Vol. 19, n. 2, maggio 2020

Introduzione alla Monografia

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità

Scientificità della scrittura dal contesto e del contesto

Vito Minoia1

La situazione del sistema carcerario italiano è problematica e complessa e ci induce a ipotizzare una vera e propria emergenza educativa.

Il carcere in Italia rimane un grande veicolo di selezione sociale, perché se si somma la percentuale degli stranieri alla percentuale degli italiani provenienti dalle quattro grandi regioni meridionali, quindi dalla parte più povera dell’Italia, si arriva quasi all’80% della popolazione detenuta. Dando uno sguardo alla composizione sociale, dal punto di vista dell’istruzione si ha un tasso di analfabetismo in carcere che è il doppio di quello esterno, e allo stesso modo i laureati in carcere sono un ventesimo in percentuale rispetto a quelli in libertà(Associazione Antigone, 2019).

Sono esigue le occasioni di dibattito e di confronto intorno al tema del carcere, delle persone detenute, delle possibilità riabilitative. A vario titolo dovremmo occuparcene, conoscere e rendere visibile quello che rischia altrimenti di essere rimosso.

«Scrivere dal contesto e del contesto» ci ricorda Andrea Canevaro (2013) — rileggendo l’etnologa Germain Tillion (2012), autrice di un libro sul campo di sterminio di Ravensbrück, dove è stata internata — a proposito della scientificità di certe scritture, che inevitabilmente fanno i conti con i contesti da cui traggono origine.

«Scienza carceraria» è una definizione un po’ esagerata per qualificare i bocconi di informazioni che i detenuti strappano una briciola alla volta nella loro prigione, ma queste briciole le accumulano, le confrontano, cercano di verificarle, e ci riflettono su continuamente. Perciò è quasi una scienza (Tillion, 2012, p. 41).

Di buon auspicio è il lavoro di educatori come Adriana Lorenzi, formatrice e insegnante nella Casa Circondariale di Bergamo, che incontra quotidianamente uomini e donne che «accettano di leggere libri, incontrare persone di cultura, discutere e alla fine scrivere di sé e della società per non pensarsi solo come reati che camminano» (Lorenzi, 2019, p. 2).

Competenze da valorizzare quelle del lavoro educativo di «professionisti che aiutano a capire e che animano il desiderio di uscire, cambiati, in condizione di poter esprimere il meglio di sé e non ciò che la legge sociale non può accettare» (Andreoli, 2001).

Quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), con la Sentenza Torreggiani del 2013 ha reso evidente come il sistema penitenziario italiano fosse passato dall’enunciazione costituzionale della finalità rieducativa della pena a una realtà di trattamento carcerario «inumano e degradante», è maturato con gli Stati generali sull’Esecuzione Penale (DM 8, maggio 2015) il desiderio di riformare il sistema penale nazionale. Farlo con una maggiore attenzione alla formazione degli operatori, all’organizzazione del regime penitenziario, al coinvolgimento delle comunità e dei territori nell’esecuzione esterna della pena, necessario per affrontare il problema endemico del sovraffollamento delle carceri, primo elemento di criticità dell’emergenza in atto.

Si è cercato di orientare le riflessioni oltre una concezione meramente custodialistica della pena: superando «le presunzioni legali di irrecuperabilità sociale, riconoscendo a ogni condannato, anche al condannato all’ergastolo, il diritto alla speranza, che rappresenta spesso una spinta motivazionale in grado di promuovere positive evoluzioni psico-comportamentali» (Giostra, 2019, p. X); favorendo, quando possibile, un maggiore utilizzo di sanzioni di comunità, meno desocializzanti.

Negli ultimi anni, mutato lo scenario politico, all’insegna della tutela della certezza della pena, i nostri legislatori hanno cancellato gran parte di quel disegno di riforma, affermando principi molto distanti da quelli che lo avevano ispirato.

Ma un pensiero inclusivo non può tollerare che le condizioni detentive lesive dei diritti della persona siano ancora giustificabili. Non si può pensare che una persona sia colpevole per sempre all’insegna dell’inflessibilità.

Il ricordo dell’esperienza concentrazionaria può aiutare a liberarci dal destino dell’essere predestinati? Solo se costruiamo percorsi di umanizzazione in un futuro che sogniamo, immaginiamo, progettiamo, permettendo a vittime e carnefici di riconoscere e di riconoscersi in una identità plurale fatta di tante sfaccettature (Canevaro, 2018).

Un valido esperimento di giustizia come riconoscimento fu quello promosso da Nelson Mandela quando il regime razzista dei bianchi in Sudafrica crollò senza azioni cruente operando una ricostruzione di comunità su basi nuove ma non smemorate. L’uguaglianza rappresenta una novità che deve essere ancora assimilata dalla società.

Pedagogicamente, tra memoria, storia e innovazione ci attendono nuove ricerche intorno ai Diritti Umani. In onore dello stesso Mandela, testimone di un rinnovato impegno educativo, la Comunità internazionale, grazie alla Commissione delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine e giustizia penale, ha adottato le Mandela Rules (2015), 122 regole che recepiscono il lavoro sugli standard minimi di tutela degli autori di reati, prodotto a Ginevra (Risoluzione ONU del 30 agosto 1955). Pochi anni prima in un clima sociale e culturale animato da diversi padri fondatori che avevano vissuto l’esperienza del carcere, la nostra Costituzione aveva valorizzato il principio di uguaglianza.

Una Carta, quella Costituzionale, ancora oggi «attuale, ma da attuare» (Flick, 2017) attraverso percorsi di valorizzazione della diversità, metodologicamente conseguibile mediante l’adozione di pratiche fondate sulla reciprocità e collaborazione, con il soggetto capace di intraprendere percorsi autoformativi.

Educazione significa anche prevenire le prigionie degli stereotipi, e la cosa non riguarda solo i destinatari del lavoro educativo. Per educare l’altro occorre educare sé stessi, ossia uscire fuori dai confini. Si apprende solo fuori. Educare è un mestiere impossibile: deve continuamente costruire se stesso: educarsi per educare (Canevaro, 2018, pp. 11-12).

Dalla pedagogia che consentiva analisi relegate in dimensioni complementari e/o settoriali in rapporto al progetto educativo globale, bisogna passare a un contesto educativo nel quale promuovere la dignità della persona nella sua integrità.

In questa direzione si collocano i contributi presenti in questa monografia.

  • Significative azioni di inclusione sociale emergono dagli spunti offerti da studi e ricerche che riflettono sulla progettazione educativa in uscita dal carcere nel contributo di Luca Decembrotto o sulla disabilità come nuova frontiera della giustizia nel contributo di Virginia Bilotta e Alessandro Campo, fondati su accostamenti e superamenti della teoria della capacità di Martha Nussbaum. Decembrotto analizza il reinserimento sociale delle persone recluse come uno dei nodi irrisolti e presenta in forma sintetica i risultati di un’indagine svolta all’Università di Bologna tra le persone senza dimora a fine percorso detentivo, con alcune coordinate di progettazione orientata alla comunità. Bilotta e Campo, invece, inquadrando storicamente la clinical legal education, si concentrano sul tema della vita indipendente, che orienta la complessiva attività della «Clinica legale della disabilità», fondata all’Università di Torino da Davide Petrini e Paolo Heritier. I due studiosi esplorano anche il rapporto con le humanities, da cui discende il senso clinico-legale di usare il cinema come mezzo di rappresentazione della disabilità.
  • E se sappiamo quanto sia importante l’assistenza legale in un sistema penale e penitenziario iniquo, con Caterina Benelli, ricercatrice all’Università di Messina, comprendiamo come la scuola rappresenti un’area strategica della formazione in carcere: una sfida per il cambiamento e per l’empowerment delle persone. «Come scarcerare la scuola?»: qui il lavoro di rete è considerato una via necessaria per uscire sempre di più fuori dalle mura, anche attraverso progetti e percorsi che vedono il coinvolgimento del territorio, come gli istituti scolastici e altri enti locali.
  • Una finalità analoga è presente nel Progetto E.S.C.O., che ha coinvolto a Pesaro preadolescenti della Scuola secondaria di primo grado «Galilei» insieme a detenute e detenuti della Casa Circondariale, attraverso il laboratorio espressivo del Teatro Universitario Aenigma di Urbino nel solco delle attività italiane riconosciute dall’Istituto Internazionale del Teatro dell’Unesco.
  • Mariano Dolci, che ha collaborato con Loris Malaguzzi a Reggio Emilia (per trent’ anni è stato responsabile del Laboratorio Comunale di Animazione delle Scuole Comunali dell’Infanzia, ora Laboratorio Rodari) ha agito a lungo anche con un atelier di burattini con finalità terapeutiche presso l’Ospedale Psichiatrico San Lazzaro e presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Dolci illustra come nel contesto carcerario il teatro d’animazione riveli, per l’indubbio valore educativo-inclusivo, una sua specificità rispetto alle altre forme di teatro. Nel suo contributo analizza il contesto francese, intervistando autorevoli esponenti dell’associazione Marionnette et Thérapie relativamente alle applicazioni non forzatamente spettacolari dei burattini.
  • Juan Carlos Martin Quintana e Graziano Pellegrino delle Università di Las Palmas e Tenerife sono intervenuti al XX Convegno internazionale promosso all’Università di Urbino dalla rivista europea «Catarsi, teatri delle diversità» (Urbania, 1-3 novembre 2019). Significativa la loro collaborazione con la Compagnia teatrale Voci Erranti, autrice dello spettacolo La classe con i detenuti del carcere di Saluzzo, ispirato a Don Lorenzo Milani. Gli autori illustrano il risultato di una ricerca effettuata nel 2019 in due prigioni della regione spagnola di Gran Canaria sull’esperienza di 250 genitori detenuti (uomini e donne) e sulle loro preoccupazioni di perdere la relazione con i propri figli. Lo studio si propone come ulteriore obiettivo di sviluppare azioni volte a superare i pregiudizi sociali su detenuti e detenute valorizzando le persone per le loro capacità genitoriali.

Il simposio di Urbania, intitolato Emanciparsi dalla subalternità: teatro, sport e letteratura in carcere è stato dedicato alla figura di Antonio Gramsci, autore delle Lettere dal carcere, capolavoro letterario che racconta gli sforzi e le strategie di sopravvivenza compiuti dall’intellettuale per sopravvivere alla situazione di privazione di libertà. In una lettera alla cognata Tatiana Schucht dell’11 aprile 1927, Gramsci illustra come ciascuno in carcere reagisce in modo diverso, ma tutti devono fare i conti con il regolamento, con le costrizioni che cambiano la sensazione del proprio corpo, dello spazio e del tempo, con la scissione del mondo in un dentro e un fuori e con la crescente difficoltà di tenere insieme questi due mondi (Gramsci, 1965). Si tratta di un suggerimento antropologicamente rilevante per una riflessione sulle trasformazioni molecolari della persona reclusa (Minoia, 2020) e di un ulteriore esempio di scrittura scientifica dal contesto e del contesto.

Bibliografia

Andreoli V. (2001), Il carcere: luogo di sentimenti, «Le due città». Rivista dell’amministrazione penitenziaria, II, 7-8/2001, https://www.leduecitta.it/index.php/613-archivio/2001/luglio-agosto-2001/235-il-carcere-luogo-di-sentimenti-235 (consultato il 24 maggio 2020).

Associazione Antigone (2019), Il carcere secondo la Costituzione, XV rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, http://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione (consultato il 20 maggio 2020).

Canevaro A. (2013), Scrivere dal contesto e del contesto, «L’integrazione scolastica e sociale», vol. 12, n. 1, pp. 11-15.

Canevaro A. (2018), Rinascere in un progetto, «CERCARE, carcere anagramma di» Rivista di Educazione e Formazione, vol. 2, n. 2-3, pp. 6-14.

Flick G.M. (2017), Elogio della Costituzione, Milano, Paoline Editoriale.

Giostra G. (2019), Un grande futuro dietro alle spalle. In Bronzo P. et Al., La riforma penitenziaria: novità e omissioni del nuovo “garantismo” carcerario, Torino, Giappichelli, pp. IX-XVII.

Gramsci A. (1965), 11 aprile 1927. Lettera a Tatiana Schucht. In Caprioglio S. e Fubini E. (a cura di), Lettere dal carcere, Torino, Einaudi.

Lorenzi A. (2019), Editoriale: «Spazio». Diario aperto dalla prigione, Casa Circondariale di Bergamo, n. 11/2019.

Minoia V. (2020), La chiave educativa di un positivo cambiamento attraverso il teatro. Il corpo del condannato in Gramsci, Genet, Kafka, Foucault, «Publifarum», vol. 32, https://www.publifarum.farum.it/index.php/publifarum/article/view/262 (consultato il 20 maggio 2020).

Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners, Adopted by the First United Nations Congress on the Prevention of Crime and the Treatment of Offenders, held at Geneva in 1955, and approved by the Economic and Social Council by its resolution 663 C (XXIV) of 31 July 1957 and 2076 (LXII) of 13 May 1977, United Nations, https://www.refworld.org/docid/3ae6b36e8.html (consultato il 10 maggio 2020).

Stati Generali sull’Esecuzione Penale (2016), Documento finale, https://www.giustizia.it/resources/cms/documents/documento_finale_SGEP.pdf (consultato il 10 maggio 2020).

The United Nations Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners (the Nelson Mandela Rules) (2015), https://www.unodc.org/documents/justice-and-prison-reform/Nelson_Mandela_Rules-E-ebook.pdf (consultato il 10 maggio 2020).

Tillion G. (2012), Ravensbrück, prefazione di T. Todorov, Roma, Fazi.


1 Dottore di Ricerca in Pedagogia della Cognizione all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo.
 

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