo, sin dalle prime battute, quanto il pensiero filosofico deweyano sia vasto e attuale così come vasta e attuale è l’esperienza umana. E infatti sono l’esperienza umana e i reali problemi il “campo d'indagine” deweyano. Una teoria, quella deweyana, che mira a generare un metodo che risolva i problemi sociali reali, concreti; per tale ragione la sua teoria filosofica e educativa non può che essere definita, a ragione, attivismo politico, attivismo socio-educativo. Un attivismo politico che Westbrook, sin dalle prime pagine, affianca a una particolare attenzione deweyana al neohegelismo e, nel contempo, alla lotta contro la metafisica. Un Dewey che ricerca una filosofia politicamente e socialmente impegnata, che va contro la sterile ed ermetica scolastica, in quanto la filosofia vera e autentica era quella in grado di vivere sì nella natura e interrogarla, ma anche e soprattutto arricchirsi da essa e arricchire essa. Per questo motivo la metafisica entrava in conflitto con tale idea, in quanto essa impediva la pratica della verità.

In Westbrook così c’è l’allontanamento deweyano dalla metafisica insieme a un persistente legame (per quanto negli anni impallidisca) con l’assolutismo hegeliano. Come giustifica, dunque, Westbrook questa sua interpretazione? In realtà, ritiene che fino agli anni in cui Dewey sviluppa il proprio pensiero sulla natura mediante la filosofia hegeliana non opera concretamente sulla visione della democrazia che, invece, sarà l’anima delle opere legate alla maturità. E forse per questo egli trascura le opere giovanili dell’autore, per quanto di alcune, come Ethics of Democracy e il saggio su Leibniz, ma anche Outlines of a Critical Theory of Ethics, e Study of Ethics, egli non possa non assaporare il gusto fortemente politico.

La ricerca che promuove l’unità tra il reale e l’ideale, tra l’intelletto e l’azione — che costituiscono i punti cardine su cui Westbrook centra il proprio discorso relativo alla teoria sociale deweyana —, affonda le radici unicamente nella teoria della democrazia, vista come il bene comune: l’ideale di vita che prende concretezza (unione o trasformazione dell’ideale in una forma reale, concreta perché diviene il bene dell’intera comunità).

Westbrook analizza la teoria democratica deweyana intrecciandola soprattutto con i problemi intellettuali e socio-politici (moltissimi furono i personaggi importanti con cui ebbe dibattiti accesi e per i quali, invece, spese parole di amicizia e solidarietà difendendone le posizioni. Solo per menzionare alcuni di una lista non lunga, ma lunghissima: Randolph Bourne, Walter Lippmann, George Santayana, Lewis Mumford, Albert Barnes, Jane Addams, Bertrand Russell, Leon Trotsky, Sidney Hook, Robert Hutchins, Reinhold Niebuhr, ecc.) a cui Dewey è andato incontro, in quanto proprio questi dibattiti e viaggi in tutto il mondo hanno permesso a Dewey di confrontare le proprie idee e trasformarle per scomporre le “situazioni problematiche” e ricomporle come “problemi risolti”.

La biografia westbrookiana, dunque, mostra come, nonostante la letteratura su Dewey sia ricca, egli resti ancora un autore non sufficientemente e correttamente studiato. Indubbiamente, la biografia di Westbrook è tutt’oggi quella più accurata, perché fornisce un quadro ben strutturato del percorso intellettuale di Dewey, nonostante risulti poco esaustiva sotto alcuni e non trascurabili aspetti, quali l’importanza dei saggi giovanili (come già detto sopra), il ruolo della “psicologia funzionale”,  accennata ma non approfondita sufficientemente (considerate anche le diverse opere giovanili al riguardo). Inoltre Westbrook trascura l’origine dell’“organismo sociale”, aspetto centrale per Dewey in quanto  incarna “l’etica del sé” rappresentando la giusta cura contro ogni lettura metafisica della conoscenza, lettura che, purtroppo, porta a conclusioni metafisiche, lontane dalla natura organica e biologica delle cose.

In conclusione, ritengo che la possibilità di comparare due o più biografie permetta non solo di cogliere delle visioni ampie e differenti, ma soprattutto capire se e quanto lavoro resti da fare sull’autore di riferimento. E in questo caso ci si accorge che Dewey è ancora oscuro in alcuni tratti a causa non del suo pensiero complesso ma di una ancora carente attenzione sul suo pensiero considerato nella sua globalità. Tanto la politica quanto la religione sono due aspetti che riempiono il programma deweyano, ma se essi non verranno legati alla filosofia e all’educazione, non troveranno mai il significato reale attribuito ad essi da Dewey. Ritengo, dunque, che egli non vada visto o come un pensatore politico o come un pensatore unicamente religioso, ma come un pensatore che ha nutrito il proprio intelletto di quegli aspetti naturali e non che costituiscono l’essenza umana, essenza che per Dewey ha rappresentato la causa generatrice e finale del suo lavoro.

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Dewey J. (1884), Kant and the Philosophic Method, vol. 1, in J.A. Boydston (a cura di), The Early Works of John Dewey (1882-1898), Carbondale, Southern Illinois Press, pp. 34-47.

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Westbrook R.B. (1991), John Dewey and American Democracy, Ithaca, Cornell University Press, trad. it. John Dewey e la democrazia americana, Roma, Armando, 2011.




Autore per la corrispondenza

Teodora Pezzano
Indirizzo e-mail: t.pezzano@unical.it
Università della Calabria via Pietro Bucci 87036 Arcavacata di Rende (CS)


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