Vol. 25, n. 2, giugno 2026 — pp. 1-4
EDITORIALE
Vent’anni e non sentirli… e nemmeno li dimostra!
Non riesco a essere del tutto contenta se accanto a me si consumano ingiustizie; se vedo qualcuno incompreso o, sia pure in buona fede, fatto oggetto di vessazioni inconsapevoli, privato dei suoi diritti, perseguitato in qualche contorto modo con la scusa della sicurezza o del bene di tutti.
Galanti A., Un manicomio dismesso, 2020, p. 258
La Convenzione sui diritti delle persone con disabilità è stata adottata dalle Nazioni Unite a New York nel dicembre del 2006. A partire dal marzo del 2007, gli Stati hanno nel tempo valutato in che termini assumere il ruolo di «firmatari», per verificare in seguito l’eventuale ratifica del documento, oppure attestarsi come «parti», esprimendo un consenso forte mediante una formale ratifica, tesa a farla diventare parte integrante della normativa in vigore nella propria giurisdizione.
È così che, a quasi vent’anni di distanza, il mondo si delinea in uno scenario costituito da 192 Stati parti, che hanno appunto ratificato la Convenzione (solo 108 ne hanno ratificato anche il Protocollo opzionale che impone a ogni Stato contraente di riconoscere il ruolo del Comitato sui diritti delle persone con disabilità per l’analisi di casi di violazione delle disposizioni della Convenzione), e 4 Stati che si sono attestati al solo ruolo di firmatari (23 per quanto riguarda il Protocollo). Sono 67 i Paesi che non hanno intrapreso alcuna azione nei confronti del Protocollo e ancora 2 nei confronti della Convenzione.
Pur di fronte a un quadro così variegato, si comprendono bene le parole con le quali Peter Thomson, presidente della 71a sessione dell’Assemblea Generale, ha aperto l’evento commemorativo per il 10° anniversario nel dicembre 2016, definendo il documento come uno dei trattati ratificati nel più breve tempo e su più ampia scala nella storia.
Nel contesto italiano, la ratifica della Convenzione è stata accompagnata dall’istituzione dell’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità. La legge 18/2009, infatti, nel recepirne i principi, ha istituito un organismo con funzioni di monitoraggio e indirizzo delle politiche nazionali sulla disabilità, per l’evoluzione e il potenziamento della cultura dell’inclusione. Si tratta senz’altro di un momento significativo nella politica italiana che, con tale atto, impone di guardare ai diritti come dei beni che necessitano di costante programmazione e valutazione su più livelli e l’individuazione di chiare responsabilità organizzative.
Oltre a questi elementi di carattere prettamente amministrativo-istituzionale, la Convenzione ha portato con sé un quadro di principi — della dignità personale, dell’autonomia, della non discriminazione, della piena partecipazione e dell’accessibilità — che offre un contributo sostanziale per la piena e coerente comprensione della condizione di disabilità, passando da una visione esclusivamente connaturata al deficit a una lettura capace di cogliere il nesso tra il funzionamento della persona e le barriere presenti nell’ambiente in cui questa interagisce e costruisce il proprio progetto di vita. Una simile prospettiva interpretativa impone, quindi, di guardare al processo di inclusione come a un progetto teso a definire gli orizzonti realizzativi di una diversa idea di società, da strutturare attraverso molteplici azioni di cambiamento e trasformazione per l’abbattimento delle barriere culturali e sociali che si frappongono alla piena partecipazione di ciascun individuo.
In questa direzione, insieme a molteplici rivisitazioni, revisioni e riforme promosse nel segno della Convenzione nell’arco degli ultimi quindici anni, anche le recenti indicazioni sulla trasformazione terminologica (D.Lgs. 62/2024) potrebbero sollecitare un ripensamento della disabilità per poterla cogliere e interpretare «nei suoi termini corretti» e così «elaborare ipotesi di intervento con offerte di aiuto significative per consentire alla persona di riprendere, nel modo più umanamente ricco, la propria esperienza di esistenza, il proprio “fare” significativo e il proprio “essere” motivato» (Montuschi, 1997, p. 161).
Non sfugge, però, come il richiamo a nuove formulazioni e locuzioni rischi di esaurirsi in un restyling epidermico senza promuovere un vero e proprio cambiamento culturale. Il riferimento alle «durature compromissioni» rimane il focus con il quale riconoscere la condizione di disabilità e, pur messo in relazione con le barriere di diversa natura, non permette ancora di operare un sostanziale e chiaro spostamento concettuale sul funzionamento del soggetto, da tratteggiare anche in frangenti in cui le difficoltà possono avere un carattere transitorio, anche se non meno significativo. È probabilmente questo il nodo problematico, non solo normativo, ma anche epistemologico, culturale e valoriale che conduce a espressioni ancora marcate, come quelle di «disabilità sensoriale, intellettiva e motoria», spesso veicolate da più parti, senza che se ne colga l’intrinseca contradditorietà.
Nel 2026, il ventesimo anniversario della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità non rappresenta soltanto una ricorrenza simbolica, ma un’occasione per riflettere e verificare la qualità dello sviluppo culturale che stiamo promuovendo. L’inclusione non si esaurisce in uno standard definito dalla normativa, ma richiede una progressiva e continua trasformazione dei contesti, anche attraverso il superamento di letture medicalizzanti dei fenomeni, per promuovere la costruzione di ambienti accessibili, sostenibili e realmente partecipativi. In questo senso, viene da pensare che, nonostante i suoi vent’anni, la Convenzione sia ancora giovane e necessiti ancora del supporto che il discorso pedagogico-speciale può fornire, perché si possa garantire l’orientamento e il monitoraggio dei processi.
Questo secondo numero della nostra rivista ospita una varietà di contributi molto interessanti.
Nella sezione «Prospettive e modelli italiani», il saggio curato da Valentina Paola Cesarano e Giorgia Ruzzante propone una riflessione sul valore progettuale e inclusivo dei Percorsi per l’acquisizione delle Competenze Trasversali e l’Orientamento a scuola, nell’ottica del supporto alla costruzione del progetto di vita dello studente in situazione di disabilità.
Per i lavori dedicati ai «Precursori», Fabio Bocci offre una ricostruzione dei percorsi di Istruzione Programmata, tratteggiando il profilo dell’eminente studiosa italiana, Luciana Tomassucci Fontana, che dei modelli tecnologici dell’istruzione ha fatto uno strumento di educazione democratica e inclusiva.
Nella sezione «Dialogo tra le professioni e le discipline», Stefania Falchi, Daniele Bullegas e Antioco Luigi Zurru propongono una riflessione sui possibili spazi di dialogo e interlocuzione tra il sapere pedagogico-speciale e l’Ecologia, utilizzando il costrutto della sostenibilità come lente per evidenziare interessanti spazi di rivisitazione della cultura dell’inclusione.
I «Temi aperti» ospitano il contributo di Asja Mallus, Daniele Bullegas e Antonello Mura che restituisce i dati di uno studio dedicato alla sperimentazione di un programma di educazione socio emotiva per il supporto dello sviluppo professionale dei docenti in seno a una comunità di pratica virtuale.
Francesca Capone, Serena Allena, Maria Gagliano, Barbara Peretti, Paola Pagin e Maddalena Zafettieri, nella sezione «Intersezioni», illustrano i dati di una ricerca condotta nell’ambito della scuola dell’infanzia e volta a indagare il ruolo che essa assume nella collocazione tra il sistema 0-3 anni e la scuola del primo ciclo.
A conclusione del numero, si collocano le recensioni del volume di Robert Chapman, L’impero della normalità. Neurodiversità e capitalismo, quella del lavoro monografico di Lucio Cottini, Nel mondo dell’autismo. Sguardi per comprendere e valorizzare, e infine della curatela di Roberto Keller, I disturbi dello spettro dell’autismo in adolescenza e in età adulta. Aspetti diagnostici e proposte di intervento. Le recensioni sono state curate da Fabrizio Acanfora, Alessandro Monchietto e Moira Sannipoli. Infine, la sezione «News» è dedicata alla disamina critica dei requisiti per l’accesso alla professione di assistente all’autonomia e alla comunicazione in seno alla proposta di legge AC 2716.
Buona lettura!
Antioco Luigi Zurru
Riferimenti bibliografici
Galanti M.A. (2020), Un manicomio dismesso, un sotterraneo pieno di storie e una pedagogista. In M.A. Galanti e M. Paolini (a cura di), Un manicomio dismesso. Frammenti di vita, storie e relazioni di cura, Pisa, ETS, pp. 241-260.
Montuschi F. (1997), Fare ed essere. Il prezzo della gratuità nell’educazione, Assisi, Cittadella.