Vol. 25, n. 2, giugno 2026 — pp. 91-93
Corrispondenza: Alessandro Monchietto — e-mail: alessandro.monchietto@unito.it
Rubrica
Recensione
Chapman R. (2025), L’impero della normalità. Neurodiversità e capitalismo, Milano, Mimesis
Ne L’impero della normalità (Mimesis, 2025) Robert Chapman tratta la patologizzazione della neurodivergenza come un fatto storico, un prodotto necessario di un ordine economico che ha bisogno di rendere corpi e menti catalogabili e prevedibili per essere più facilmente governabili.
La genealogia proposta nel libro segue la trasformazione che accompagna l’ascesa del capitalismo industriale. Quando macchinari e tempi di lavoro vengono standardizzati, si standardizza anche il lavoratore, e il suo corpo (mente inclusa) viene giudicato «funzionante» o «guasto» in base al potenziale produttivo attribuitogli. L’abilismo, in questa cornice, rappresenta uno degli strumenti di base del sistema: seleziona concretamente in funzione del profitto, non limitandosi a discriminare in astratto.
Questa razionalità si estende ben oltre la fabbrica. Chapman mostra come la modernità applichi la stessa logica allo studio dell’infanzia e alla formazione; lo sviluppo infantile viene così ridotto a una sequenza di tappe obbligate e misurabili, e chi non le attraversa nei tempi e nei modi previsti viene trattato come un problema da correggere. È qui che il libro offre la sua categoria più efficace: l’«impero della normalità», un intreccio di relazioni materiali, pratiche sociali, burocrazie classificatorie, programmi scientifici e pressioni economiche che restringe lo spettro del vivente fino a far coincidere salute, idoneità e produttività.
Chapman costruisce questa genealogia — dal versante statistico e poi eugenetico — attraverso Quetelet e Galton. Egli individua in quest’ultimo, più che nella psichiatria clinica tradizionale elaborata da Kraepelin, il vero architetto del paradigma della patologia, poiché ha fornito la base metafisica per una gestione di massa dei corpi funzionale alla società di mercato. Una tradizione che il libro non attraversa, quella di Canguilhem, permetterebbe di rafforzarla dal versante epistemologico; il filosofo francese mostra, infatti, come alla base dell’edificio della normalità vi sia una confusione tra il normale come dato statistico (la media, la frequenza) e il normativo come giudizio di valore. Il vivente è normale nella misura in cui è capace di istituire nuove norme di vita, l’esatto contrario della conformità a una media. Dove Chapman mostra come la normalità è stata costruita, Canguilhem aiuta a capire perché quella costruzione poggia su un equivoco.
Chapman sottolinea che i successi ottenuti dal movimento per la neurodiversità nel quadro liberale, come le riforme, i linguaggi più inclusivi, le rappresentazioni meno stigmatizzanti, restano fragili quando lasciano intatto il nucleo che produce esclusione, ovvero il lavoro organizzato come competizione, velocità, adattabilità forzata. In un mondo governato dall’imperativo del profitto, l’inclusione rischia infatti di diventare un dispositivo di selezione raffinato attraverso cui accogliere chi può essere ottimizzato, adattare chi è «recuperabile» e celebrare la differenza come vantaggio competitivo quando questa aumenta il rendimento. L’autore definisce «neuro-thatcherismo» questa cattura della neurodiversità da parte della logica aziendale, che riduce la divergenza a un «superpotere» spendibile sul mercato, escludendo chi non può essere messo a valore.
Una parte politicamente significativa del libro si trova nell’analisi del post-fordismo come evento disabilitante di massa. L’economia dei servizi e del lavoro cognitivo esige livelli di socialità, di flessibilità e di elaborazione emotiva senza precedenti, e classifica come difettoso chiunque non li raggiunga.
Il capitalismo avanzato ci stringe tra due condizioni: o ci valorizza come lavoratrici e lavoratori e ci aliena fino alla malattia, o ci svalorizza in quanto surplus e ci abbandona. È ciò che Adler-Bolton e Vierkant chiamano «abbandono estrattivo», quando il sistema produce una classe eccedente, ne estrae profitto attraverso le industrie costruite attorno alla sua gestione, e contemporaneamente la abbandona.
In questo scenario, la neurodiversità emerge come un «collettivo seriale» (Sartre) unito dall’oppressione materiale; lo stesso funzionamento tipico diventa una fase sempre più temporanea, poiché man mano che il capitalismo intensifica le sue pretese neurologiche, lo spazio di ciò che funziona si restringe sempre di più.
La conclusione è severa. Finché l’idea di abilità rimarrà incatenata all’imperativo del profitto e alla misurazione del «potenziale produttivo», e finché continuerà a dominare l’ideologia — tipicamente moderna — che legge la posizione sociale come esito naturale delle capacità individuali, ogni politica di inclusione rischierà di restare cosmetica.
L’unica considerazione che, in conclusione, ci permettiamo di formulare è che Chapman indica con chiarezza da cosa liberarsi, ma un po’ meno verso cosa andare. Nonostante l’autore evochi un «comunismo neurodivergente» basato sul principio «da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni», manca una riflessione sulla dignità del vivere fuori dal recinto della produttività, un pensiero che restituisca senso al presente di chi è già escluso, qui e adesso, senza rimandare tutto a un futuro post-capitalista.
Alla fine, resta una certezza amara: in questo impero, la vera divergenza non è neurologica, ma politica, e risiede nel rifiuto di farsi ingranaggio di una normalità che ci vuole o produttivi, o scarti.
Fabrizio Acanfora, Alessandro Monchietto e Moira Sannipoli