Vol. 12, n. 1, aprile 2026 — pp. 109-114

RECENSIONI

Massimo Baldacci (a cura di)

Dizionario critico di pedagogia

Milano, FrancoAngeli, 2025

Nel panorama editoriale italiano, sovraffollato da manuali introduttivi e testi di pronta divulgazione, la pubblicazione di un Dizionario critico di pedagogia costituisce un gesto controcorrente, quasi inattuale e, proprio per tale ragione, necessario. L’opera — notevole per ampiezza di riferimenti e per rigore concettuale e metodologico — si presenta sin dalle prime pagine come un oggetto teorico, un atto in difesa del pensiero, che intende sottrarsi alla logica dell’immediatezza, della semplificazione e dell’appiattimento terminologico che da anni costituiscono una grave minaccia per il discorso pedagogico e non solo.

In un’epoca in cui molte sono le parole spese in tema di educazione, ma non altrettanto è l’impegno destinato al pensiero sull’educazione, si tratta di un vero e proprio atto politico-culturale: denunciare derive riduzionistiche, impoverimenti concettuali e slittamenti semantici che infestano il linguaggio educativo corrente.

Il suo incipit già ne delinea il campo di azione e le ragioni profonde, con spiccata chiarezza: «La terminologia di una disciplina, la sua rete concettuale, rappresenta un aspetto fondamentale della sua “epistemologia” interna. L’autonomia di una forma di sapere richiede il possesso di un proprio linguaggio, caratterizzato da un insieme specifico di termini o concetti fondamentali che lo distinguono da altri domini conoscitivi e ne definiscono una prospettiva epistemica peculiare». È questo, dunque, l’intento del Gruppo di Pedagogia Teorica della Società Italiana di Pedagogia, a cui afferiscono autrici e autori dei lemmi presenti nel Dizionario, coordinato dal Prof. Massimo Baldacci: affiancare alla riflessione teorica intorno ai problemi e ai metodi dell’educazione, in stretta interrelazione con le pratiche educative, un attento lavoro di demarcazione e di analisi del lessico proprio di questo campo di studi. Si tratta, pertanto, di una questione epistemologica cruciale che ha a che fare con l’autonomia scientifica stessa della Pedagogia: individuare parti essenziali della struttura, anzitutto linguistica, entro la quale quel discorso può darsi, per chiarirne, tramite una postura critica, da un lato, i significati fondamentali, e, dall’altro, la loro evoluzione storica in relazione ai molteplici paradigmi pedagogici e alle tradizioni teoriche che hanno influito su di essi.

Il volume intende restituire profondità critica al pensiero educativo: nasce dichiaratamente come strumento destinato a offrire uno spazio di chiarificazione concettuale che protegga il discorso pedagogico dalle derive retoriche e dalle torsioni semantiche che, nel tempo, hanno reso opachi molti dei termini cardine del lessico educativo. Non vuole, infatti, offrire definizioni neutrali e pacificate, non si propone quale strumento di consultazione rapida, quale repertorio terminologico o manuale per aspiranti tecnici dell’educazione, bensì si prefigge l’obiettivo di restituire, per ciascuna voce, la densità teorica, le genealogie intellettuali, le controversie irrisolte e, soprattutto, gli equilibri concettuali che sostengono — o che potrebbero sostenere — la riflessione pedagogica. Ogni lemma si configura, dunque, quale dispositivo di disvelamento.

Tale postura critica orienta l’intera opera. Il volume costituisce un vero e proprio atlante concettuale, in cui i termini non vengono affrontati come slogan operativi, ma come snodi teorici che richiedono un lavoro di decostruzione e di ricontestualizzazione, epistemologica e politica. Il lettore si accorge presto che questo dizionario non è pensato per risolvere dubbi, bensì per generarne di nuovi: non consola, ma inquieta. Uno dei meriti maggiori dell’opera risiede nella scelta metodologica su cui si fonda, imperniata sul rigoroso approfondimento circa l’evoluzione storica di ogni concetto proposto, sul confronto in gruppo riguardante le questioni controverse e, in sostanza, sulla scelta di non ricercare un’uniformità artificiale. Le voci sono diverse, gli approcci molteplici, ma la curatela assicura coerenza metodologica e rigore concettuale. Ciò permette una dialettica interna feconda: il lettore non incontra un sistema chiuso, bensì un campo di tensioni, in cui emergono problemi aperti e non soluzioni consolidate. Si tratta, dunque, di un antidoto salutare al dogmatismo che spesso affligge testi pedagogici che si presentano come «operativi».

In un’epoca in cui il linguaggio educativo rischia di trasformarsi in una sorta di neolingua tecnico-burocratica — alimentata da parole d’ordine come «efficacia», «performance», «accountability», «innovazione», «competenze chiave» — il Dizionario critico restituisce al pensiero pedagogico la sua dimensione di ricerca teorica, di interrogazione sulla condizione umana, sulle finalità dell’educazione e sulla sua natura. Lungi dall’aderire alla retorica dei «saperi utili», il volume propone un lessico che restituisce alla pedagogia la sua problematicità oltre che le dimensioni etiche e relazionali che le sono proprie. Altresì, di particolare valore è il rapporto tra definizione concettuale e collocazione storica di ogni lemma: ognuno di questi è situato all’interno di tradizioni teoriche, svolte culturali e controversie scientifiche. Ne emerge un’idea di pedagogia quale disciplina attraversata da densi conflitti: tra dimensione soggettiva e dimensione sociale, tra aspirazioni emancipative e vincoli istituzionali, tra autonomia professionale e pressioni valutative, tra finalità educative e didattiche. Il volume non si propone di risolvere tensioni, non avanza sintesi accomodanti, anzi, insiste nel mostrare la natura dialettica del pensiero educativo e, dunque, la sua intrinseca vitalità.

È qui che l’opera acquista, inoltre, una particolare rilevanza politica. Nella stagione della learnification (Biesta, 2010) il discorso pedagogico è spesso ridotto a dispositivo tecnico, funzionale al governo dell’apprendimento e alle logiche della valutazione standardizzata.

Il Dizionario critico si colloca nettamente altrove: riporta l’educazione dentro il terreno del pensiero, dell’interpretazione, della critica. Pertanto, è un gesto controcorrente con profonde implicazioni. Al tempo stesso, il volume costringe chi legge a rendersi conto che il linguaggio educativo non è mai innocente. Termini come relazione educativa, emancipazione o educazione alla democrazia emergono nella loro ambivalenza: volti all’ampliamento dei diritti, così come passibili di utilizzo nell’ambito della legittimazione di nuove forme di subordinazione; in relazione a processi emancipativi, tanto quanto utilizzabili nell’ambito di dinamiche di controllo.

Il merito del Dizionario è proprio quello di non assecondare alcuna retorica: ogni concetto, anche il più celebrato, è riportato al vaglio del pensiero critico. Esso si pone in aperta contrapposizione non tanto a frivolezze terminologiche, quanto piuttosto a vere e proprie ristrutturazioni ideologiche che si propongono di svalutare la funzione educativa, neutralizzandone la portata emancipativa.

La struttura del volume contribuisce a questa operazione critica: il lettore è invitato a un movimento continuo tra le voci, a intrecciare significati, a scoprire connessioni inaspettate. In questo senso, il Dizionario si configura quale mappa concettuale aperta che non pretende di chiudere il discorso, ma di renderlo più esigente, più attento, più consapevole delle proprie radici teoriche e dei propri orizzonti.

Non mancano certo alcuni limiti, primo tra tutti la limitatezza del numero dei lemmi, che però contribuiscono alla franchezza dell’opera. L’approccio teorico potrebbe risultare ostico a lettori non specialisti o a insegnanti in cerca di risposte operative immediate; le voci, pur chiare, presuppongono un bagaglio concettuale non elementare.

D’altronde, la pedagogia non può essere ridotta a un manuale di istruzioni e ricette pronte per l’uso: richiede un pensiero che sappia sostare nella complessità. In tal senso, ciò che potrebbe apparire come un limite è, al contrario, un atto di coerenza epistemologica.

L’opera richiede un lettore disposto a confrontarsi con l’esigenza teorica, non un consumatore di ricette. Al contempo, tale limite è la prova che il volume mantenga una posizione non negoziabile: la pedagogia non è una tecnica e chi pretende di ridurla a ciò tradisce la sua natura. Formarsi al pensiero educativo non significa appropriarsi di un lessico alla moda, ma sottrarsi alla pressione delle retoriche dominanti e riappropriarsi della lentezza del concetto. Il Dizionario critico insiste su questo punto con un rigore ostinato — e ben venga questa ostinazione.

Alla fine della lettura, ciò che rimane non è tanto la familiarità con un bagaglio lessicale rinnovato, quanto l’impressione di avere attraversato un territorio intellettuale che restituisce dignità alla disciplina pedagogica. Il volume invita il lettore e la lettrice a ripensare criticamente molte delle categorie che guidano il proprio agire educativo. È, per molti versi, un’opera che esorta a un atto di maturità: assumersi la responsabilità del proprio pensare, sottraendosi alla superficialità dei linguaggi prefabbricati, con la consapevolezza della portata e della densità dei termini che utilizza.

In un contesto culturale in cui l’educazione rischia di essere assorbita nei dispositivi tecnici della misurazione o della governance scolastica, il Dizionario critico di pedagogia rappresenta un intervento marcatamente posizionato a livello politico-culturale. Non offre risposte rassicuranti, ma apre domande essenziali. Non semplifica, ma chiarifica. Non risolve con ricette facili, ma problematizza. Si tratta di un volume che non si limita a illustrare concetti: li interroga, li sfida, li restituisce alla loro complessità. In conclusione, si può dire che il Dizionario critico di pedagogia compie esattamente ciò che promette: riapre la discussione dove molti avrebbero voluto chiuderla; restituisce profondità alle parole là dove sono state svuotate; ricorda che la pedagogia, prima di essere applicazione, è pensiero. L’opera non tranquillizza il lettore: lo interpella, lo costringe a rifiutare la pigrizia concettuale e i riflessi condizionati della moda educativa. Proprio mentre il lessico si assottiglia, perde spessore, diventa un susseguirsi di parole-feticcio — competenza, inclusione, valutazione, innovazione, merito — che invocano più consenso che comprensione, il Dizionario critico rappresenta uno dei contributi più significativi oggi disponibili per chi voglia sottrarsi al grigiore del linguaggio educativo dominante.

È un libro che invita a pensare in modo autonomo e intenzionale, in una consapevole relazione con la profonda densità di ogni concetto. E, in tempi così confusi, non è un contributo da poco.

Marco Iori

Antonio Cantaro

Amato popolo, Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie

Milano, Bordeaux, 2022

Tra gli odierni spettri che si aggirano nel mondo, il populismo sembra uno di quelli che suscitano le maggiori preoccupazioni. I tentativi di esorcizzarlo, di mostrare la sua tendenza a favorire involuzioni demagogiche della vita politica, sono ricorrenti. Il carattere regressivo del populismo è così diventato quasi un luogo comune del discorso pubblico, particolarmente di quello che si vuole presentare come progressista. Ma, come ogni luogo comune, esso inclina ad assumere un profilo acritico. Appare perciò una salutare sferzata il volume di Antonio Cantaro, già professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università Carlo Bo di Urbino, intellettuale critico come ce ne sono ormai pochi in circolazione nel nostro Paese.

Il volume raccoglie una serie di saggi che ruotano unitariamente attorno a due fuochi: la questione del populismo, e il modo in cui Pasolini si era posto il problema del popolo. E proprio questa struttura bifocale conferisce al volume un carattere complesso e articolato, al quale è difficile rendere giustizia nello spazio di poche righe. Cercherò, pertanto, di presentare un rapido percorso che — senza esaurirne la ricchezza di spunti — ne metta in luce alcuni aspetti per me di particolare rilevanza, anche rispetto alla tematica pedagogica.

Innanzitutto, contro la tendenza sopra evidenziata, Cantaro sceglie invece di mostrare il carattere problematico della categoria del populismo, asserendo incisivamente che: «Il populismo […] è come il colesterolo: c’è quello cattivo e c’è quello buono» (p. 84). Un esempio di populismo buono è quello che ha caratterizzato l’Italia nel periodo dal 1943 al 1948, dalla Resistenza al varo della Costituzione, durante il quale il popolo ha saputo diventare forza costituente e organo costituzionale. Un esempio di populismo cattivo è quello immaginato da Renzi in connessione con il suo tentativo di riforma: un popolo ridotto a mero ammasso di gente, destituito di profilo politico e morale. C’è populismo e populismo, dunque. Si tratta di una categoria problematica, non basta liquidarla sommariamente, occorre esaminare in modo analitico la fisionomia specifica e concreta che assume via via nel corso della storia.

Un riferimento paradigmatico è però rappresentato dall’atteggiamento di Pasolini (probabilmente, per questo motivo l’autore ha pubblicato il volume nel cinquantesimo della morte del poeta). Il Pasolini che non solo non esita a dichiarare il proprio amore per il popolo, ma che rappresenta anche «l’ultimo intellettuale della «scuola italiana» che si è misurato con il tema del rapporto organico tra intellettuali e popolo» (p. 63). Un rapporto, osserva Cantaro, che era legato al grande tema dell’emancipazione delle classi subalterne, e che oggi — nell’epoca dell’egemonia neoliberista — sembra essere scomparso dall’orizzonte del discorso politico-culturale progressista. Qui, l’analisi di Cantaro diviene gravida anche di implicazioni pedagogiche. Tornare al Pasolini gramsciano, che si pone il problema del rapporto tra intellettuali e popolo in forma critica (anche aspramente critica e quasi disperata, basta pensare al film Uccellacci e uccellini (1964), nel quale viene rappresentato il fallimento dell’intellettuale-corvo marxista, prigioniero di un rapporto ancora intriso di paternalismo verso i sottoproletari Innocenti padre e figlio), significa infatti porre anche un problema pedagogico fondamentale. Infatti, come aveva visto Gramsci (si veda la nota 44 della parte II del Quaderno 10; Gramsci, Quaderni del carcere, 1975), il rapporto tra intellettuali e popolo, in quanto rapporto egemonico, è sempre anche un rapporto pedagogico. Un rapporto che, nel caso dell’intellettuale democratico, deve essere orientato a favorire un progresso culturale e morale di massa. E su questa linea si potrebbe dire che anche l’atteggiamento di Gramsci verso il populismo è problematico: assume un carattere regressivo quando è improntato a un sostanziale paternalismo, come nel caso del Manzoni; ma può virare in senso positivo quando viene cercato un contatto di taglio emancipatorio col popolo, come viene posto con l’esigenza di una letteratura nazionale-popolare. Così, le riflessioni di Cantaro sulla postura degli odierni intellettuali trovano significativi punti di contatto con l’analisi gramsciana (e quindi con il Pasolini gramsciano), ma appare il frutto di un’analisi lucida e spietata della realtà contemporanea (e vi si può leggere anche un duro monito per la pedagogia odierna, chi ha orecchi per intendere lo faccia).

Come possono essere distinti, oggi, gli intellettuali nel loro modo di rapportarsi col popolo? Per rispondere, Cantaro (p. 32) ricorre a un verso di Dante (O voi ch’avete li ‘ntelletti sani; Inferno, X, verso 63), dividendo tra intellettuali «sani» e «insani». I primi propongono un discorso chiaro e comprensibile, cercano di dire la verità, operano per il progresso culturale e morale del popolo, per la sua emancipazione (potrebbero quindi essere identificati con gli intellettuali democratici gramsciani). Ma oggi sono sempre più rari. Gli intellettuali insani sono invece sempre più numerosi: opportunisti, preoccupati solo della propria carriera, inclini ad abdicare a qualsiasi spirito critico, pronti a entrare al servizio del potere come esperti (il cui compito consiste più nel giustificare decisioni già prese, che nell’indirizzarle), chiusi in un discorso volutamente tecnicistico e scarsamente comprensibile ai non specialisti, disposti a prestarsi per discreditare qualsiasi dissenso. Intellettuali democratici da una parte, regressivi dall’altra. Credo che Cantaro nel riattivare, con Gramsci e con Pasolini, la questione del rapporto tra intellettuali e popolo abbia rimesso al centro una questione politica e pedagogica fondamentale.Nel Discorso sull’economia politica (1755), Rousseau scriveva che «è sicuro che a lungo andare i popoli diventano ciò che il governo li fa diventare. Guerrieri, cittadini, uomini, quando lo vuole, plebe e canaglie, quando lo desidera» (Rousseau, Opere, 1989, p. 105). Considerare il «popolo» come un dato originario è un errore. Un popolo è ciò che diviene in forza di un processo storico e formativo.

Gramsci ha indicato che gli intellettuali sono funzionari decisivi dell’egemonia, e quindi del processo storico di formazione di un popolo. Forse Pasolini ha vissuto la contraddizione tra il suo amore per il popolo nella sua arcaica subalternità e la tensione verso la sua emancipazione. Ma come indica Cantaro (p. 62), proprio questa connessione tra l’amore per il popolo e le istituzioni e la volontà di cambiare il mondo (e quindi anche il popolo) rappresenta la cifra della sua opera. E forse questa è anche un’indicazione politico-pedagogica per l’attualità: amare il popolo italiano; non rinunciare a cercare ostinatamente di promuovere una sua riforma culturale e morale.

Massimo Baldacci

 

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