Quale relazione tra commitment e apprendimento organizzativo? Un caso di studio in un’organizzazione italiana

Andrea Laudadio, Francisco Javier Fiz Perez

Alcuni aspetti critici della cosiddetta «società della conoscenza» appaiono particolarmente rilevanti: l’estensione delle ore lavorative che diventa, talvolta, sotto l’etichetta della «flessibilità», una disponibilità continua al lavoro (Bourdieu, 1998); l’aumento della flessibilità dei lavoratori; la totale appropriazione da parte di imprenditori o organizzazioni del «tempo di vita» (quella che Gorz, nel 2003, ha chiamato «la mobilitazione totale della personalità del lavoratore»); la «corrosione del carattere» (Sennett, 1998), ovvero, la richiesta ai lavoratori di utilizzare maggiormente nel lavoro il proprio tempo e la propria esperienza. Sembra che per raggiungere gli obiettivi economici sia sempre più importante l’interdipendenza fra alcuni fattori organizzativi (ad esempio, la fiducia, la sicurezza, l’expertise) e alcuni fattori individuali (sia di chi è nella posizione di insegnare, sia di chi è nella posizione di apprendere). È dunque necessario sviluppare nuove ricerche che aiutino a comprendere meglio queste interdipendenze. L’articolo, partendo dal ben noto modello di Meyer e Herscovitch (2001), analizza, da un punto di vista sia empirico sia teorico, la relazione tra commitment e apprendimento all’interno delle organizzazioni.

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