TEORIE, RICERCHE, PRATICHE

Andrea Canevaro, Antonio Genovese, Miriam Traversi (fondatori della rivista)
Stefania Lorenzini, Federica Tarabusi (coordinamento scientifico)
Periodicità: maggio, novembre

Vol. 15, n. 2, novembre 2017

Indice

Editoriale

Alessandro Tolomelli, Francesco Cappa

Editoriale

Riflessioni e teorie

Francesco Cappa

Una pratica teatrale interculturale. L’immaginario orientale e il teatro povero di Grotowski

DOI: 10.14605/EI1521701

C’è un grande mito che si aggira nella storia del teatro occidentale: il «teatro orientale». Questo mito, frutto del lavoro e del pensiero di quegli uomini e donne che hanno fatto la storia del teatro in Occidente, si è spesso presentato come un mito delle origini, delle fonti, ma più di una volta è servito a forzare e sfondare barriere proprie della tradizione occidentale. In questo senso l’immaginario del teatro orientale agisce ancora oggi, ovviamente anche fuori dalla cultura teatrale, come una delle facce di quel potere dell’immaginario che investe tutte le forme della vita diffusa e ha conseguenze sulla vita interiore ed esteriore delle persone. Da questa prospettiva, utilizzando l'esperienza degli albori del teatro di Grotowski, cercheremo di mettere in evidenza un modo di funzionamento dell'immaginario orientale. È una storia di intrecci e ritorni che in questo luogo vorrei fare emergere: una storia paradigmatica del funzionamento dell’immaginario (non solo orientale) che investe i modi in cui la tradizione estetica e artistica occidentale sceglie nuove vie per il suo rinnovamento e per «bruciare» i propri codici e simboli.

Theatre of the Oppressed is an aesthetics approach aimed to use theatre as a tool to interpret and to transform reality, developed by Brazilian playwright and director Augusto Boal. Basing on this methodology, seven European partners have been working on the European research-action Project TOgether to achieve three main goals. The first regards the development of a curriculum for a qualified trainer of Theatre of the Oppressed. The second task is the experimentation of theatre for the community-based empowerment at local level and the third goal is the production of International Forum-theatre plays. The network is active since 2011, and with the performance of the piece Hotel Europa at the Fringe Festival (Edinburgh, 2016) has finished its first path. Such articulated project included an evaluation process with a qualitative and participatory approach in order to enlighten the connection between the three pillars. In fact, in a pedagogical perspective an educational process have to be address not only to the acknowledgement of the participant, but also to the social transformation, helping the people to become protagonists of their change itself. This article has the aim to resume the evaluation process of TOgether Project and to describe the innovative outcomes of this partnership.

Partendo da una cornice teorica sistemica e socio-ecologica, gli autori propongono un modello di intervento sul trauma orientato alla comunità, per prevenire e contenere le reazioni traumatiche in contesti di violenza militare e politica. Viene presentato un intervento sviluppato nella Striscia di Gaza, con strumenti quali il teatro, la fiaba e le arti espressive. L’intervento intendeva supportare la resilienza dei bambini che vivono in questi territori, aumentarne il benessere, supportare il processo di resistenza al trauma e aumentare il livello di partecipazione delle comunità attraverso il loro coinvolgimento attivo nelle attività espressivo-esperienziali.

Nell'articolo presento due diversi tipi di lavoro con il Teatro dell'Oppresso in Cisgiordania: quello di «Ashtar Theatre» e del «Modello Polarizzato» di Chen Alon. Con modi e obiettivi diversi entrambi utilizzano questo metodo teatrale per creare uno spazio di incontro e dialogo all'interno del contesto coloniale palestinese. Dopo un'analisi del concetto di oppressione, che caratterizza la dimensione politica del metodo, rifletto sul ruolo che il teatro può assumere all'interno dello spazio coloniale. Presento dunque il lavoro che «Ashtar Theatre», compagnia teatrale palestinese, svolge in Cisgiordania, soffermandomi sui modi in cui il Teatro dell'Oppresso viene qui utilizzato per promuovere l'incontro e il dialogo all'interno della comunità palestinese, divisa tanto dall'occupazione israeliana quanto da altre forme di oppressione socio-culturali. Infine descrivo alcune esperienze con il «Modello Polarizzato» di Teatro dell'Oppresso portate avanti da Chen Alon, attore e attivista israeliano, che utilizza il metodo per creare forme di alleanza tra oppressori e oppressi, qui intesi come israeliani e palestinesi. I lavori offrono due interessanti esempi di come questo teatro possa creare uno spazio in cui costruire nuove forme di resistenza basate sul dialogo.

Paolo Giuffrida, Tatiana Neri, Stefania Ferrera

Il Tempo del non tempo

DOI: 10.14605/EI1521705

L’articolo presenta una significativa esperienza di teatro sociale nata nel 2002 nella Media Valle del Reno della montagna bolognese. Il laboratorio e la compagnia teatrale «Il Campanile dei Ragazzi» hanno interessato nella loro storia moltissime persone e oggi ne fanno parte circa venticinque persone. Si tratta di un’esperienza fortemente inclusiva, in particolare nei confronti di persone in condizioni di fragilità e di svantaggio sociale. Questa realtà ha una sua precisa consistenza, poiché nel tempo ha rappresentato un potente veicolo di socializzazione e crescita personale di ragazze e ragazzi che normalmente hanno poche occasioni di vivere socialità e cultura. La scrittura di questo testo è stata sollecitata dall’idea che possa essere utile conoscere una parte della nostra storia, senza la presunzione di rappresentare un modello, con l’intenzione di poter comunicare i processi pedagogici che abbiamo attraversato. Dal racconto dell’esperienza emerge che nel lavoro sociale c’è bisogno di gratuità e di forti motivazioni; la scelta di fare un lavoro culturale difficile come è quello del teatro consente di far crescere le persone, vincendo solitudini e paure e regalando loro un gruppo amicale capace di mutualità, solidarietà e autogratificazione e anche di suscitare forti emozioni nel pubblico che ne beneficia.

Marina Mazzolani

Aspettando il vento. Sul teatro come agente dirompente

DOI: 10.14605/EI1521706

L’esperienza teatrale nata nel 2001 come laboratorio integrato, tra attori disabili e normodotati, che ha dato vita nel 2008 all’Associazione ExtraVagantis, gruppo interessato ai temi delle diversità, ha sempre avuto una particolare attenzione per la questione delle categorie sociali: gran parte del lavoro è stato dedicato ad approfondire come esse possano alimentare pregiudizi, stereotipi, stigmi e, da strumenti di conoscenza e di attraversamento della complessità del reale, possano divenire muri che dividono le persone e causa di emarginazione. Nell’ultima produzione cui ExtraVagantis ha partecipato, Minotauri, realizzata in collaborazione con la Rete dei Teatri Solidali della Città metropolitana di Bologna, la grande eterogeneità del gruppo dei propri attori ha reso evidente l’esigenza di dare valore alle differenze ma anche di cercare le similitudini, stabilendo legami che definiscano nuove appartenenze, rendendo inutile l’utilizzo di categorie avulse dal lavoro teatrale, dallo scambio tra i corpi e le voci delle diversissime persone coinvolte nella creazione collettiva. Nella comunità del teatro si rispecchia la comunità più vasta: nei suoi scenari si rappresenta il presente, ma soprattutto si sperimenta il futuro.

La scuola italiana rispecchia la società multiculturale in cui è inserita. Diventa quindi indispensabile predisporre percorsi educativi che si sviluppino secondo un approccio interculturale. In questo scenario il laboratorio teatrale può rappresentare uno degli strumenti utili per costruire spazi di partecipazione, attraverso i quali promuovere il dialogo interculturale. Nel presente contributo viene descritta nello specifico l’esperienza di Mus-e Roma Onlus, associazione che si occupa di promuovere l’arte come strumento di integrazione nella scuola primaria, nell’ambito del progetto Erasmus Plus Integr-Arte.

Vito Minoia

Teatro come educazione all’alterità

DOI: 10.14605/EI1521708

L’intervento è intrecciato al vissuto esistenziale e professionale dell’autore. Il linguaggio teatrale (e le sue differenti pratiche sceniche) viene qui identificato come uno strumento privilegiato di intervento pedagogico e formativo. Attraverso la documentazione di alcuni interventi operativi lo scritto intende contribuire all’esigenza di favorire una coscienza collettiva attenta a promuovere processi di integrazione e inclusione e a valorizzare le potenzialità di ciascuno. Con particolare riferimento alle persone private della libertà personale, una certa attenzione può essere rivolta alla trasversalità delle competenze e alle strategie didattiche «per tutti», integrate da approcci di tipo cooperativo e utilizzo del dispositivo autobiografico. Le esperienze laboratoriali alle quali si fa riferimento nel testo sono state indirizzate nella Regione Marche, a uomini e donne recluse, con la convinzione che il carcere costituisca oggi una concreta «nuova emergenza educativa». Anche se i risultati di questa indagine sono provvisori, ci sono elementi che consentono di individuare buone prassi; fra queste, i riusciti tentativi di promuovere la formazione nei penitenziari.

L'articolo si propone di illustrare e discutere l'esperienza quadriennale del progetto teatrale «La danza delle parole», ideato e condotto dall’associazione culturale torinese Onda Teatro in partenariato con l'associazione di volontariato Ewivere e attivo dall'anno 2013. Il progetto coinvolge ogni anno un gruppo di circa venti donne provenienti da diversi Paesi asiatici e africani che frequentano la scuola di italiano dell'associazione Ewivere e consiste nella realizzazione di un laboratorio teatrale della durata di una decina di incontri, che vede come conclusione la messa in scena di una performance aperta al pubblico presso la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino. L’esperienza si è evoluta nel corso degli anni, per rispondere ai bisogni linguistici ed espressivi di persone che si trovano in Italia dopo avere dovuto lasciare il proprio Paese d'origine, strettamente legati ai bisogni di inserimento socio-culturale. L'idea alla base del lavoro è che il teatro possa offrire occasione di espressione di sé, valorizzazione delle proprie risorse e riappropriazione della propria identità e che l'apprendimento della lingua serva non solo a soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza, ma anche a condividere emozioni, cultura, storie, temi centrali del processo di inclusione sociale.

Approfondimenti

Daniele Reggianini, Mascia Papi

La rappresentazione scenica di matrice moreniana come veicolo di integrazione interculturale

DOI: 10.14605/EI1521710

L'identità si gioca tra due poli: l'individuo e la società. La declinazione dell'identità a livello individuale si manifesta come personalità. La declinazione dell'identità a livello sociale si realizza come cultura. L'essere dell'uomo sul palcoscenico della storia si esprime e si articola in una moltitudine di distinte personalità e di differenti culture. La nascita delle culture e la loro riproduzione, sin dalle origini, è sempre stata accompagnata e sostenuta da forme di rappresentazione e drammatizzazione. Jacob Levy Moreno, padre dello Pscicodramma Classico, a partire dal secondo decennio del secolo scorso, ha messo a punto diverse metodologie di studio e intervento a favore di processi, trasformativi e di integrazione, riguardanti le due distinte dimensioni, soggettiva e collettiva, dell'identità. Il presente studio riguarda i principi, la teoria e i metodi attraverso i quali Moreno ha perseguito il suo obiettivo, agendo sulle forze gruppali a beneficio tanto dell'identità dei singoli quanto di quella collettiva. Gli strumenti utilizzati sono ¬quelli della «messa in scena» mutuati dalle esperienze teatrali; del controllo e indirizzo delle dinamiche di gruppo appresi sul campo, in esperienze estemporanee di azione sociale; e, infine, quelli afferenti alla Sociometria.



Registrazione presso il Tribunale di Trento n. 1155 del 19/12/2002. ISSN 2420-8175 Educazione interculturale (Online). Resp. Marika Giovannini