Vol. 19, n. 1, febbraio 2020

Monografia

Trasformazioni produttive, lavoro e operosità

Patrizio Bianchi1

Sommario

La grande trasformazione produttiva, che oggi individuiamo come quarta rivoluzione industriale, sta cambiando rapidamente il paesaggio sociale in cui storicamente si definiscono i rapporti di lavoro. Diviene quindi necessario definire nuovi profili che tengano conto di diversi modelli di inclusione e fiducia sociale.

Parole chiave

Lavoro, occupazione, operosità, rivoluzioni industriali.

Monography

Productive transformations, work and laboriousness

Patrizio Bianchi2

Abstract

The great structural transformation, that we define the fourth industrial revolution, is rapidly changing the social environment which framed labour relations for almost the entire XX century it is necessary to explore new emerging profiles defining new models of social inclusion and societal trusts.

Keywords

Work, employment, laboriousness, industrial revolutions.

Il primo spunto di riflessione che voglio affrontare è relativo alla catena «lavoro, occupazione, occupabilità, operosità». Questo è il passaggio cardine di tutta la partita. Stiamo parlando di un contesto che è molto cambiato rispetto a vent’anni fa.

Oggi il concetto di «lavoro», così come il concetto di «occupazione», è oggetto di una trasformazione sostanziale, così come il paesaggio sociale delineato da questi termini è in grandissima trasformazione.

Dal punto di vista degli economisti che studiano le dinamiche industriali — ricordo purtroppo che in tutta l’Università di Bologna non c’è nessuno che insegni economia industriale — tutto quello che viene chiamato quarta rivoluzione industriale non riguarda solo l’introduzione di robot al posto di persone, ma riguarda il cambiamento del sistema della produzione.

A questo proposito, è chiaro che noi siamo soliti descrivere la storia dell’industria e della produzione dal punto di vista delle macchine, cioè assumendo come misura del cambiamento la trasformazione dei processi di produzione. La prima rivoluzione industriale è quella del vapore, poi c’è stata quella che ha messo in fila le macchine, una dopo l’altra, creando la catena di montaggio, poi quella delle telecomunicazioni, infine quella dell’intelligenza artificiale.

A questa prospettiva bisogna invece unire quella della trasformazione dei prodotti e, quindi, della trasformazione sociale che quel cambiamento dei processi comporta. Dal punto di vista dei prodotti, la prima rivoluzione industriale avvia la produzione di grandi dimensioni, passando dal vestito di un sarto ai prodotti di serie. Nella seconda rivoluzione avviene ciò che diventa ancora oggi fondamentale nel nostro immaginario relativo all’industria: la nascita della grande fabbrica, con grandi macchinari in cui l’omino compie operazioni semplici, ripetitive. Sullo schema organizzativo della produzione in grande serie di stampo fordista abbiamo strutturato tutti i rapporti di lavoro. Il rapporto negoziale coi sindacati è stato formulato sull’immagine di un operaio all’interno di una catena di montaggio, che ha la propria attività e, quindi, la propria vita sui famosi tempi e metodi di realizzazione di singole mansioni ossessivamente ripetitive.

Nell’epoca fordista abbiamo strutturato non soltanto le attività prettamente più di fabbrica, ma anche quelle riguardanti i servizi, la cui efficienza veniva misurata con gli stessi parametri di quella fabbrica di produzione di massa che si riteneva misura della efficienza «moderna». Oggi, si registra però un paradosso. Mentre l’industria è cambiata, la pubblica amministrazione continua a organizzarsi su modelli di efficienza fordista: arrivi, metti dentro la scheda con cui dichiari l’orario di arrivo, hai le tue ore di lavoro, hai una serie di mansioni che vengono vendute come moderne perché le hai segmentate, hai un’ora di uscita e hai il tuo tempo libero.

Verso un’industria personalizzata

Se c’è una chiave per capire che cosa sta succedendo, è l’idea di un passaggio da un’industria che misura la propria efficienza sul rapporto prezzi/quantità, a una la cui misura è quella che considera il rapporto prezzi/qualità della produzione, a una situazione attuale in cui sempre più nell’industria emerge come parametro di efficienza la capacità di rispondere ai bisogni emergenti con risposte sempre più personalizzate, anzi con la capacità di organizzare processi produttivi in grado di rispondere in grande dimensione a bisogni personalizzati.

Ricorro a un esempio: all’inizio c’era il sarto, un artigiano che faceva il vestito per me, prendeva gli appunti su un quadernino e aveva i miei dati; poi sono arrivate le produzioni di massa e il sarto era finito, si andava in un negozio dove si trovavano vestiti, grigi tutti uguali e se uno di questi mi andava stretto, ci dovevo star dentro comunque; poi finalmente è nato il drop per cui uiln capo è di taglia 54, però è largo di petto, adattabile per approssimazione alla mia figura. Anche questa fase di flessibilizzazione produttiva per rispondere a un aumentato numero di esigenze viene superato da una nuova industria, che mira a capire qual è il bisogno individuale e sul bisogno individuale dà poi la risposta più adeguata. La personalizzazione su grandi numeri sarà la nuova via alla competitività, che digitalizzazione, big data e robotizzazione oggi rendono possibile per lo sviluppo industriale di punta. Questo non vuol dire che tutte le fabbriche saranno iperflessibili e tutti i prodotti personalizzati. In una economia aperta e globale si manterranno spazi anche per produzioni di massa a basso costo, produzioni di nicchia ad alto prezzo, cosicché conviveranno per un certo tempo diversi modelli di produzione e, quindi, il paesaggio sociale diventerà più complesso e difficile da interpretare.

Le stesse condizioni del lavoro diventeranno più complesse e conviveranno nello stesso luogo condizioni di lavoro sempre più differenziate.

Manualità e giudizio

A questo proposito fatemi fare un passo indietro. Per avere una rapida visione delle trasformazioni nel lavoro indotte dalla automazione dei processi produttivi usiamo due semplici parametri. Chiameremo il primo «manualità» o destrezza, cioè le competenze operative necessarie per svolgere una attività, e, il secondo «giudizio», cioè la capacità relazionale e la capacità creativa necessaria per attivare quella iniziativa e imparare dalla propria azione.

La prima automazione introdotta fin dalla prima rivoluzione industriale era quella che sostituiva attività di bassa qualità manuale e di bassa qualità di relazione con semplici macchine, come le leve meccaniche per sollevare pesi o, nell’industria tessile, la spoletta che andava avanti e indietro automaticamente. In altre parole, si sostituivano attività manuali semplici con macchine semplici.

Nella seconda fase, definita dalla produzione in grande serie, una sequenza di funzioni semplici venivano sostituite attraverso una meccanizzazione semplice, fino a creare le catene di montaggio, con dentro le singole persone che svolgevano funzioni a loro volta predeterminate in una sequenza rigida. Aumentava la quantità di funzioni manuali complesse, sostituite da macchine e da uomini facenti funzioni semplici in sequenza obbligata.

La terza fase, più recente, vede macchine che cominciano a sostituire anche una serie di rapporti relazionali, prima esclusivamente affidati all’uomo. Ad esempio, gli impiegati allo sportello in banca sostituiti da un home banking in cui il cliente svolge funzioni con una macchina che lo riconosce ed esegue le azioni in sequenza. Dopo essermi laureato in scienze politiche, le mie zie dicevano che per fare un lavoro sicuro sarei dovuto andare in banca. Oggi, con l’introduzione di elementi di automazione su alcune produzioni un tempo svolte dagli impiegati, nessuno direbbe più che è un lavoro sicuro.

Nella nuova fase ci saranno le sequenze di attività non preordinate dell’intelligenza artificiale. Quindi quelle che una volta erano il corpo centrale delle attività d’impresa, il paesaggio sociale di un tempo, quello che era l’uomo massa, l’operaio massa, il ceto medio, vengono meno, col rischio di avere due funzioni parallele ma separate: da una parte le funzioni col massimo di creatività, di capacità di lavoro di squadra, di anticipazione anche di funzioni — tutte attività che le macchine non possono ancora svolgere — e, dall’altra parte, funzioni talmente svuotate di manualità e intelligenza tanto da non essere più necessario investire per acquistare delle macchine. Queste due funzioni rifigurano una società che rischia di essere veramente spaccata in due e una società spaccata è una società che non va da nessuna parte.

Il valore dell’operosità

In questo contesto s’inserisce la riflessione sull’operosità: proprio perché la dimensione del lavoro strutturato come avveniva nella fase precedente non è più adeguata e sufficiente, dobbiamo trovare un modo non di tenere «occupata», ma di mantenere «operosa» l’intera struttura sociale, per evitare che la polarizzazione possa creare una frattura sociale irreversibile e distruttiva, tanto da essere da incubatrice di nuovi fascismi.

Questo diventa rilevante, se pensiamo la struttura sociale di oggi. Un tempo nella struttura sociale i vecchi costituivano un margine. C’erano i bambini, gli occupati e una quota di vecchi. Al censimento del 1951, l’attesa di vita era di 63 anni per le donne e di 61 per gli uomini, quindi quando si usciva dal ciclo occupazionale non c’era più spazio. Adesso, che per fortuna abbiamo 20 anni in più di attesa di vita, abbiamo bisogno non di nuove marginalità ma di nuovi protagonismi. Una società in cui le persone considerate produttive sono tre su dieci, con tre che corrono dalla mattina a sera intontoliti e gli altri che si sentono non ancora arrivati o semplicemente fuori, non può vivere.

Il recupero di un concetto di sviluppo di competenze in grado di rispondere a bisogni emergenti significa offrire opportunità di operosità sociale che vadano ben oltre i tempi ritenuti strettamente operativi.

È importante che questa riflessione parta dal discorso sulla disabilità, ma non riguarda solo questa, bensì l’intera dinamica sociale. Si tratta di ridisegnare il concetto di lavoro nella società attuale e futura, dove il lavoro è ancora la base della cittadinanza, quindi non il reddito — questo è un errore materiale che può portare grandi danni —, ma il lavoro strutturato in relazioni sociali, nel cui panorama si riconfigurano tutti i rapporti civili e sociali in cui una persona nella sua interezza si esprime.

Per questo il progetto di operosità che non si oppone di per se stesso alla cittadinanza, ma lo allarga, ci delinea un paesaggio sociale molto più articolato di prima e più bisognoso di nuove configurazioni, una nuova stilizzazione sociale. Sulla base di questo, credo che tutti gli strumenti, come quelli che permettono di uscire dalla trappola di un lavoro strutturato secondo un modello che non esiste più, per andare verso nuove configurazioni di lavoro, occupazione, operosità debbano essere posti in campo.

Nel lavoro fordista dicevi: «Io ho questa formazione, questa specializzazione, posso fare queste cose». Ma se il tema fondamentale non è più svolgere quelle mansioni, ma farle insieme o capire qual è il bisogno a cui debbo rispondere, le competenze sono altre e qui la scuola, la formazione, il re-training diventano leve fondamentali per lo sviluppo di quelle competenze di lavoro congiunto oggi essenziali.

Inoltre, non è neanche detto che il lavoro debba essere strutturato come pensato finora. Prendiamo le 8 ore di lavoro, 40 ore a settimana: corrispondono a una rigidità non più rispondente ai bisogni delle dinamiche industriali né e quelli della società. Bisogna ripensare anche le forme contrattuali che permettono di ridisegnare i rapporti di lavoro, senza ridurre, anzi accentuando i caratteri di tutela del lavoro, anche in presenza di modalità diverse dal passato, evitando di avere un mondo iperprotetto da un lato e un mondo iperprecario dall’altro, che disegnano società diffidenti e violentemente rancorose.

Diviene importante la capacità di misurare il lavoro sull’interesse e le effettive competenze della persona che deve svolgere quella attività. Magari, in una fase della vita ho bisogno di lavorare 40 ore a settimana, in un’altra 18. Perché? Perché oggi abbiamo lavori in grado di configurarsi con una flessibilità che è funzionale allo sviluppo, non il contrario.

Conclusioni

Tre ultime considerazioni. Primo: ho l’impressione che i termini «operosità» e «paesaggio sociale» abbiano una declinazione che debba essere più generale e non quella che è all’origine del presente dibattito. Non è più un problema di disabilità, come un margine ristretto di una condizione di normalità industriale che non esiste più, ma è un discorso generale di riconfigurazione dell’organizzazione sociale, di una situazione economica che è cambiata e sta cambiando con le caratteristiche che ho cercato di descrivere.

Secondo punto: il fatto relazionale, il fatto creativo, il fatto della capacità di cogliere i cambiamenti sta tornando a essere un punto cruciale per lo sviluppo della nostra intera comunità. Quindi, le competenze richieste non sono necessariamente quelle manuali che conoscevamo nella fase precedente, ma soprattutto quelle relazionali e creative.

Terza cosa: ho l’impressione che il ragionamento sul paesaggio sociale sia fortemente condizionato dalle scelte politiche che abbiamo di fronte in questi mesi. Una società che come collante ha la paura e il rancore non lascia spazio a nessuno, tanto meno a chi ha difficoltà.

Se prevale, come sta prevalendo in molte parti del mondo, e anche sventuratamente in questo nostro Paese, la tendenza per cui il collante sociale è il rancore, la paura, la capacità di esplorare paesaggi sociali con gli elementi di forte solidarietà e altrettanto forte creatività, che noi riteniamo necessari, sarà messa a dura prova. L’importante è resistere e spostare più in avanti la linea dei nostri valori e delle nostre iniziative.


1 Professore Ordinario di Economia Politica, Università degli Studi di Ferrara.

2 Ordinary Professor in Political Economy, University of Ferrara.

 

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