Vol. 20, n. 1, febbraio 2021

PRECURSORI

Laura Conti, una pioniera della visione inclusiva della società

Fabio Bocci1

Sommario

Con il presente contributo inauguriamo una nuova sezione della Rivista dedicata al «recupero» del pensiero di autori «del passato» che possiamo considerare dei precursori per la loro attenzione a temi e a questioni che continuano ad essere di attualità nel campo della pedagogia e della didattica. A partire dal nostro presente, segnato dalla pandemia Covid-19, vogliamo dedicare l’articolo a Laura Conti, il cui pensiero e la cui opera sono quanto mai oggi di attualità. Recuperare nel centenario della sua nascita la figura di questa straordinaria donna, partigiana, medico, ambientalista, politica, divulgatrice scientifica e scrittrice è non solo un atto dovuto ma un’azione (politica) che si lega indissolubilmente a una visione inclusiva della nostra società, al desiderio di un cambio di paradigma (quale dovrebbe essere l’inclusione se non la vogliamo rendere una formula bella ma vuota).

Parole chiave

Laura Conti, inclusione, ecologia, equità e parità di genere.

PIONEERS

Laura Conti, a pioneer of the inclusive vision of society

Fabio Bocci2

Abstract

With this paper, we are launching a new section of the journal dedicated to «returning» to the thoughts of «past» authors, whom we can consider pioneers for their attention to topics and issues that continue to be relevant in the fields of pedagogy and didactics. Starting with our current situation, marred by the Covid-19 pandemic, we would like to dedicate this article to Laura Conti, whose thoughts and work are as topical as ever. Returning to the figure of this extraordinary woman, partisan, doctor, environmentalist, politician, scientific journalist and writer in the centenary of her birth is not only an obligation but a (political) act that is inextricably linked to an inclusive vision of our society, to the desire for a change of paradigm (which should be inclusion if we do not wish to reduce it simply to an elegant yet empty formula).

Keywords

Laura Conti, Inclusion, Ecology, Gender equality.

Non dovete illudervi — o illudere altri — che la Natura abbia una capacità illimitata di riparare i guasti che l’uomo le infligge. Una catastrofe ecologica è possibile; tanto che si è già verificata

(Laura Conti, Questo pianeta, 1983).

Nella nostra storia sono esistiti educatori, studiosi, che sono stati considerati contrabbandieri. Non è questo il termine usato per definirli. […] Li chiameremo per sintesi «contrabbandieri», segnalando soprattutto il fatto che queste persone tracciano sentieri tra territori che conoscono il confine unicamente come divisione e barriera, come ostacolo e non come distinzione percorribile

(Andrea Canevaro, Le logiche del confine e del sentiero, 2006)

Premessa

La sera, dopo che eravamo andati a letto, mi sono alzato di nascosto e sono sceso piano piano per ascoltare dietro la porta della camera dei miei genitori. La mamma diceva che se andavo a Rapallo ero al sicuro, e invece se restavo al paese continuavo a andare a trovare i miei compagni di scuola che abitano vicino alla fabbrica, e mi mettevo in pericolo. Il papà diceva che era d’accordo con lei, ma parlava soprattutto degli affari:

– Se continuano tutte queste chiacchiere sul veleno si ferma il commercio. I clienti non comprano più i nostri divani, se pensano che la stoffa dei cuscini è sporca di veleno.

E mia madre che bisognava far tacere tutte queste chiacchiere, e invece tutti chiacchieravano di animali morti, di piante morte, di bambini malati. Lei lo diceva a tutti, che c’è molta esagerazione, che c’è gente che fa speculazioni.

Mi mandavano a Rapallo perché c’era il veleno, però bisognava dire che non era vero che le piante erano malate e che le bestie erano morte. Insomma il veleno c’era, oppure non c’era? E a che cosa serviva dire che non era vero niente, se poi tutti potevano vedere che le foglie erano bruciate e che le bestie erano morte? Se mia madre voleva sapere la verità bastava venire nell’orto di Sara, potevo togliere la terra e farle vedere tutte le bestie che avevamo seppellite. Ma la sapeva già, la verità, tanto è vero che mi mandava a Rapallo (Laura Conti, Una lepre con la faccia di bambina, 1978, pp. 41-42).

Il brano che abbiamo appena trascritto è tratto dal libro Una lepre con la faccia di bambina pubblicato nel 1978 da Laura Conti, figura alla quale vogliamo dedicare questo contributo che inaugura una nuova sezione della Rivista dedicata al «recupero» del pensiero di autori «del passato» che possiamo considerare dei precursori per la loro attenzione a temi e a questioni che continuano ad essere di attualità nel campo della pedagogia e della didattica.3

Torneremo a breve su questo lavoro di Laura Conti che fa riferimento alla tragedia di Seveso del 1976 e su altri che vi sono connessi, cercando, appunto, di far emergere alcuni aspetti del suo sguardo e della sua riflessione che ci interpellano se posti al servizio della comprensione di quanto sta accadendo oggi e del nostro desiderio di immaginare, praticare e contribuire a sviluppare una società inclusiva.

Prima, però, come di dovere, cercheremo di delineare un breve profilo biografico e intellettuale, non fosse altro per onorare la ricorrenza del centenario dalla sua nascita.

Laura Conti: un breve profilo biografico e intellettuale

Laura Conti nasce a Udine nel 1921 e vive i primi anni della sua vita prima a Trieste poi a Verona, città dove la famiglia è costretta a trasferirsi a causa di alcuni problemi incontrati dal padre, il quale, seppur non politicizzato, deve fare i conti con l’arroganza del nascente Fascismo.

Successivamente il nucleo familiare si sposta definitivamente a Milano, dove Laura completa gli studi e si iscrive alla Facoltà di Medicina.

Come racconta lei stessa, la scelta di iscriversi a Medicina deriva dal fatto che, essendo appassionata di scienze della vita e non esistendo ancora la Facoltà di Scienze Biologiche, intravede nel mestiere del medico «una professione di frontiera» (Scroppo, 1979, p. 107), grazie alla quale fronteggiare anche le pressioni esercitate da Mussolini e dai fascisti.

Non a caso vive con crescente disagio, come tutti coloro che non aderiscono al Fascismo, l’escalation che porta l’Italia in guerra. Il desiderio di agire per mettere fine alla barbarie nazifascista si concretizza dopo l’8 settembre del 1943, quando entra a far parte del Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà di cui è ideatore e punto di riferimento Eugenio Curiel.4 Assume e assolve il rischioso incarico di fare propaganda antifascista tra i militari e, non a caso, il 4 luglio del 1944 viene arrestata mentre è impegnata in una riunione clandestina. Viene così internata nel Campo di transito di Bolzano-Gries, in attesa di essere trasferita in Germania. Nonostante la situazione di estrema complessità in cui si viene a trovare, reagisce con la consueta energia partecipando all’interno del Campo ad attività clandestine, soprattutto per cercare di raccontare cosa accade in questi luoghi di contenimento e di morte. Tra le varie iniziative spicca la scrittura collettiva di un articolo sulla vita quotidiana nel lager che Laura Conti e gli altri riescono a far pervenire al CLN di Bolzano. Di qui lo scritto viene prima pubblicato sull’«Avanti!» (che ovviamente pubblica clandestinamente) e a seguire addirittura trasmesso da Radio Londra.

Scampata alla deportazione in Germania e tornata in libertà alla fine della guerra, nel 1949 consegue la Laurea in Medicina specializzandosi poi in Ortopedia in Austria. Tornata stabilmente a Milano esercita nel campo della ortopedia e traumatologia, lavorando con l’INAIL e nei servizi di medicina scolastica. Impreziosisce l’impegno professionale coniugandolo con quello politico (inizialmente nel PSIUP e a partire dal 1951 nel PCI), nonché con una fervida attività di divulgazione scientifica e di scrittrice.

Eletta Consigliera alla Provincia di Milano, siamo nei primi anni Sessanta, si interessa dei servizi psichiatrici (sono gli stessi anni in cui Basaglia introduce le prime critiche al sistema dei manicomi) e dell’assistenza alle ragazze madri, dando vita presso la Casa della cultura di Milano, di cui è Segretaria, a incontri e dibattiti di grande spessore.

Si tratta di un impegno che porta avanti con decisione anche nella sua esperienza successiva, quando eletta Consigliera per la Regione Lombardia è nominata alla segreteria della Commissione Sanità.

In questo periodo già intensissimo, emerge con forza anche quella che, di fatto, è la sua grande passione: l’ecologia, punto di convergenza di una visione inscindibile dell’essere umano, del suo ambiente e del suo destino.

Come evidenzia Loredana Lucarini (1994), per affrontare le questioni legate ai temi dell’ecologia si prepara da par suo, studiando e confrontandosi con gli studiosi dell’ambiente. Tra questi Falco Siniscalco che nel 1972 firma un volume insieme a Giacomo Elias dal titolo oggi profetico: L’inquinamento dell’aria. Sorgenti, effetti e difese.

L’incontro con Medicina Democratica, movimento sorto nel 1972 per opera del medico, biologo e biometrista Giulio Alfredo Maccacaro, segna un ulteriore passo avanti nel percorso di Laura Conti. La sua visione integrata e il suo impegno professionale e istituzionale, ma anche scientifico e culturale, la portano nel 1976 a Seveso, dove il 10 luglio a causa di un incidente avvenuto nello stabilimento della ICMESA (società svizzera) la città è investita da una importante fuoriuscita di diossina.

Grazie alla sua presenza sui luoghi del disastro e al suo metodo di indagine, che la porta non solo ad osservare ma a stare nelle situazioni e a vivere nei contesti, conduce una battaglia per la verità dei fatti, smentendo chi tende (per mere convenienze economiche e di immagine) a minimizzare l’evento e, quindi, a evitare di assumersi responsabilità che sono evidentemente politiche e civili. Questa attività la porta a una serie di pubblicazioni sia di saggistica sia di narrativa. La prima è Visto da Seveso. L’evento straordinario e l’ordinaria amministrazione (1977), un diario politico che fa scalpore e suscita notevole interesse a cui segue, nello stesso anno, Che cos’è l’ecologia. Capitale, lavoro, ambiente e, l’anno successivo, il romanzo Una lepre con la faccia di bambina, dal quale abbiamo tratto il brano che ha dato avvio al nostro articolo. Si tratta di pubblicazioni che, ponendo al centro dell’attenzione il rapporto tra lavoro e diritto alla salute e tra economia e diritto all’ambiente, danno vita all’ambientalismo scientifico in Italia che riguarda anche, e non potrebbe essere diversamente, il dibattito sul nucleare.

Nei primordi degli anni Ottanta, figura tra i cofondatori della Lega per l’Ambiente (oggi Legambiente) assumendo la carica di Presidente del Comitato Scientifico. Insignita nel 1986 del Premio Minerva quale pioniera dell’ecologismo, nel 1987 è eletta alla Camera dei Deputati dove presta la sua opera nella commissione Agricoltura.

Muore a Milano il 24 maggio del 1993.

Itinerari di un pensiero fecondo e inclusivo

Quello di Laura Conti, come abbiamo appena visto, è un profilo intellettuale dalla forte valenza pedagogica, come emerge peraltro anche da una rapida lettura dei titoli di alcune delle sue opere di saggistica più note, quali L’assistenza e la previdenza sociale: storia e problemi (1958), Sesso ed educazione (1971), Le frontiere della vita (1972), Il dominio sulla materia, 1973), Le origini della vita (1975), La vita dei mari (1975), Che cos’è l’ecologia (1977), Visto da Seveso (1977), Il tormento e lo scudo. Un compromesso contro le donne (1981), Imparare la salute (1983), Questo pianeta (1983), Terra a rendere (1986), Ambiente terra (1988), La fotosintesi e la sua storia (1991), Discorso sulla caccia (1992), che si intrecciano con le narrazioni letterarie, come Cecilia e le streghe (1963), La condizione sperimentale (1965), Una Lepre con la faccia da bambina (1978), sempre caratterizzate da una analisi politica della condizione dell’esistenza umana (la malattia, la vita confinata dentro un lager o dentro una città devastata dalla diossina).

Si tratta, dunque, di una trama/itinerario che coniuga impegno scientifico (quello di medico e di studiosa dell’ambiente), socioculturale e politico, con una costante attenzione alle pratiche educative che riguardano l’educazione sanitaria, quella sessuale e ambientale, la questione di genere, quella del nucleare, quella delle condizioni nei posti di lavoro. Un’opera di coscientizzazione (per richiamare doverosamente Paulo Freire) da praticarsi in tutti i contesti del sociale, dalle scuole alle biblioteche, dai circoli culturali alle sezioni di partito, dalle fabbriche alle piazze.

Come ricordano le persone che l’hanno conosciuta o che hanno scritto su di lei (Scroppo, 1979; Lucarini, 1994; Certomà, 2012),5 Laura Conti muove le sue analisi attraverso un accurato lavoro di documentazione, dando corpo a pratiche di ricerca sociale che coinvolgono direttamente persone e contesti (ha una visione del contesto ambientale come cosa viva, in grado di apprendere).

Di particolare rilievo, come già anticipato, è la sua ricerca/denuncia dopo l’incidente dell’ICMESA a Seveso nel 1976, che causa la fuoriuscita di una nube tossica di diossina. Questa ricerca sul campo è — evidentemente non solo per noi che ne scriviamo a distanza di tempo per ricordarla — emblematica dello sguardo di Laura Conti. I fatti di Seveso sono il punto di congiunzione di una serie di fattori cruciali e fatali, dai quali però, possiamo dire a posteriori, poco o nulla abbiamo imparato: lo sfruttamento del territorio, la totale mancanza di controlli statali contro il potere assoluto degli interessi economico-finanziari dei potenti di turno (una mancanza non casuale ma spesso esito di connivenze), l’assenza di una coscienza ecologica nella popolazione derivante da un disinteresse a educare in tal senso. Soprattutto, si palesa quale nodo fondamentale quello che per Laura Conti è un punto fermo, un principio guida: tutto ciò che modifica l’ambiente deve essere considerato pericoloso fintanto che non sia dimostrato scientificamente che sia innocuo; mentre invece la regola cara a chi specula e distrugge l’ecosistema (ieri come ancora oggi, purtroppo) è l’esatto contrario: ciò che modifica l’ambiente è considerato innocuo fintanto che qualcuno non riesca a dimostrare che è pericoloso.

La tragedia di Seveso è anche occasione per introdurre un altro tema fondamentale, ovvero fornire alla vicenda un taglio di analisi e uno sguardo del tutto inedito (allora come, ancora troppo spesso, oggi): quello femminile.

Negli accadimenti di Seveso sono soprattutto le donne, anzi i loro corpi, a essere fatte/i oggetto di una combinazione di interessi che ha come scopo quello di negare le reali conseguenze della diossina, da un lato per scaricare la coscienza di chi ha fatto finta di non vedere e, dall’altro, di chi non vuol vedere per evitare di dover fare i conti con la questione dell’aborto derivante dalla malformazione dei feti causata dalla nube tossica.

Questa realtà emerge con vividezza nelle pagine di Visto da Seveso, soprattutto nel racconto che Laura Conti fa di una assemblea pubblica alla quale partecipa per documentarla e in cui finisce, invitata, per prendere la parola.

Il 7 agosto andai per la prima volta a un’assemblea popolare a Seveso […] quella serata non potrò mai dimenticarla, anche se mi manca la capacità di descriverla.

Eravamo nell’aula magna della scuola media, quella scuola che avrebbe, nei mesi successivi, ospitato una quantità di assemblee popolari (e che a più riprese si sarebbe inquinata di diossina). Ricordo la sala strapiena di gente, gente sulla scalinata, gente sulle porte, gente dietro il banco della presidenza. […] Avevo l’impressione di una folla presa dal panico, e quel panico mi si contagiava: abbagliata, stordita, confusa, sulle prime non mi riusciva di capire niente. A poco a poco compresi che stavo assistendo a un gioco di massacro, un gioco furibondo e crudele. L’assemblea era divisa all’incirca in due metà, in una specie di guerra di religione intorno al tema della serata, che era l’azione tossica della diossina sull’embrione, e quindi l’aborto. Quando parlava una persona che sosteneva il diritto delle donne ad abortire, metà della gente scattava in piedi urlando; quando parlava un oratore antiabortista si levava in piedi urlando l’altra metà […]. Venne un compagno della sezione comunista di Seveso a dirmi che la sezione desiderava che io prendessi la parola. «Ma non posso! Mi sembrerebbe di andare al macello». In realtà […] la gente fu molto cortese, lasciò che parlassi senza mai interrompermi, senza disturbare minimamente. Penso che sentissero che ero commossa, che mi sentivo appassionatamente amica loro, amica di quelli che gridavano i propri sentimenti come di quelli che li nascondevano gelosamente nel profondo di sé.

Dissi chiaramente tutto quello che pensavo: che nessuno poteva dire con certezza se una donna incinta, anche della Zona A più vicina all’ICMESA, avesse veramente assunto diossina nell’organismo; e, se l’avesse veramente assunta, nessuno potrebbe dire con certezza che l’embrione sarebbe stato colpito. Ma dissi anche che mi sembrava profondamente ingiusto imperniare tutto il problema dell’aborto sull’eventualità di malformazioni nel bambino: le donne avevano il diritto di sapere che la diossina colpisce il fegato e i reni, gli organi più duramente provati dalla gravidanza. Perché pensare che una donna potesse spaventarsi dell’eventualità di un bambino malformato, ed escludere che potesse spaventarsi anche per la salute propria? Quanto all’argomento che avevo sentito portare in discussione, se nel consultorio dovesse essere presente un moralista oppure no, a me pareva che al consultorio le donne avrebbero chiesto di venire aiutate, non di venire giudicate (Conti, 1977, pp. 73-75).

Come viene indicato ineccepibilmente in un ricordo di Laura Conti nella pagina web della Società Italiana delle Letterate, la diossina «che finisce per essere presto invisibile — gli animali morti vengono bruciati, la terra contaminata e gli edifici inscatolati e sotterrati — riemerge drammaticamente nei corpi femminili, nei feti a rischio, nelle paure che le donne non riescono ad esprimere e che quasi nessuno sa ascoltare nella loro ovvia ambivalenza. È nei corpi delle donne, insomma, che precipitano non solo la diossina, ma una cultura maschilista secolare che fa da spalla alla medicina più filistea, quella che pretende che si dichiarino a rischio di pazzia prima di operarle, o a una cultura cattolica che alza la voce non contro l’ICMESA — l’azienda da cui fuoriuscì il veleno — ma, appunto, contro di loro. Sul corpo femminile, e in senso lato sul corpo ambientale, ci dice Conti, si combattono battaglie durissime. Ieri, come oggi».6

Ed è in questo sguardo che cambia il paradigma e che, quindi, modifica la prospettiva di analisi, noi intravediamo Laura Conti quale pioniera di una visione inclusiva della società.

Dalla tragedia di Seveso alla pandemia Covid-19: lo sguardo pionieristico di Laura Conti

Abbiamo indicato nel titolo Laura Conti quale una pioniera di una visione inclusiva della società.

I temi di cui si è fatta attenta studiosa, promotrice (quale attivista) e divulgatrice, come quello della salute, del benessere psicofisico (a partire dalla sessualità), della sostenibilità ambientale, delle risorse della natura, del rispetto per la biodiversità, dell’alimentazione, così come quello delle differenze di genere, del rispetto dell’alterità, dell’equità, della giustizia sociale, dei processi di capacitazione delle persone e dei contesti e così via, sono ineludibilmente legati a una concezione inclusiva della società e trovano nell’educazione il loro punto massimo di espressione. Non a caso li ritroviamo espressi, nella nostra attualità, in autori come Tony Booth e Mel Ainscow che li collocano all’interno della sinergica interazione tra la dimensione delle culture, quella delle politiche e quella delle pratiche inclusive. Nel Nuovo Index per l’inclusione, infatti, leggiamo: «L’obiettivo fondamentale dell’educazione è preparare bambini e ragazzi a stili di vita sostenibili all’interno di comunità e ambienti essi stessi sostenibili, a livello locale e globale. Un impegno verso i valori inclusivi deve comprendere un impegno al benessere delle future generazioni. La discussione sull’inclusione contiene sempre la domanda «Inclusione in che cosa?». Le scuole che si orientano in questo senso sono luoghi che stimolano lo sviluppo inclusivo dell’apprendimento e della partecipazione di ciascuno e una riduzione duratura dell’esclusione e della discriminazione. Per tale ragione evitano di pianificare cambiamenti in modo non coordinato o solo a breve termine, aderendo a programmi e a iniziative che non sono legati ai loro impegni di lungo periodo. La sostenibilità ambientale è centrale per l’inclusione in un’epoca in cui il degrado dell’ambiente, la deforestazione e il riscaldamento globale minacciano la qualità della vita di tutti noi e mettono in pericolo già da ora le vite di milioni di persone al mondo […] L’alfabetizzazione ecologica deve crescere attraverso la comprensione e il rispetto per la natura, e non solo per il timore di una possibile catastrofe» (Booth & Ainscow, 2014, pp. 53-54).

Non è, quindi, solo una questione di temi, ma dell’attitudine con la quale si affrontano certi temi.

Chi desidera una società inclusiva non si accontenta di annunciarla ma sta dentro alle situazioni e mette in campo strumenti di analisi che contribuiscono a comprendere e aiutare gli altri a (aiutarli a mettersi nella condizione di) comprendere i fenomeni in atto.

Società inclusiva e azione politica sono inscindibili.

E qui la narrazione di Laura Conti della vicenda di Seveso e il suo modo di viverla dal di dentro in chiave politica ci dicono molto per comprendere quello che stiamo vivendo oggi.

Il brano de Una lepre con la faccia da bambina con cui abbiamo scelto di aprire questo contributo rivela ora la sua funzione di narrazione orientante.

La pandemia da Covid-19 che ha investito l’umanità intera, se ha rappresentato un fatto del tutto inaspettato per noi comuni cittadini (ingabbiati e assuefatti come siamo dalle logiche neoliberiste che ci hanno trasformato in unità di produzione/consumo), non lo è affatto stato per chi da anni denuncia i rischi legati allo sfruttamento sfrenato e incontrollato del nostro pianeta, quelli derivanti dalla devastazione dei sistemi di welfare (sanità e istruzione su tutto) con la conseguente sempre più evidente disparità delle condizioni di vita tra esseri umani. Una denuncia caduta pressoché nel vuoto, immunizzata dai/nei dispositivi/meccanismi che l’attuale fase del capitalismo ha utilizzato e utilizza per distrarre l’attenzione dalle questioni fondamentali, quelle che ci riguardano e di cui sembriamo essere invece quasi spettatori disinteressati.7

La vicenda di Seveso e quella della pandemia, seppure apparentemente distanti e differenti (lì un incidente «improvviso», qui una emergenza sanitaria «inattesa») hanno, ora come allora, la medesima matrice.

E, allora come ora, si è assistito/si assiste a pratiche di minimizzazione e di negazione («la nube fuoriuscita non è letale come la descrivono» vs «è poco più di un’influenza») agite sempre a servizio della salvaguardia del sistema economico (locale o globale che sia) a discapito della vita dei più (spesso anche della propria).

E così, se nella Seveso invasa dalla diossina si era disposti a negare, preoccupandosi di tutelare la vendita dei divani (il colloquio dei genitori del nostro narratore nel romanzo di Laura Conti), nei Paesi cosiddetti industrializzati i discorsi sulla necessità della «ripartenza» a tutti i costi per la salvaguardia della produttività economico-finanziaria hanno insidiato quelli sulla tutela della salute (ovviamente a discapito dei più vulnerabili), come peraltro dimostra in Italia il confronto tra i decessi per Covid nella prima ondata (34.278) e quelli della seconda ondata (49.274), stando ai dati riportati da diversi quotidiani nazionali il 31 gennaio 2021. E se nella prima ondata è vero che il sistema si è fatto colpevolmente trovare impreparato, nella seconda è ancora più colpevole perché si tratta di una scelta ben precisa (nel dizionario degli errori e degli orrori si veda alla voce: «estate 2020»).

E non è affatto un caso che i negazionisti/minimizzatori più imperterriti, i vari Trump e Bolsonaro, siano coloro i quali hanno negato e continuano a negare l’avverarsi dei rischi legati ai cambiamenti climatici e alla devastazione dei territori per favorire la speculazione, rischi che per l’appunto, come denunciano inascoltati da anni gli ambientalisti e gli studiosi indipendenti, annoverano anche le epidemie/pandemie che, a detta di molti osservatori, potrebbero in futuro divenire sistematiche e non sporadiche.

E su questo Laura Conti, il suo pensiero e la sua opera, sono quanto mai oggi di attualità. Recuperare nel centenario della sua nascita la figura di questa straordinaria donna, partigiana, medico, ambientalista, politica, divulgatrice scientifica e scrittrice è non solo un atto dovuto, ma un’azione (politica) che si lega indissolubilmente a una visione inclusiva della nostra società, al desiderio di un cambio di paradigma (quale dovrebbe essere l’inclusione se non la vogliamo rendere una formula bella ma vuota). Un cambio di paradigma che contempli una «riconversione», per utilizzare le parole di un altro straordinario protagonista della cultura ambientalista, non violenta e del dialogo interculturale internazionale, qual è stato Alex Langer. Scrive Langer: «perché ci sia un futuro ecologicamente compatibile è necessaria una conversione ecologica della produzione, dei consumi, dell’organizzazione sociale, del territorio e della vita quotidiana. Bisogna riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza)».

Salendo sulle spalle di questi giganti possiamo provare a ripartire da qui, avendo cura, stavolta, di guardare lontano.

Bibliografia

Opere di Laura Conti citate

L’assistenza e la previdenza sociale: storia e problemi (1958), Milano, Feltrinelli.

Cecilia e le streghe (1963), Torino, Einaudi.

La condizione sperimentale (1965), Milano, Mondadori.

Sesso ed educazione (1971), Roma, Editori Riuniti.

Le frontiere della vita (1972), Milano, Mondadori.

Il dominio sulla materia, (1973), Milano, Mondadori.

Le origini della vita (1975), Milano, Mondadori.

La vita nei mari (1975), Milano, Mondadori.

Che cos’è l’ecologia (1977), Milano, Mazzotta.

Visto da Seveso (1977), Milano, Feltrinelli.

Una Lepre con la faccia da bambina (1978), Roma, Editori Riuniti.

Il tormento e lo scudo. Un compromesso contro le donne (1981), Milano, Mazzotta.

Imparare la salute (1983), Bologna, Zanichelli.

Questo pianeta (1983), Roma, Editori Riuniti.

Terra a rendere (1986), Roma, Ediesse.

Ambiente terra (1988), Milano, Mondadori.

La fotosintesi e la sua storia (1991), Firenze, Giunti Marzocco.

Discorso sulla caccia (1992), Roma, Editori Riuniti.

Attualmente i libri e materiali personali d’archivio di Laura Conti sono ubicati nella Fondazione Luigi Micheletti a Brescia.

Altri riferimenti bibliografici citati

Booth T. e Ainscow M. (2014), Nuovo Index per l’inclusione, Roma, Carocci.

Certomà C. (2012), Laura Conti. Alle radici dell’ecologia, Morciano di Romagna (Rn), Legambiente.

Elias G. e Siniscalco F. (1972), L’inquinamento dell’aria. Sorgenti, effetti e difese, Milano, Peg.

Lucarini L. (1994). Laura Conti. Dalla Resistenza, all’Ambientalismo, al caso Seveso, Milano, Unicopli.

Poggio P.P. e Ruzzenenti M. (a cura di) (2012), Il caso italiano. Industria, chimica, ambiente, Milano, Fondazione Luigi Micheletti/Jaca Book.

Scroppo E. (a cura di) (1979), Donna, privato e politico: storie personali di 21 donne del PCI, Milano, Mazzotta.


1 Professore Ordinario, Università di Roma Tre.

2 Professore Ordinario, Università di Roma Tre.

3 Desidero ringraziare Marisa Pavone, Dario Ianes e Andrea Canevaro per avermi coinvolto in questa avventura assegnandomi la curatela di questa sezione. Ad Andrea Canevaro rivolgo un ulteriore ringraziamento per la suggestione di dedicare il primo articolo a Laura Conti.

4 Il Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà costituisce la più importante organizzazione giovanile partigiana durante la guerra civile di Liberazione in Italia. Costituito a Milano nel 1944 da Eugenio Curiel, membro della direzione del Partito Comunista ucciso poi dalle Brigate Nere nel febbraio del 1945, è espressione di diversi orientamenti e sensibilità politiche (comunisti, socialisti, democratici cristiani, liberali, repubblicani, Partito d’Azione). Vi fanno parte anche le giovani appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, dai quali nascerà successivamente l’Unione Donne Italiane.

5 Oltre ai volumi citati si vedano anche i numerosi profili biografici reperibili in rete. Tra questi si segnalano i seguenti: http://www.segnalo.it/TRACCE/NONPIU/lauraconti/lauraconti.htm (consultato il 3 febbraio 2021); http://www.legambienteseveso.org/node/308 (consultato il 3 febbraio 2021); https://www.senato.it/3182?newsletter_item=1737&newsletter_numero=163#5 (consultato il 3 febbraio 2021); http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/laura-conti/ (consultato il 3 febbraio 2021).

6 Laura Conti ecologista e romanziera, https://www.societadelleletterate.it/2013/10/honneger/ (consultato il 31 gennaio 2021).

7 Non sono molte, infatti, soprattutto nel nostro Paese, le pubblicazioni che hanno cercato di indagare la complessità dei legami fra produzione capitalistica e degrado ambientale. Fra queste va sicuramente segnalato il fondamentale Il caso italiano. Industria, chimica, ambiente (Jaca Book, Milano 2012), volume promosso dalla Fondazione Luigi Micheletti che raccoglie i contributi dei maggiori teorici dell’ambientalismo italiano (tra i quali Giovanna Ricoveri, Giorgio Nebbia, Massimo Scalia, Enrico Tiezzi) e che, non certo a caso, include un’intera sezione dedicata alla figura di Laura Conti.

Vol. 20, Issue 1, February 2021

 

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