Vol. 25, n. 2, giugno 2026 — pp. 94-97

Corrispondenza: Alessandro Monchietto — e-mail: alessandro.monchietto@unito.it

Rubrica

Recensione

Cottini L. (2025), Nel mondo dell’autismo. Sguardi per comprendere e valorizzare, Roma, Carocci

Ci sono volumi che si limitano a prendere posizione in un dibattito; altri, più rari, provano a modificarne la grammatica. Nel mondo dell’autismo. Sguardi per comprendere e valorizzare (Carocci editore, 2025) appartiene a questa seconda tipologia.

Il merito principale del lavoro non risiede soltanto nell’intervenire su una questione oggi cruciale — se l’autismo debba essere ancora inteso come disturbo, oppure riconosciuto come condizione — ma nel mostrare come tale alternativa, assunta in termini rigidi, finisca per essere teoricamente impoverente e pedagogicamente poco produttiva.

È proprio questa tensione a costituire il centro di gravità del volume. L’autismo non viene né dissolto in una generica celebrazione della differenza, né riassorbito in una lettura esclusivamente clinica e correttiva. L’operazione tentata dall’autore è più complessa: riconoscere insieme la presenza di specificità funzionali, la radicale eterogeneità dello spettro e il ruolo decisivo delle barriere ambientali, organizzative e relazionali nel produrre disabilitazione.

La domanda che attraversa l’intero volume non è soltanto «che cosa sia» l’autismo, ma quale idea di educazione, di progetto di vita e di società si renda necessaria quando si rifiuta di considerare la tipicità come misura implicita di ogni esistenza legittima.

Il primo capitolo, con l’esperimento mentale del «mondo rovesciato», è uno dei passaggi più felici dell’opera: un incipit non convenzionale, quasi narrativo, che immagina un pianeta in cui i tratti autistici siano la norma e in cui i neurotipici divengono, paradossalmente, portatori di un «Disturbo da Socialità Eccessiva». Patologizzando, attraverso un continuo gioco di specchi, comportamenti considerati ovvi — il bisogno di socializzare, il ricorso alle metafore, l’attrazione per la novità, il gioco simbolico condiviso —, il testo rende evidente quanto molti di quelli che normalmente consideriamo «sintomi» siano prodotti di una lettura culturalmente situata e di ambienti incapaci di accogliere altre forme di percezione, relazione e organizzazione dell’esperienza. È un passaggio concettualmente forte, che sposta con acutezza il baricentro del discorso: il problema non è più la capacità dell’individuo di mostrarsi adeguato ai contesti, ma la disponibilità dei contesti a rinunciare alla propria pretesa neutralità normativa.

Particolarmente rilevante, in questa direzione, è il terzo capitolo, dove si affronta una delle questioni più difficili e meno eludibili della pedagogia inclusiva, ovvero cosa significhi definire obiettivi funzionali senza assumere la tipicità come misura implicita di valore.

Cottini critica apertamente le pratiche rivolte a reprimere manifestazioni atipiche innocue solo perché socialmente eccentriche, e segnala con forza i rischi del masking, cioè di quel lavoro di mimetizzazione richiesto spesso alle persone autistiche per apparire «più adeguate», ma pagato a caro prezzo sul piano della salute mentale.

In alternativa propone il criterio del bilancio ecologico, che sposta la valutazione degli obiettivi dal piano della mera prestazione a quello del loro valore esistenziale: un obiettivo è sensato non perché avvicina alla presunta tipicità, ma perché migliora la qualità della vita, rispetta desideri e preferenze, favorisce relazioni più autentiche e modifica il modo in cui il contesto risponde alla persona. In questa prospettiva, gli interessi assorbenti cessano di essere automaticamente letti come fissazioni da correggere e diventano risorse da espandere, orientare, rendere generative.

Proprio qui il volume mostra uno dei suoi tratti migliori: la capacità di non cadere né nel paternalismo correttivo né in una pedagogia tanto permissiva quanto deresponsabilizzante. L’autore ricorda che alcune competenze vanno comunque insegnate, anche quando non siano immediatamente desiderate; ma insiste, con altrettanta chiarezza, sul fatto che la loro promozione debba essere giustificata dalla capacità di ampliare le possibilità di vita, di partecipazione e di autodeterminazione della persona.

Un modello ispirato all’ottica dell’ICF — che cerchi di coniugare in un rapporto dialettico la visione individuale e quella sociale — deve, secondo l’autore, considerare strategie che godono di ampia validazione, ma, nello stesso tempo, mantenere forte una tensione etica e abbandonare l’idea secondo cui l’intervento debba mirare a rendere la persona autistica indistinguibile dai coetanei (qualcosa che Cottini non ritiene né possibile, né auspicabile).

Proprio su questo sfondo si colloca la discussione dell’ABA, forse il punto più sensibile dell’intero volume. Le critiche provenienti dal movimento della neurodiversità (il rischio di cancellare l’identità autistica, di produrre apprendimenti meccanici, di ignorare i segnali di rifiuto, di trascurare la validità sociale degli interventi) vengono prese molto sul serio. La risposta proposta non consiste nel completo rigetto delle strategie comportamentali, ma nella loro riformulazione entro modelli più naturalistici, motivanti e relazionali, come gli NDBI, e soprattutto entro una postura professionale segnata da ascolto, «umiltà culturale» e verifica degli effetti sul benessere complessivo della persona e della famiglia.

In questa direzione, la scala di validità personale e sociale proposta nel capitolo appare uno degli strumenti più interessanti del volume, proprio perché sposta il criterio di successo dalla singola abilità appresa al suo impatto sulla qualità della vita. L’idea di evidence-based education viene così sottratta a una visione rigida e medicalizzata dell’evidenza e viene ridefinita in modo più ampio, interrogando non solo ciò che «funziona», ma anche per chi, quando e come una strategia produce effetti nei contesti reali.

Il capitolo conclusivo è forse quello in cui la portata culturale del libro emerge con maggiore nettezza. Qui l’«onere» viene spostato definitivamente dall’individuo alla società, o meglio al rapporto fra organizzazione sociale e differenze umane. La distinzione tra ospitalità e cittadinanza è, da questo punto di vista, una delle acquisizioni più efficaci. Accogliere qualcuno in un ambiente rimasto identico a se stesso significa, in fondo, tollerarne la presenza come eccezione; costruire un ambiente accessibile, modificabile e sensibile alle differenze significa invece riconoscergli il diritto di abitarlo da cittadino.

Da qui la proposta di leggere il contesto in modo tridimensionale — fisico, organizzativo, relazionale — e di progettarlo su livelli micro, meso e macro (casa, scuola e servizi; vicinato e reti prossime; città, lavoro, università, tempo libero, sanità). Il capitolo è particolarmente ricco di esempi e di piste operative, dalla strutturazione domestica e scolastica ai supporti visivi, dalla formazione diffusa al sostegno di prossimità, dai percorsi di tutorato lavorativo e universitario fino a misure come le quiet hours nei supermercati o la rete DAMA in ambito sanitario.

Si potrebbe osservare, in chiave critica, che l’ampiezza del progetto delineato eccede talvolta le condizioni ordinarie di praticabilità dei servizi, delle scuole e delle politiche territoriali. Ma questa ipotetica riserva non riduce la portata del libro, semmai ne misura l’ambizione. Il volume non offre un prontuario rassicurante, bensì una sfida culturale e professionale: chiede alla pedagogia di non limitarsi a gestire differenze dentro contenitori normativi già dati, ma di concorrere a trasformarli.

La conclusione, richiamando i versi di Alda Merini — «la veduta dipende dallo sguardo» — restituisce bene il nucleo più profondo del volume: l’inclusione non è un evento improvviso né una formula risolutiva, ma una costruzione progressiva e condivisa, fatta di passi che modificano al tempo stesso la vita delle persone autistiche e la qualità democratica degli ambienti comuni. È in questa fedeltà a uno sguardo largo, non riduttivo, insieme teorico e operativo, che il libro trova la sua ragione più solida di interesse.

Alessandro Monchietto e Moira Sannipoli

 

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