Vol. 9, n. 2, ottobre 2023

TEORIE PEDAGOGICHE

Una «lotta per l’istruzione»: Considerazioni sulla proposta pedagogica di Karl Marx

Edoardo Puglielli1

Sommario

L’articolo illustra alcuni aspetti della proposta pedagogica di Karl Marx. L’introduzione delle macchine nella fabbrica rende superflue le precedenti forme di istruzione e di apprendistato professionale: gli operai diventano «appendici umane» delle macchine. La fabbrica meccanizzata, inoltre, permettendo un più facile impiego di forza-lavoro minorile, estende lo sfruttamento capitalistico anche ai ragazzi e ai bambini: anch’essi vengono ridotti a oggetti, a meri strumenti di lavoro. Di fronte a questi scenari, Marx non si dichiara a favore dell’abolizione di ogni forma di lavoro minorile, ma elabora una concezione educativa fondata sull’unione tra il lavoro produttivo e un’istruzione in grado di permettere alla classe operaia di appropriarsi dei «mezzi intellettuali» della produzione. La lotta per la conquista di una tale istruzione è considerata da Marx come necessaria per la futura trasformazione della società.

Parole chiave

Capitalismo industriale, Lavoro minorile, Movimento operaio, Istruzione operaia, Pedagogia marxiana.

PEDAGOGICAL THEORIES

A «Battle for Education»: Considerations on Karl Marx’s Pedagogical Ideas

Edoardo Puglielli2

Abstract

This paper shows some aspects of Karl Marx’s pedagogical philosophy. The introduction of machinery in factories made the previous forms of instruction and professional apprenticeship superfluous: workers became «human appendices» of machinery. Moreover, the mechanized factory broadened capitalistic exploitation also to teenagers and children by making the use of child-labour easier: they were considered things, mere work instruments. In this situation, Marx did not advocate the abolition of all forms of child-labour; he nevertheless elaborated a new educational concept, based on both productive labour and education, which allowed the working class to seize «intellectual means of production». The struggle for the achievement of such an education was considered by Marx as necessary for the future transformation of society.

Keywords

Industrial capitalism, Child-labour, Working class movement, Workers education, Marxian pedagogy.

Sullo sfondo storico della riflessione pedagogica di Karl Marx (1818-1883) è in atto il progressivo passaggio dalla manifattura alla grande industria, processo collocabile in molti Paesi euroccidentali tra la seconda metà del XVIII e la prima metà del XIX secolo.3 La transizione dalla manifattura alla grande industria determina la scomparsa dell’operaio di mestiere e l’affermarsi di una riorganizzazione produttiva attorno a una nuova figura operaia.

La manifattura, spiega Marx, pur configurandosi come «un meccanismo di produzione i cui organi sono gli uomini» (Marx, 1967, p. 381), è ancora fondata sulla lavorazione di tipo artigianale. Nonostante la divisione manifatturiera del lavoro adatti le operazioni particolari al differente grado di maturità, forza e sviluppo dei lavoratori, tendendo, di conseguenza, a una più accentuata frammentazione dell’attività lavorativa e all’estensione dello sfruttamento produttivo anche a donne e a minori, tale tendenza finisce per fallire «per le abitudini e per la resistenza degli operai maschi adulti» (Marx, 1967, p. 411). Nella manifattura, pertanto, soprattutto «per lavori particolari più difficili rimane necessario un più lungo periodo di apprendistato, e questo periodo viene mantenuto gelosamente dagli operai» (Marx, 1967, p. 411).

Detto in altre parole, anche se nella divisione manifatturiera del lavoro l’attività artigianale si frammenta (e, di conseguenza, il lavoratore perde la capacità di realizzare interamente il prodotto), tale divisione del lavoro viene ancora a configurarsi come combinazione di mestieri differenti entro la quale l’abilità del singolo operaio resta una condizione necessaria e decisiva per la produzione. Nella manifattura, dunque, il processo di valorizzazione del capitale incontra ancora un limite:

Poiché a fondamento della manifattura rimane l’abilità artigiana e poiché il meccanismo complessivo che funziona in essa non possiede un’ossatura oggettiva indipendente dai lavoratori stessi, il capitale lotta continuamente con l’insubordinazione degli operai (Marx, 1967, p. 411).

Il capitale supera la dipendenza dalle abilità degli operai mediante l’introduzione delle macchine e la separazione tra scienza e lavoro all’interno della fabbrica. L’introduzione delle macchine, infatti, sopprime l’attività di tipo artigianale come principio regolatore della produzione (abbattendo così i limiti che quello stesso principio imponeva al dominio del capitale sul lavoro), rovesciando il rapporto tra operaio e strumenti di lavoro:

Nella manifattura e nell’artigianato l’operaio si serve dello strumento, nella fabbrica è l’operaio che serve la macchina. Là dall’operaio parte il movimento del mezzo di lavoro, il cui movimento qui egli deve seguire. Nella manifattura gli operai costituiscono le articolazioni di un meccanismo vivente. Nella fabbrica esiste un meccanismo morto indipendente da essi, e gli operai gli sono incorporati come appendici umane (Marx, 1967, p. 467).

L’introduzione delle macchine determina una più rapida variazione del lavoro, fluidità delle funzioni, mobilità dell’operaio in tutti i sensi, e rende anche superflue le precedenti forme di istruzione e di apprendistato. Il fenomeno viene richiamato in alcuni passaggi del primo libro de Il capitale. In Inghilterra, spiega Marx, le laws of apprenticeship, con il loro settennato di tirocinio, restano in vigore fino alla fine del periodo della manifattura, per poi essere «buttate all’aria» dalla grande industria (cfr. Marx, 1967, p. 411).

La conseguenza è un più facile impiego e sfruttamento di forza-lavoro minorile. Nelle tipografie inglesi, ad esempio, prima si aveva un passaggio degli apprendisti dai lavori più facili ai lavori più importanti, che corrispondeva appunto al sistema dell’antica manifattura e dell’artigianato. Gli apprendisti percorrevano un corso di istruzione fino a diventare tipografi finiti. Il saper leggere e scrivere era per tutti un requisito del mestiere.

Tutto ciò cambia con l’introduzione della macchina tipografica. Questa macchina, infatti, usa prevalentemente due specie di operai: un operaio adulto, il sorvegliante della macchina, e «ragazzi da macchina», di età compresa tra gli undici e i diciassette anni, la cui occupazione consiste unicamente nello stendere il foglio di carta sotto la macchina o nel tirarne fuori il foglio stampato.

Questi ragazzi, fa notare Marx, faticano in questa operazione anche per quattordici, quindici e perfino sedici ore ininterrottamente durante alcuni giorni della settimana. Spesso lavorano anche per trentasei ore consecutive, con due sole ore di riposo per consumare i pasti e per dormire. Gran parte di questi ragazzi non sa leggere (cfr. Marx, 1967, pp. 531-532).

L’introduzione delle macchine, dunque, permette un più facile impiego e sfruttamento di forza-lavoro minorile (e femminile). Così, anche i bambini e i ragazzi (e le donne) vengono presto trasformati in «schiavi del salario», ossia in individui che, in una condizione di privazione totale e di riduzione integrale dell’umano a merce, sono permanentemente costretti, per vivere, a vendere l’uso della propria capacità lavorativa ai proprietari dei mezzi di produzione e a fornire ad essi il pluslavoro. Nel ventitreesimo capitolo del primo libro de Il capitale (1867), intitolato Macchine e grande industria, si legge:

In quanto le macchine permettono di fare a meno della forza muscolare, esse diventano il mezzo per adoperare operai senza forza muscolare o di sviluppo fisico immaturo, ma di membra più flessibili. Quindi lavoro delle donne e dei fanciulli è stata la prima parola dell’uso capitalistico delle macchine! Questo potente surrogato del lavoro e degli operai si è così trasformato subito in un mezzo per aumentare il numero degli operai salariati irreggimentando sotto l’imperio immediato del capitale tutti i membri della famiglia operaia, senza differenza di sesso e di età.

Il lavoro coatto a vantaggio del capitalista ha usurpato non solo il posto dei giuochi fanciulleschi, ma anche quello del libero lavoro nella cerchia domestica, entro limiti morali, a vantaggio della famiglia stessa. Il valore della forza-lavoro era determinato sia dal tempo di lavoro necessario per mantenere l’operaio adulto individuale, sia da quello necessario per il mantenimento della famiglia dell’operaio.

Le macchine, gettando sul mercato del lavoro tutti i membri della famiglia operaia, distribuiscono su tutta la famiglia il valore della forza-lavoro dell’uomo, e quindi svalorizzano la forza-lavoro di quest’ultimo. L’acquisto della famiglia frazionata ad esempio in quattro forze-lavoro costa forse più di quanto costasse prima l’acquisto della forza-lavoro del capofamiglia, ma in cambio si hanno ora quattro giornate lavorative invece di una, e il loro prezzo diminuisce in proporzione dell’eccedenza del pluslavoro dei quattro sul pluslavoro dell’uno. Ora, affinché una sola famiglia possa vivere, quattro persone devono fornire al capitale non solo lavoro, ma anche pluslavoro. Così le macchine allargano fin dal principio anche il grado di sfruttamento, assieme al materiale umano da sfruttamento che è il più proprio campo di sfruttamento del capitale (Marx, 1967, pp. 437-438).

Marx denuncia più volte l’estensione dello sfruttamento capitalistico ai figli della classe operaia, anch’essi ridotti ad «appendici umane» delle macchine e sottoposti all’estorsione del pluslavoro. Già nel Manifesto del Partito Comunista, ad esempio, gli autori4 fanno notare che quanto meno il lavoro esige abilità ed esplicazione di forza, ossia quanto più si sviluppa l’industria moderna, tanto più il lavoro degli uomini viene rimpiazzato da quello delle donne e dei minori.

Per la classe operaia sfumano così le differenze di sesso e di età: «ormai ci sono soltanto strumenti di lavoro che costano più o meno a seconda dell’età e del sesso» (Marx e Engels, 1998, p. 15). Il bambino, in quanto forza-lavoro meno produttiva del lavoratore adulto, viene peggio trattato e peggio pagato. Così, ad esempio, i turni di notte spettano quasi sempre ai minorenni, mentre gli adulti dormono per essere più attivi il giorno dopo.

In una pagina de Il capitale, Marx arriva a paragonare la condizione dei ragazzi impiegati nelle filande di Nottingham a quella degli schiavi neri negli Stati Uniti d’America:

Alle due, alle tre, alle quattro del mattino, fanciulli di nove o dieci anni vengono strappati ai loro sporchi letti e costretti a lavorare fino alle dieci, undici, dodici di notte, per un guadagno di pura sussistenza; le loro membra si consumano, la loro figura si rattrappisce, i tratti del volto si ottundono e la loro umanità s’irrigidisce completamente in un torpore di pietra, orrido solo a vedersi […]. Noi declamiamo contro i piantatori della Virginia e della Carolina. Ma il loro mercato dei negri, con tutti gli orrori della frusta e del traffico di carne umana, è proprio più detestabile di questa macellazione lenta di esseri umani, che ha luogo allo scopo di fabbricare veli e collarini a vantaggio di capitalisti? (Marx, 1967, pp. 278-279).

Di fronte a questi scenari, Marx da un lato si preoccupa di studiare le esigenze della nuova società industriale in relazione all’educazione, dall’altro pone l’attenzione sul problema dell’educazione dei figli della classe operaia, problema, questo, «dimenticato da molti educatori anche progressisti nell’800» (Gelpi, 1967, p. 376).

Marx, innanzitutto, sostiene che la tendenza dell’industria a impiegare il lavoro dei ragazzi sarebbe in sé positiva e progressista, se non fosse attuta in forma di spaventoso e orribile sfruttamento:

Noi consideriamo la tendenza della industria moderna ad attrarre fanciulli e adolescenti dei due sessi alla collaborazione nell’opera della produzione sociale come una tendenza progressiva, salutare e giusta, sebbene il modo in cui questa tendenza viene attuata sotto il dominio del capitale sia orribile (Marx, 2008, p. 111).

E pur giudicando negativamente anche l’istruzione svolta nella fabbrica capitalistica, Marx, sulla scorta dell’esperienza di Robert Owen,5 è convinto che in essa si possa rinvenire «il germe dell’educazione dell’avvenire»:

Dal sistema della fabbrica, come si può seguire nei particolari negli scritti di Robert Owen, è nato il germe della educazione dell’avvenire, che collegherà, per tutti i bambini oltre una certa età, il lavoro produttivo con l’istruzione e la ginnastica, non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico metodo per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo (Marx, 1967, p. 530).

Pertanto, spiega Antonio Santoni Rugiu, secondo Marx non bisogna respingere il «nesso prezioso lavoro-formazione», ma bisogna puntare all’eliminazione dello sfruttamento e all’«esaltazione di quel nesso» (Santoni Rugiu, 1976, p. 34). In altri termini, Marx non si dichiara a favore dell’abolizione di ogni forma di lavoro minorile per mirare all’opposto, ossia all’ingresso dei bambini e dei ragazzi operai nella scuola «disinteressata» e avulsa dall’esperienza lavorativa, nella scuola «unilaterale, improduttiva e prolungata dei bambini appartenenti alle classi superiori e alle classi medie» (Marx, 1967, p. 430); al contrario, Marx è fermamente convinto che l’unione tra istruzione e lavoro produttivo (opportunamente tutelato e severamente regolamentato, come vedremo più avanti) costituisca il modello formativo ideale per tutti i ragazzi,6 nonché uno dei più potenti strumenti per la trasformazione della società.

Nel Manifesto del Partito Comunista (1848), ad esempio, Marx ed Engels si pronunciano a favore della «eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale» e della «combinazione dell’istruzione con la produzione materiale» (Marx e Engels, 1998, p. 32). L’abolizione della «forma attuale» del lavoro di fabbrica di bambini e ragazzi e l’unione di istruzione e lavoro produttivo sono principi che tornano, circa venti anni dopo la pubblicazione del Manifesto, nelle Istruzioni ai delegati del consiglio centrale provvisorio redatte da Marx per il primo congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (Ginevra, 3-8 settembre 1866).

Nelle Istruzioni, da un lato viene ribadita la necessità di tutelare «il diritto dei fanciulli e degli adolescenti» contro «un sistema di produzione sociale che degrada l’operaio a semplice strumento per l’accumulazione di capitale, sì che essi [gli operai, ndr] per il loro stato di miseria sono spinti al commercio, anzi alla tratta dei loro stessi figli» (Marx, 2008, p. 111); dall’altro, viene rilanciata l’unione di lavoro produttivo e istruzione: «a nessun datore di lavoro può venir dato dalla società il permesso di usare del lavoro di fanciulli o di adolescenti, se non a patto che quel lavoro produttivo sia legato con l’istruzione» (Marx, 2008, p. 112). Nella Critica del programma di Gotha (1875), infine, Marx afferma che:

Il divieto generale del lavoro dei fanciulli è incompatibile con l’esistenza della grande industria, ed è perciò un vano, pio desiderio. La sua attuazione — quando fosse possibile — sarebbe reazionaria, perché se si regola severamente la durata del lavoro secondo le diverse età e si prendono altre misure precauzionali per la protezione dei fanciulli, una combinazione tempestiva tra il lavoro produttivo e l’istruzione è uno dei più potenti mezzi di trasformazione della odierna società (Marx, 1966, p. 974).

Per queste ragioni, a giudizio di Marx occorre abbinare alla lotta per la riduzione e la regolamentazione della giornata lavorativa — che preveda, tra le altre cose, anche la proibizione dell’occupazione «di tutte le persone dai nove ai diciassette anni nel lavoro notturno e nei mestieri dannosi alla salute» (Marx, 2008, p. 112) — anche una lotta che consenta alla classe operaia di conquistare un percorso educativo grazie al quale accedere allo studio teorico dei principi generali delle scienze, ossia alla conoscenza delle basi scientifiche dei processi produttivi. Occorre, in altre parole, battersi sia per porre un freno alla tendenziale estensione del tempo di pluslavoro, sia per conquistare un’istruzione volta a superare la scissione tra scienza e lavoro prodottasi nella fabbrica meccanizzata (cfr. Trebisacce, 1985). Con l’introduzione delle macchine, infatti,

le cognizioni, l’intelligenza e la volontà che il contadino o il mastro artigiano indipendente sviluppano […] ormai sono richieste soltanto per il complesso dell’officina. Le potenze intellettuali della produzione allargano la loro scala da una parte perché scompaiono da molte parti. Quel che gli operai parziali perdono si concentra nel capitale, di contro a loro. Questa contrapposizione delle potenze intellettuali del processo di produzione agli operai, come proprietà non loro e come potere che li domina, è un prodotto della divisione del lavoro di tipo manifatturiero. Questo processo di scissione comincia nella cooperazione semplice, dove il capitalista rappresenta l’unità e la volontà del corpo lavorativo sociale di fronte ai singoli operai; si sviluppa nella manifattura, che mutua l’operaio facendone un operaio parziale; si completa nella grande industria che separa la scienza, facendone una potenza produttiva indipendente, dal lavoro e la costringe a entrare al servizio del capitale (Marx, 1967, pp. 404-405).

La proposta pedagogica di Marx, illustrata nelle Istruzioni ai delegati, risiede, come vedremo, nella combinazione di «formazione politecnica» (teorica e pratica), «istruzione intellettuale» e educazione fisica.

Nelle Istruzioni viene innanzitutto ribadito il principio del legame tra istruzione e lavoro produttivo sulla base di una precisa e severa regolamentazione della durata del lavoro secondo le diverse età:

Noi riteniamo necessario che i fanciulli e gli adolescenti di ambo i sessi siano suddivisi in tre classi e trattati differentemente. La prima classe deve estendersi ai fanciulli dai 9 ai 12 anni, la seconda dai 13 ai 15 anni e la terza deve comprendere i giovanetti e le ragazze dai 16 ai 17 anni. Noi proponiamo che l’occupazione della prima classe in un qualche laboratorio o in un lavoro domestico sia limitata a due ore, quella della seconda a quattro, e quella della terza a sei ore. Per la terza classe deve aver luogo un’interruzione dell’orario di lavoro di almeno un’ora per desinare e ricreazione (Marx, 2008, p. 111).

E accanto al lavoro Marx definisce il contenuto pedagogico dell’istruzione:

Per istruzione noi intendiamo tre cose:

Prima: istruzione intellettuale (geistige Erziehung-Bildung).

Seconda: educazione fisica (körperliche Erziehung-Ausbildung), quale viene impartita nelle scuole di ginnastica e attraverso gli esercizi militari.

Terza: formazione politecnica (politechinische Ausbildung- Erziehung), che trasmetta i fondamenti scientifici generali di tutti i processi di produzione, e che contemporaneamente introduca il fanciullo e l’adolescente nell’uso pratico e nella capacità di maneggiare gli strumenti elementari di tutti i mestieri (Marx, 2008, p. 112).

A giudizio di Franco Cambi, il tema centrale della proposta pedagogica marxiana va riconosciuto soprattutto nella nozione di «formazione politecnica» (o «tecnologica», come viene definita altre volte7), che unisce lavoro produttivo e istruzione sviluppando in modo più organico alcuni principi già messi in luce da Owen (cfr. Cambi, 1994).

La formazione politecnica è, come sappiamo, sia teorica (volta a trasmettere «i fondamenti scientifici generali di tutti i processi di produzione») sia tecnico-pratica (volta a introdurre «il fanciullo e l’adolescente nell’uso pratico e nella capacità di maneggiare gli strumenti elementari di tutti i mestieri»). La sua centralità, dunque, non rinvia a una proposta che orienta l’istruzione in senso meramente praticistico o «multiprofessionale», ossia come continuo adattamento ai mutamenti permanenti della base tecnica della produzione.8

Come fa notare Mario Alighiero Manacorda:

L’orientamento praticistico e professionale dell’istruzione non è cosa di Marx, bensì, occorre pur dirlo, del sistema capitalistico che egli denuncia. Si veda il pensiero nel Capitale, là dove egli, parlando della formazione dei lavoratori del commercio, osserva appunto che «la produzione capitalistica orienta verso la pratica i metodi di insegnamento». Ancora una volta, l’accusa, che si tende a rivolgere alla pedagogia marxista, di aver di mira soltanto la tecnica, di auspicare una scuola volta soltanto alla formazione pratica, di non saper pensare che in termini di homo oeconomicus, non è altro che ciò che Marx individua e critica come un limite della società capitalistica. Non è il marxismo, ma è il capitalismo, è la produzione capitalistica che — come Marx denuncia — limita per i lavoratori l’istruzione alla pratica (Manacorda, 2008, p. 245).

Obiettivo della formazione politecnica è «l’uomo che lavora non solo con le mani ma anche con il cervello», ossia l’uomo consapevole del processo che svolge, l’uomo che domina mentalmente il processo produttivo anziché esserne ciecamente dominato. La formazione politecnica, inoltre, non sostituisce ma affianca l’«istruzione intellettuale». Spiega ancora Manacorda:

Per la sua sostanza questo documento [le Istruzioni ai delegati del 1866, NdR] è immediatamente rapportabile al Manifesto, del quale […] rende più espliciti gli elementi socialisti: abolizione della forma odierna del lavoro di fabbrica dei fanciulli, e unione dei due termini inscindibili, istruzione e lavoro produttivo. Quanto ai tre momenti in cui Marx articola l’istruzione — intellettuale, fisica, politecnica — […] si deve osservare […] che gli altri due momenti sono considerati, appunto, come due cose diverse: l’istruzione tecnologica [o politecnica, NdR] non assorbe, non sostituisce la formazione intellettuale. Quest’ultima, d’altronde, non trova specificazioni in questo contesto, evidentemente come cosa che può, in un certo senso, essere concepita più o meno secondo moduli tradizionali; mentre l’istruzione politecnica viene specificata, con l’indicazione del suo aspetto teorico (non tuttavia sostitutivo di ogni formazione intellettuale) e di quello pratico, l’uno e l’altro volti ad abbracciare, onnilateralmente, i fondamenti scientifici di tutti i processi di produzione e gli aspetti pratici di tutti i mestieri (Manacorda, 2008, pp. 198).

Nel progetto pedagogico marxiano, dunque, l’istruzione per cui la classe operaia deve battersi non si limita alla sola formazione politecnica, ma comprende anche la formazione culturale e politica. La conquista della formazione politecnica è tuttavia ritenuta di primaria importanza nella lotta per il superamento comunistico della società classista: per emancipare se stessa e il genere umano dal dominio e dallo sfruttamento di classe, infatti, la classe operaia deve appropriarsi delle forze produttive, dunque anche dei fondamenti scientifici generali dei processi produttivi, dei mezzi intellettuali della produzione,9 in vista dell’autodeterminazione produttiva e politica. Con le parole di Marx:

Se la legislazione sulle fabbriche, che è la prima concessione strappata a gran fatica al capitale, combina col lavoro di fabbrica soltanto l’istruzione elementare, non c’è dubbio che l’inevitabile conquista del potere politico da parte della classe operaia conquisterà anche all’istruzione tecnologica teorica e pratica il suo posto nelle scuole degli operai (Marx, 1967, p. 535).

Nella futura società senza classi l’uomo non sarà più degradato a strumento di una produzione finalizzata all’aumento illimitato della ricchezza della classe capitalistica, ma sarà il fine della produzione. Le forze produttive ipersviluppate dal modo di produzione capitalistico saranno razionalmente orientate al soddisfacimento dei bisogni di tutti gli uomini, alla creazione di benessere e tempo libero per tutti.10 E l’unione tra lavoro produttivo e formazione politecnica, istruzione intellettuale e educazione fisica — afferma Marx — «innalzerà la classe operaia molto al di sopra delle classi superiori e medie» (Marx, 2008, p. 112), ossia «molto al di sopra» delle classi dirigenti dell’attuale società capitalistica.11

Bibliografia

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Santoni Rugiu A. (1976), Introduzione. In K. Marx, L’uomo fa l’uomo, antologia a cura di A. Santoni Rugiu, Firenze, La Nuova Italia, pp. 1-35.

Trebisacce G. (a cura di) (1985), Materialismo storico e educazione, Reggio Calabria, Gangemi.


1 Ricercatore TDB di Storia della Pedagogia presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila.

2 TDB Researcher of History of Pedagogy at the Department of Human Sciences of the University of L’Aquila.

3 L’organizzazione capitalistica del lavoro attraversa tre fasi storiche fondamentali (cooperazione semplice, manifattura e grande industria), che da un lato caratterizzano l’aumento della produttività e, dall’altro, segnano una sempre più accentuata scomposizione dell’attività in tante operazioni assegnate a singoli individui (specializzazione) e una crescente subordinazione del lavoratore.

4 Di Friedrich Engels (1820-1895) si veda anche La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845).

5 Robert Owen (1771-1858) istituì sale d’asilo per i bambini più piccoli e scuole per i più grandi. Nella sua fabbrica non occupò bambini al di sotto dei dieci anni, e collaborò all’approvazione delle prime leggi inglesi tendenti a limitare lo sfruttamento del lavoro minorile. Per i piccoli operai del suo opificio dimezzò l’orario di lavoro perché potessero frequentare la scuola annessa alla fabbrica. La fama di Owen come educatore è legata principalmente a queste due iniziative: la scuola per operai fanciulli e adolescenti e la sala d’asilo per i bambini piccoli. La fusione di studio e lavoro adottata a New Lanark rispondeva all’obbiettivo pedagogico di una formazione armonica della personalità (cfr. Badaloni e Bertoni Jovine, 1966, p. 94).

6 Questa idea è frutto in Marx dello studio e della lettura attenta delle relazioni prodotte dagli ispettori del lavoro, che per ordine dello Stato visitano periodicamente le industrie inglesi. Gli ispettori sono infatti colpiti dal fatto che i ragazzi che lavorano in fabbrica e che contemporaneamente studiano approfittano dell’insegnamento più di coloro che ricevono solo una preparazione teorica e avulsa dall’esperienza lavorativa.

7 Sulla differente terminologia usata da Marx (istruzione «politecnica» e «tecnologica») si veda Manacorda, 2008, pp. 201-202.

8 Marx sottopone a critica il modello di istruzione multiprofessionale che la classe capitalistica propone per la classe operaia. Il modello di istruzione multiprofessionale, scrive Marx, consiste nella «preparazione di ogni operaio al più gran numero possibile di attività industriali, in modo che, se viene allontanato da un ramo dall’uso di una nuova macchina o da un cambiamento della divisione del lavoro, egli si possa sistemare molto facilmente da qualche altra parte». Questo modello di istruzione, continua Marx, è unicamente vantaggioso per la classe capitalistica e dannoso per la classe operaia: «la conseguenza sarebbe che, se la manodopera fosse eccedente in un ramo dell’industria, questa eccedenza si riverserebbe immediatamente negli altri rami dell’industria, cosicché la diminuzione di salario in un ramo comporterebbe, anche più sicuramente che in precedenza, una riduzione generale dei salari. Al di là di questo, l’industria moderna, rendendo dappertutto il lavoro molto più semplice, quindi più facile da apprendere, fa già sì che un aumento dei salari in un ramo dell’industria provochi immediatamente un afflusso di lavoratori in questo ramo, benché la diminuzione dei salari divenga, in maniera più o meno diretta, generale» (Marx, 1976, pp. 48-49). Dal modello di istruzione multiprofessionale, inoltre, è evidentemente escluso il superamento della scissione tra scienza e lavoro prodottasi nella fabbrica meccanizzata.

9 In una nota de Il capitale vengono riportate le seguenti parole del fabbricante di vetro Geddes: «per quanto io possa vedere, la maggiore quantità di educazione di cui una parte della classe operaia ha fruito negli ultimi anni è stata un male. È pericolosa perché li rende troppo indipendenti» (Marx, 1967, p. 446).

10 «Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione» (Marx, 2006, p. 82).

11 «Si trasferisce in questo obiettivo di lotta […] il principio dell’educazione dell’uomo onnilaterale contrapposto all’uomo unilaterale che era il prodotto della società capitalista» (Bertoni Jovine, 2019, p. 235).

Vol. 9, Issue 2, October 2023

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