Vol. 3, n. 1, aprile 2026 — pp. 1-4

EDITORIALE

One Education: Un paradigma ancora da costruire

Negli ultimi cinquant’anni, molti sistemi educativi nazionali hanno condiviso un impianto comune basato sulla ricerca dell’efficienza e della razionalità. Sono cresciuti i tassi di scolarizzazione e si sono moltiplicati i meccanismi di confronto internazionale — PISA su tutti —, con l’Unione Europea che ha promosso forme di cooperazione tra Stati al fine di sviluppare una vera e propria civilizzazione condivisa dell’istruzione. Eppure, in questo stesso periodo, si andavano accumulando le tensioni che avrebbero reso questo paradigma inadeguato per i giorni d’oggi, poiché incapace di rispondere ai bisogni educativi moderni.

Le traiettorie formative sono oggi profondamente ibride: si dispiegano dentro e fuori la scuola, nei dispositivi digitali e nelle relazioni informali, nelle piattaforme algoritmiche ma anche, dove possibile, nei cortili. La globalizzazione e la digitalizzazione hanno rimodellato i processi di sviluppo delle giovani generazioni, che sembrano «trainate» da una molteplicità di attori e paradigmi educativi che spesso esulano dall’impianto educativo formale: la scuola continua a svolgere un ruolo importante, ma la sua centralità è progressivamente contestata e ridefinita.

Questa condizione non è affrontabile attraverso la riforma incrementale delle architetture educative esistenti o con una continua ricerca di efficienza e razionalità. Ciò che manca non è un aggiornamento curricolare o una nuova piattaforma digitale o lo sviluppo delle competenze degli insegnanti: manca un paradigma condiviso capace di restituire orientamento, coerenza e senso ai processi formativi che si dispiegano attraverso livelli ecologici sempre più interconnessi e permeabili. Il modello di Bronfenbrenner offre ancora una mappa efficace per comprendere certe dinamiche (Bronfenbrenner, 1979; 2005): l’educazione come esito di interazioni tra livelli micro (famiglia, pari, insegnanti), meso (scuola, associazioni), exo (politiche, media, tecnologie) e macro (culture, economie, orientamenti valoriali) è ancora valido. Ciò che è radicalmente cambiato non è la struttura dei livelli, ma la velocità, l’intensità e la pervasività con cui questi interagiscono. I confini tra i livelli si sono fatti porosi. Le influenze formative esterne entrano nello spazio domestico bypassando le tradizionali forme di mediazione familiare. I media digitali, i flussi culturali globali e i modelli educativi transnazionali raggiungono direttamente l’esperienza degli individui, senza dover necessariamente passare, ad esempio, attraverso la scuola.

In questo quadro, il concetto tradizionale di lifelong learning — apprendimento continuo lungo il corso della vita — risulta insufficiente. Proponiamo di parlare invece di onlife-long learning: un processo formativo che non si dispiega «nel tempo», ma «attraverso vite», intrecciando contesti formali, informali, digitali e professionali che si sovrappongono, si contraddicono e si co-costruiscono. In questa prospettiva, lo stesso algoritmo che raccomanda un video su YouTube è un agente educativo — non meno del docente in cattedra, anche se privo di intenzionalità pedagogica e di responsabilità istituzionale, almeno sulla carta.

Il rischio di questa frammentazione è chiaro: chi dispone di maggiore capitale culturale, sociale e digitale riesce a navigare la complessità; chi non lo ha è esposto a esperienze formative incoerenti, lacunose, disorientanti. L’educazione plurale può diventare dispersione educativa, trasformando l’apprendimento da processo socialmente sorretto in obbligo individuale. È in risposta a questa condizione che proponiamo il paradigma One Education. Non si tratta di un modello centralizzato che assegna a un’unica istituzione la regia del processo educativo. Si tratta, al contrario, di un framework ecosistemico che assume la complementarità strutturale tra i diversi attori, ambienti e livelli formativi come condizione di base dell’educazione contemporanea. One Education si articola attorno a quattro dimensioni costitutive. La prima è la connessione tra attori e sistemi: la famiglia, la scuola, le agenzie culturali, lo sport, le piattaforme digitali non operano in isolamento ma in una rete di influenze reciproche che deve essere riconosciuta e governata. La seconda è la co-progettazione interdisciplinare: gli interventi educativi efficaci sono quelli che nascono dalla collaborazione tra ambiti diversi, superando la parcellizzazione settoriale. La terza è la sostenibilità educativa — ambientale, digitale, sociale — come orizzonte valoriale condiviso. La quarta è la responsabilità distribuita: nessun attore può rivendicare il monopolio del processo formativo, ma nessuno può sottrarsi alla propria quota di responsabilità pedagogica.

One Education compie uno spostamento epistemologico decisivo: dall’ontologia settoriale dell’educazione — in cui ogni istituzione ha un proprio dominio separato — a un’ontologia ecosistemica, in cui nessun attore occupa stabilmente il centro e la sfida principale non è ottimizzare una singola componente del sistema, ma coordinare le interazioni tra componenti. Una sfida che è al tempo stesso pedagogica, politica e culturale.

Il paradigma One Education nasce anche dalla consapevolezza che la fragilità non è più una condizione marginale o temporanea: è diventata strutturale. Nella società del rischio descritta da Beck, i cambiamenti climatici, le emergenze sanitarie, l’accelerazione tecnologica e l’instabilità geopolitica generano pressioni sistemiche che si propagano rapidamente attraverso domini sociali interconnessi, erodendo resilienza individuale e coesione collettiva (Beck, 1992).

I sistemi educativi si trovano in una posizione paradossale: sono esposti alla fragilità e al tempo stesso chiamati a contrastarla. In questa prospettiva, la povertà educativa deve essere intesa non come mera assenza di scolarizzazione ma come privazione complessiva di opportunità formative, culturali, sportive e relazionali che si estende in forme sempre più diffuse e difficili da intercettare con gli strumenti tradizionali. Un sistema educativo indebolito non è in grado di contrastare questa spirale: rischia anzi di amplificarla. One Education risponde a questa sfida riconoscendo che — oggi più che mai — l’educazione è un sistema adattivo complesso: le sue interazioni non sono lineari, i suoi esiti non sono prevedibili, la sua governance non può essere ridotta a prescrizione dall’alto né a un confronto tra sistemi. Ciò che serve è un paradigma che sappia trasformare la fragilità da eccezione da gestire in condizione permanente da abitare criticamente — sostenendo le persone nell’orientarsi, nel connettersi, nel costruire senso dentro la complessità.

Simone Digennaro

Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

Riferimenti bibliografici

Beck U. (1992), Risk society: Towards a new modernity, Thousand Oaks, CA, Sage Publications.

Bronfenbrenner U. (1979), The ecology of human development: Experiments by nature and design, Harvard University Press.

Bronfenbrenner U. (a cura di) (2005), Making human beings human: Bioecological perspectives on human development, Thousand Oaks, CA, Sage Publications.

Nota redazionale

Della cura degli articoli presentati si è occupato Filippo Gomez Paloma, Professore Ordinario di Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale e Coordinatore Scientifico della Rete Nazionale Embodied Education.

 

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