Vol. 3, n. 1, Luglio 2026
La partecipazione dei bambini/ragazzi, genitori e famiglie affidatarie ai percorsi all’interno dei Servizi lombardi per il mantenimento delle relazioni sospese o interrotte
Giulia Berardi1
Sommario
L’articolo propone una riflessione intorno al livello di partecipazione dei bambini, dei ragazzi, dei genitori e delle famiglie affidatarie (se presenti) ai percorsi all’interno dei Servizi lombardi che si occupano di mantenere le relazioni sospese o interrotte tra i genitori e i figli non più conviventi. Tali Servizi sono garanti del diritto di visita e di relazione normativamente riconosciuti ai bambini e ai ragazzi e alle loro figure genitoriali.
La ricerca quantitativa promossa ed effettuata in Regione Lombardia si propone di esplorare più da vicino queste realtà operative, ma i risultati ritenuti maggiormente significativi ruotano intorno alla partecipazione delle famiglie alla costruzione dei percorsi finalizzati al mantenimento e alla cura dei legami. Sono tre i temi che si discuteranno: le modalità di costruzione dei calendari degli incontri, la definizione della loro frequenza e durata, gli spazi partecipativi delle famiglie agli momenti di ambientamento, ai momenti pre-incontro, a quelli post-incontro e agli incontri di monitoraggio. I risultati indicano una scarsa partecipazione dei bambini, dei ragazzi e delle famiglie affidatarie ai percorsi costruiti e realizzati all’interno dei Servizi lombardi per il mantenimento delle relazioni tra i genitori e i figli non conviventi.
Parole chiave
Diritto di visita, Servizi per il mantenimento delle relazioni, partecipazione, bambini/ragazzi, genitori, famiglie affidatarie.
The participation of children and young people, parents, and foster families in Child Contact Centres in the Lombardy region
Giulia Berardi2
Abstract
This article explores the level of participation of children, adolescents, parents, and foster families (if any) in the programs offered by Lombardy’s services that maintain suspended or broken relationships between parents and children who no longer live together. These services guarantee the legally recognized rights of visitation and contact for children and their parents.
The quantitative research promoted and conducted in the Lombardy Region aimed to explore these operational frameworks more closely, but the most significant findings revolve around family participation in the development of programs aimed at maintaining and nurturing relationships. Three topics will be discussed: the methods used to develop meeting schedules, the definition of their frequency and duration, and the opportunities for family participation in settling-in sessions, pre-meeting sessions, post-meeting sessions, and monitoring meetings. The results indicate poor participation by children, adolescents, and foster families in the programs designed and implemented within Lombardy’s Child Contact Centers.
Keywords
Visitation rights, Child Contact Centers, participation, children/youth, parents, foster families.
Introduzione
I Servizi dedicati al mantenimento della relazione tra genitori3 e figli non conviventi rispondono alla finalità ultima di sostenere e curare la continuità della relazione tra i primi ed i secondi, a seguito di separazione/divorzio conflittuale, affido (ampiamente e genericamente inteso), collocamento comunitario o altre situazioni per cui è valutato importante tale sostegno. I destinatari dei Servizi per il Mantenimento della Relazione possono essere bambini e ragazzi che hanno vissuto esperienze familiari diverse che, per altrettante svariate motivazioni, necessitano di Servizi che garantiscano loro e alle proprie figure genitoriali il diritto di visita e di relazione.
Il concetto di relazione richiama i principi teorici sui quali si fondano questi Servizi che si riferiscono al valore del legame parentale, al significato delle origini personali, al diritto dell’individuo a tenere vive le proprie radici biologico-storiche, alla centralità del bambino inteso come essere più fragile all’interno delle relazioni intra-familiari (Linee Guida Città Metropolitana di Milano, 2015, p. 15).
La cura dei legami spesso si declina in un Servizio dedicato, inteso come luogo/spazio in cui viene garantita la continuità dei rapporti dei figli con i genitori, o con altri adulti di riferimento significativi, sovente in applicazione a un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria (Raineri e Corradini, 2022).
Il concetto di mantenimento e salvaguardia della relazione richiama il diritto di visita e di relazione del minore nel mantenere rapporti con i propri genitori, in seguito a un’interruzione o sospensione. In riferimento a questo secondo aspetto, il Servizio per il mantenimento della relazione risponde, in prima istanza, al riconoscimento del diritto/bisogno del minore nei confronti del genitore e, insieme, al diritto/dovere del genitore di esercitare la propria responsabilità genitoriale (Città Metropolitana di Milano, 2015).
Le modalità di attuazione degli incontri presso il Servizio e le finalità che questi perseguono, si diversificano e sono dipendenti dal livello di ingiunzione dei provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria competente che ne ha prescritto l’avvio (ovvero il Tribunale per i Minorenni e il Tribunale Ordinario Sezione civile) e, quindi, la realizzazione (Raineri e Corradini, 2022).
Il livello di ingiunzione è valutato in base alla singola situazione e, in riferimento alla specificità della stessa, gli incontri perseguono due ordini di finalità: sostegno, mantenimento e ricostruzione, ma anche controllo, tutela e protezione. Il discrimine tra i due ordini coincide con l’intensità e il grado di preoccupazione del benessere del minore in connessione agli eventi che lo hanno minato.
La partecipazione dei bambini/ragazzi, dei genitori e delle famiglie affidatarie ai percorsi all’interno dei Servizi per il Mantenimento e la cura delle relazioni
La premessa doverosa e che fornisce il senso del lavoro quotidiano con i bambini e ragazzi e con le loro famiglie è la seguente: non è possibile considerare l’ambito del lavoro professionale solo entro una cornice giuridica, il rapporto tra Servizi e Autorità Giudiziaria è fondamentale, ma non esaurisce il mandato professionale verso le bambine i bambini, verso le ragazze e ragazzi e le loro famiglie.
Non si possono considerare le pratiche professionali degli operatori che lavorano all’interno di Servizi tesi alla cura e al mantenimento delle relazioni tra genitori e figli non conviventi scevre di controllo tout court, ma non si può parimenti esaurirle entro questo contenitore che, a dirla tutta, risulta sterile e con limitato spazio di azione.
Il lavoro con le persone rientra in una cornice metodologica, deontologica ed etica che deve necessariamente guardare al di là degli incarichi assegnati dagli organi giudiziari, ricercando costantemente l’attivazione, la partecipazione, la capacità di azione e il potere di coloro che sono i protagonisti indiscussi di storie di vita che non possono ridursi a mere prescrizioni e divieti.
Vale anche la pena chiedersi se gli interventi che fluidificano, facilitano e curano le relazioni tra genitori e figli non conviventi rispondano realmente ad un diritto di cui più persone sono portatrici.
Ragionando a partire dal punto di origine dei Servizi che si occupano in prima battuta dei bambini e dei ragazzi, ovvero di indirizzare gli interventi e le relazioni di aiuto verso la promozione di un loro benessere, si potrebbe affermare che una carenza di partecipazione da parte loro non possa coincidere davvero con una loro piena tutela. La metodologia relazionale ci orienta ad affermare e a concretizzare ciò che segue: il professionista può davvero essere promotore di tutela per il minore solo se trova il modo di far sì che il minore, in qualche grado, tuteli il professionista mentre lo sta tutelando (Donati, Folgheraiter e Raineri, 2011).
Tutti i Servizi che si trovino di fronte al compito di «tenere a bada le famiglie» (Donati, Folgheraiter e Raineri, 2011) perché richiesto e imposto loro da parte di un’Autorità Giudiziaria, si trovano di fronte a questa sfida. Per affrontarla efficacemente, evitando che si cristallizzi e si producano solo effetti negativi e distruttivi, i Servizi devono trovare il modo di aprire dei canali affinché le famiglie possano essere benefiche per quegli stessi Servizi, così come quei Servizi dovrebbero essere benefici per quelle famiglie.
Questo è possibile solo nella misura in cui bambini e famiglia possono a pieno titolo contribuire al processo riflessivo e alla definizione degli interventi insieme agli operatori.
Inoltre, la partecipazione, intesa come il diritto dei bambini e dei ragazzi a esprimere le proprie opinioni intorno a tutte le questioni che li riguardano, è una caratteristica che rende le persone minori di età soggetti attivi di diritti.
I diritti di partecipazione dei bambini e dei ragazzi sono enunciati negli artt. 12, 13, 14, 15 e 17 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC) delle Nazioni Unite, sancendo il loro diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e religione, il diritto ad essere informati, il diritto che deve essere loro riconosciuto in relazione all’espressione libera dei loro punti di vista in tutte le questioni che li riguardano, nonché il diritto alla libertà di potersi esprimere. Parimenti importanti risultano gli artt. 9, 16 e 29, principalmente nelle aree che riguardano il diritto di ascoltare i punti di vista dei bambini e dei ragazzi relativamente alle decisioni che potrebbero confluire in una scelta di separarli dalle loro famiglie.
Il concetto di «partecipazione» è molto ampio e potrebbe trovare molteplici declinazioni operative, così come organizzata all’interno dei SMR in maniere differenti. Non solo a livello normativo, ma anche metodologicamente parlando, promuovere la partecipazione delle persone alla costruzione e definizione degli interventi produce maggiore efficacia e benefici.
Hart definisce la partecipazione come segue: un processo condiviso di presa di decisioni che ha un impatto sulla vita o sulla comunità in cui vive quella persona (Hart, 1992). Ciò che caratterizza maggiormente il concetto si ritrova nella possibilità che le persone non solo possano partecipare, ma possano soprattutto incidere sulle decisioni da prendere: quanto più riescono ad orientare le scelte, quanto più incidono, tanto più si troveranno nella posizione di co-costruire il processo che sarà considerato partecipativo.
Alcuni studi e ricerche internazionali (tra cui: Haight et al., 2002; Holcomb, 2004; Ferndandez, 2007; Humphreys e Kiraly, 2011; Prasad, 2011; Sen e Broadhurst, 2011; Spielfogel et al., 2011; 2013; Kiraly e Humphreys, 2013b; Ainsworth e Hansen, 2017, Delgado et al., 2018), hanno approfondito ed indagato i vissuti dei bambini e dei ragazzi, dei genitori e dei carer che fanno esperienza di incontri all’interno dei Servizi per il mantenimento della relazione. Di seguito la presentazione dei risultati emersi dalla letteratura internazionale e nazionale intorno alla partecipazione dei tre attori considerati principalmente coinvolti quando si parla di Servizi per il mantenimento della relazione: il bambino/ragazzo, la famiglia naturale e gli affidatari (Atwool, 2013).
I vissuti dei bambini e dei ragazzi
È emerso che sia i bambini che i ragazzi esprimono unanimemente il desiderio di essere coinvolti nel processo riflessivo e decisionale per la programmazione degli incontri; vorrebbero poter avere voce e potere decisionale rispetto alle modalità (chi, come, quando), alle forme di gestione delle visite e, interessante, il desiderio esplicitato di poter scegliere il grado di intensità di supervisione degli incontri (Atwool, 2013).
I bambini e ragazzi affermano di voler altresì ricevere più sostegno e supporto da parte degli operatori dei Servizi, questo permetterebbe loro di esplicitare la volontà a mantenere le relazioni familiari con coloro che considerano significativi e dai quali si sono fisicamente allontanati a causa del collocamento (Sen e Broadhurst, 2011).
L’allontanamento dal proprio nucleo familiare è da loro vissuto come uno shock, un evento traumatico, a cui spesso si sommano sentimenti di tristezza, colpa e ingiustizia (Landi, 2019).
I minori che si trovano collocati in un luogo altro rispetto a quello della propria famiglia di origine, specialmente coloro che stanno vivendo un’esperienza di affido etero-familiare, sperimentano e si trovano a gestire una complessa e fitta rete di relazioni (Atwool, 2013).
I bambini e i ragazzi discriminano tra i familiari/altri significativi che desiderano vedere e con cui intendono mantenere una continuità relazionale e familiari/altri significativi che, al contrario, preferirebbero non incontrare con frequenza (Sen e Broadhurst, 2011).
È anche emersa (Morrison et al., 2011) la percezione trasversale di non essere partecipi dell’andamento degli incontri; alcuni bambini e ragazzi hanno riferito infatti di non essersi sentiti coinvolti né informati dei progressi degli incontri con i propri genitori e di non sentirsi supportati né aiutati a rielaborare e a riflettere intorno all’emersione e alla comprensione dei propri sentimenti ed emozioni provati prima, durante e in seguito agli incontri.
Le evidenze sopra citate conducono il ragionamento nella direzione dell’importanza di ponderare attentamente e profondamente la programmazione degli incontri in senso più ampio, senza prescindere dal punto di vista dei bambini e ragazzi. Sarebbe focale, in più, considerare primario il loro punto di vista durante l’interezza dell’intervento; dalla sua fase iniziale, a quelle di monitoraggio e verifica, fino a quella auspicabile della chiusura. Per alcuni di loro, infatti, avere la possibilità di «dire qualcosa» è un aspetto fondamentale per la programmazione, gestione e andamento degli incontri con i propri genitori. La partecipazione dei minori nei processi decisionali che li riguardano garantirebbe, in aggiunta, che i genitori e gli altri decision-makers implementino le capacità di conoscere e riconoscere ciò che i bambini e i ragazzi sentono, desiderano e si aspettano (Fitzgerald e Graham, 2011). Inoltre, fornire ai bambini l’opportunità di contribuire alle decisioni e alla programmazione delle visite, può aiutarli ad affrontare possibili sentimenti di confusione e di isolamento (Fitzgerald e Graham, 2011).
I bambini e ragazzi necessitano dunque del giusto supporto per poter partecipare attivamente alle decisioni relative agli incontri, per comprendere appieno cosa significhi vedere i propri genitori in un luogo deputato e quali potrebbero essere i risvolti di tale modalità di incontro sul lungo periodo (Fitzgerald e Graham, 2011).
Includere i bambini e i ragazzi nel processo decisionale implica un ascolto attivo, costante e una riflessione condivisa circa tutti gli elementi che compongono l’incontro con le loro figure genitoriali e, eventualmente, con gli altri significativi (Fitzgerald e Graham, 2011).
Fornire loro l’opportunità di partecipare ai processi riflessivi e decisionali può aiutarli ad affrontare sentimenti di confusione e isolamento e a gestire le proprie aspettative che potrebbero non coincidere con quelle degli adulti — genitori e operatori.
Una raccomandazione riguardo all’importanza di tenere in considerazione i vissuti dei più piccoli suggerisce di preparare il bambino alle visite con i suoi genitori mediante la legittimazione delle emozioni che emergono prima dell’incontro, la verbalizzazione delle sue aspettative e l’esplorazione di ciò che il bambino vorrebbe che accadesse o non accadesse (Beyer, 2004; 2008).
L’obiettivo di ogni incontro deve essere attentamente rilevato e discusso insieme al fine di preparare tale momento ad essere rispondente allo scopo definito dal bambino o dal ragazzo (Moyers et al., 2006).
Preparare i bambini alle visite con i genitori può anche richiedere un confronto su cosa ci si aspetta da loro durante il tempo con i genitori, cosa vorrebbero fare durante gli incontri e come affrontare i problemi se dovessero presentarsi (Hess e Proch, 1988).
I vissuti dei genitori
Un aspetto poco approfondito dalla ricerca internazionale (Schofield e Ward, 2011) concerne le aspettative circa i comportamenti che i genitori naturali dovrebbero agire durante gli incontri con i loro figli. Tali comportamenti si considerano in linea con le aspettative degli operatori dei Servizi preposti e dell’Autorità Giudiziaria ma, spesso, non vengono spiegate e, talvolta, nemmeno esplicitate. In relazione a questo, i genitori riferiscono di provare ansia circa le regole da rispettare durante gli incontri con i loro figli e, sebbene talvolta vengano informati rispetto a ciò che sarebbe lecito o meno mettere in campo, ammettono di non ricevere un’adeguata spiegazione e presentazione delle motivazioni sottese alle regole fissate (Clare, 2012). L’ansia che i genitori riferiscono di percepire per la carenza di informazioni e di condivisione, pare avere un impatto importante circa la qualità delle interazioni durante gli incontri protetti, poiché il «divieto» di addentrarsi in argomenti di cui non si può discutere, influenza negativamente il flusso naturale degli scambi comunicativi (Clare, 2012).
I genitori, spesso, si sentono fortemente ingaggiati e coinvolti negli incontri con i loro figli finalizzati al mantenimento della relazione, ma si percepiscono impotenti perché si sentono esclusi dai processi decisionali che culminano con la loro realizzazione (Fernandez, 2013).
Un elemento che i genitori vivono come facilitante durante le visite protette (Höjer, 2011), è infatti l’aver contribuito alle decisioni che precedono i contatti. I genitori, infatti, si sentono supportati quando sono nella posizione di contribuire attivamente ai ragionamenti e ai processi decisionali in merito agli incontri con i loro figli. Tuttavia, nonostante alcune evidenze empiriche (Höjer, 2011; Fernandez e Atwool, 2013) mostrino che il sostegno, il supporto e la collaborazione sia facilitante per promuovere contatti qualitativamente positivi, gli operatori dei Servizi non sempre assumono decisioni in maniera realmente partecipativa con le figure genitoriali.
Pertanto, se ai genitori venisse data la possibilità di collaborare e partecipare attivamente alla fase decisionale che precede gli incontri, ciò offrirebbe loro l’opportunità di essere inclusi in tale processo e di migliorare, di conseguenza, la qualità delle visite (Smith et al., 2014).
I genitori desiderano, in più, partecipare alla quotidianità dei loro figli attraverso la comunicazione di informazioni e avvenimenti che li riguardano, poiché ciò promuove un senso di inclusione e un’opportunità di condividere le responsabilità genitoriali con gli affidatari (Höjer, 2011). Quando le informazioni salienti riguardanti i bambini e ragazzi vengono condivise con le figure genitoriali, questo viene percepito come una strategia facilitante anche per le visite e per offrire argomenti di discussione e conversazioni funzionali alla relazione (Höjer, 2011).
Inoltre, i momenti di restituzione post-incontri con i genitori, di debriefing, sono stati proposti come strategia per offrir loro uno spazio di riflessione intorno all’andamento dell’incontro appena concluso e per consentire loro di elaborare eventuali sentimenti che potrebbero essere emersi durante la visita (Beyer, 2008), nonché uno spazio in cui poter far parole delle reciproche aspettative.
Il sostegno alle figure genitoriali implica una la presenza di una buona comunicazione e trasparenza tra i genitori e l’operatore che segue la situazione, al fine di accompagnarli e sostenerli nell’impegno con i Servizi presenti fornendo loro i supporti valutati necessari per affrontare i problemi che potrebbero aver portato i loro figli ad essere collocati in ambiente altro.
Quando i genitori si sentono ben supportati, questo consente loro di acquisire sempre più risorse per affrontare positivamente le emozioni e le preoccupazioni originari dell’affidamento dei loro figli (Fernandez e Lee, 2013).
Tuttavia, nonostante la ricerca qualitativa indichi che il sostegno genitoriale rappresenti un elemento imprescindibile e debba essere continuo nel tempo, non sempre si costruisce un lavoro costante e condiviso (Fernandez e Atwool, 2013).
La maggior parte degli interventi si concentra intorno alla valutazione delle competenze genitoriali a detrimento di percorsi atti alla preparazione degli incontri con i loro figli. Senza affrontare i sentimenti di angoscia, perdita o rabbia prima delle visite, è improbabile che gli incontri possano tradursi in esperienze positive e funzionali per i bambini/ragazzi e per gli stessi genitori (Sen e Broadhurst, 2011).
I vissuti delle famiglie affidatarie
Gli affidatari riferiscono di sentirsi affaticati a fronte di una poca partecipazione nella fase di pianificazione e organizzazione delle visite protette tra il minore e i suoi genitori (Morrison et al., 2011; Atwool, 2013). In riferimento a questo, è sostenuta la tesi dell’esistenza di una correlazione tra il sostegno fornito agli affidatari e la qualità degli incontri tra i minori e i loro genitori: quando gli affidatari si sentono più partecipi nella costruzione dell’intervento, gli esiti degli incontri tra i bambini e ragazzi e le loro figure parentali risultano più positivi (Sen e McCormack, 2011).
Gli affidatari riferiscono anche di sentirsi meglio attrezzati nel loro ruolo di supporter quando ricevono informazioni circa l’andamento degli incontri (Morrison et al., 2011; Spielfogel et al., 2011).
È emerso, in più, che quando percepiscono supporto e vicinanza emotiva da parte degli operatori, gli affidatari siano più inclini a mostrare empatia e vicinanza nei confronti dei genitori naturali e, quando questo si realizza, le visite si traducono più facilmente in esperienze positive per i bambini e ragazzi (Neil et al., 2003).
La rassegna delle pubblicazioni nazionali ad opera di Raineri e Calcaterra descrive una situazione in cui le famiglie affidatarie sentono di essere trattate dagli operatori più come utenti che come partner che possono perseguire una medesima finalità e si sentono in sofferenza a causa di una mancanza di chiarezza e di trasparenza a proposito della storia del bambino e della sua famiglia d’origine (Raineri e Calcaterra, 2017; Guasco e Nocilla, 2010 in Landi, 2019).
È stato riscontrato infatti che il sostegno e l’accompagnamento alle famiglie affidatarie nei percorsi di allontanamento dei bambini e dei ragazzi e i conseguenti incontri con le proprie figure genitoriali in un ambiente altro, siano fattori facilitanti per la buona qualità delle visite (Guasco e Nocilla, 2010 in Landi, 2019).
Come i genitori e i bambini/ragazzi, anche i genitori affidatari possono sperimentare ed essere detentori di un’ampia gamma di emozioni e sentimenti riguardo agli incontri (Bullen et al., 2015): sono le persone che forniscono supporto emotivo ai bambini/ragazzi in seguito agli incontri con i loro genitori, possono provare sentimenti di rabbia e delusione legati a tali momenti che potrebbero non essere positivi per i bambini e ragazzi accolti (Morrison et al., 2011).
Metodologia della ricerca
I risultati presentati nel presente contributo sono parte di un progetto di ricerca più ampio il cui obiettivo si configurava dapprima nella quantificazione dei Servizi per il Mantenimento della Relazione presenti e attivi in Regione Lombardia e, successivamente, esplorarne l’organizzazione e il funzionamento interni.
L’interesse di ricerca è nato e si è sviluppato a partire dall’assenza di elementi concreti relativi a questi particolari Servizi; non se ne conosce la numerosità, né la collocazione territoriale e altrettanto carenti risultano le informazioni che orientano rispetto alla loro organizzazione e funzionamento.
La scelta di considerare l’intero contesto regionale ha comportato l’assenza di forme di campionamento prevedendo il coinvolgimento di tutti gli Uffici di Piano per rispondere efficacemente alla prima domanda di ricerca e, in seguito, della totalità dei Servizi per il mantenimento della relazione (Corbetta, 2014).
Per il macro-obiettivo esplorativo verso cui il lavoro di ricerca è teso e in assenza di elementi conoscitivi sui Servizi di interesse, è parso opportuno utilizzare una metodologia della ricerca di tipo quantitativo, al fine di esaminare l’oggetto di studio mediante analisi statistiche (Corbetta, 2014).
In linea con la metodologia quantitativa, in più, è focale che le unità di analisi siano facilmente comparabili per contenuto e forma, per questo motivo le rilevazioni sono state condotte attraverso il medesimo strumento (questionario on-line) e con una procedura di somministrazione uniforme (autosomministrazione). Pertanto, sia la totalità degli Uffici di Piano sia la totalità dei Servizi per il Mantenimento della Relazione (figure di coordinamento) lombardi sono stati sottoposti alla medesima serie di domande, formulate secondo uno stesso ordine precostituito e ciascun rispondente si è cercato di porlo in una situazione di intervista pressoché uniforme (Corbetta, 2014).
Nel concreto, sono stati messi a punto due strumenti di rilevazione:
- un questionario rivolto agli Uffici di Piano lombardi con l’obiettivo di rilevare la numerosità, la collocazione geografica e per esplorare la forma di gestione e l’eventuale presenza di una figura di coordinamento dei Servizi per il Mantenimento della Relazione presenti in Regione Lombardia;
- un questionario rivolto ai coordinatori dei Servizi lombardi per il Mantenimento della Relazione genitori-figli non conviventi allo scopo di esplorarne l’organizzazione e il funzionamento.
In aggiunta a questi, sono stati preliminarmente costruiti strumenti propedeutici per entrambi i questionari di cui sopra:
- un documento di mappatura aggiornato degli Ambiti Territoriali lombardi, della loro organizzazione provinciale e del numero di comuni afferenti a ciascun Ambito;
- un database per la rilevazione degli Uffici di Piano lombardi, coincidenti con gli Ambiti Territoriali rilevati grazie al documento di mappatura precedentemente predisposto;
- un database per la rilevazione dei Servizi lombardi per il Mantenimento della Relazione tra genitori e figli non conviventi;
- un database con la mappatura delle figure di coordinamento esistenti nei vari Servizi, con relativi riferimenti e contatti.
Nel presente contributo si presenteranno alcuni dati estrapolati dalla ricerca effettuata al fine di effettuare delle riflessioni intorno alla partecipazione dei bambini/ragazzi, dei genitori e delle famiglie affidatarie che utilizzano i Servizi lombardi per il mantenimento della relazione.
Presentazione dei risultati
In questo paragrafo si presenteranno alcuni risultati della ricerca quantitativa realizzata che portano all’emersione di elementi interessanti intorno alla partecipazione dei bambini, dei ragazzi, dei genitori e delle famiglie affidatarie nei percorsi all’interno dei Servizi lombardi.
Nello specifico, le modalità di elaborazione dei calendari, le decisioni intorno alla frequenza e alla durata degli incontri, la possibilità di partecipare agli incontri di ambientamento, a quelli previsti prima dell’inizio degli incontri, a quelli ex-post e agli incontri di monitoraggio dei percorsi, restituiscono dati interessanti, a seguire la loro presentazione e discussione.
Modalità di elaborazione dei calendari degli incontri
Si è rilevata anche la modalità di elaborazione del calendario, evidenziando in che modo i Servizi lombardi scelgano e organizzino i calendari degli incontri previsti (figura 1).
Figura 1

Modalità di elaborazione del calendario degli incontri nei SMR lombardi (dati percentuali).
La maggior parte dei SMR rispondenti (73%), adotta una modalità di scelta in partnership con la famiglia, intendendo con questo termine tutte le figure adulte potenzialmente coinvolte nella situazione: figure genitoriali — incontrante/i e/o collocatario — e/o famiglia affidataria.
A seguire, il 15% dei Servizi rispondenti ha esplicitato di effettuare una scelta tra operatori — quelli del SMR e quelli del Servizio inviante (Servizio di Tutela Minori — Servizio Minori e Famiglia) e, solo in un secondo momento, viene comunicata alla famiglia.
Solo per l’1% dei rispondenti la scelta della calendarizzazione degli incontri non coinvolge altri Servizi né persone che non siano gli operatori interni del SMR.
L’11% dei rispondenti ha scelto l’alternativa di risposta «altra modalità» precisando le proprie modalità decisionali intorno alla calendarizzazione degli incontri: emerge una tendenza generale (100% dei rispondenti «altro») a specificare la personalizzazione delle modalità di scelta dell’organizzazione del calendario in base alla situazione, ma tenendo conto per quanto possibile delle esigenze/preferenze delle famiglie.
È interessante rilevare la risposta più specifica di un SMR (n. 1) lombardo che precisa e aggiunge di concordare la frequenza degli incontri con il Servizio inviante, ma di organizzare il calendario in partnership con la famiglia. In questa situazione si evince una commistione di due modalità di presa decisionale differenti orientate al raggiungimento di due obiettivi distinti: la frequenza degli incontri (n. di incontri da effettuare in arco temporale) risulta una scelta che il Servizio per il Mantenimento della Relazione compie in collaborazione al Servizio inviante, ma i giorni e gli orari in cui questi incontri si svolgono sono scelte che gli operatori del SMR prendono in partnership con la famiglia.
La precedente domanda relativa alle modalità di elaborazione del calendario non prevedeva nessuna alternativa di risposta relativamente alla presenza dei bambini/ragazzi nella definizione degli incontri, poiché si è scelto di dedicare alla loro partecipazione una domanda dedicata.
Si è infatti chiesto ai Servizi lombardi per il Mantenimento della Relazione, qualora discutessero la calendarizzazione degli incontri in partnership con le famiglie (il 73% dei rispondenti, figura 1), di esplicitare se procedessero anche all’ascolto dei bambini e dei ragazzi durante la fase di scelta del calendario degli incontri.
Dalla figura 2 si può notare una percentuale significativa di SMR lombardi (l’80% di quelli rispondenti) che procede all’ascolto dei bambini e dei ragazzi per la definizione degli incontri, ma a seconda della situazione. Per la maggior parte dei Servizi, quindi, l’ascolto dei più piccoli non rappresenta un dovere, bensì una scelta discrezionale degli operatori che conduce ad un ascolto ponderato e situazionale.
Figura 2

SMR lombardi che promuovono la partecipazione dei bambini/ragazzi nell’elaborazione del calendario degli incontri.
Il 16% dei Servizi lombardi rispondenti, invece, procede all’ascolto dei bambini e dei ragazzi durante la fase di calendarizzazione degli incontri.
Il 4% dei Servizi lombardi, al contrario, non ascolta i bambini e ragazzi, procedendo ad una scelta che non tiene in considerazione la loro voce, ma unicamente quella delle figure adulte.
La definizione della frequenza e della durata degli incontri
I dati raccolti qui presentati, fanno riferimento alle modalità iniziali di definizione della cadenza degli incontri (frequenza) e del tempo previsto di ogni incontro (durata).
Figura 3

Modalità di scelta nei SMR lombardi per la definizione della frequenza degli incontri (dati percentuali).
Come evidenzia la figura 3, in assenza di chiare e precise indicazioni da parte dell’Autorità Giudiziaria competente relative alla frequenza degli incontri, la frequenza degli incontri tra genitori e figli non conviventi viene assunta prevalentemente, 55%, dai Servizi per il Mantenimento della Relazione insieme al Servizio inviante (Servizio Tutela Minori).
Il 33% dei SMR non partecipa alla fase decisoria rispetto alla frequenza degli incontri, poiché tale scelta viene assunta unicamente dai Servizi invianti.
Interessante evincere che solo il 9% dei SMR lombardi effettua una scelta in partnership con la famiglia (genitori o altre figure parentali) e bambino o ragazzo.
Il 2% dei SMR rispondenti ha indicato «altra modalità di definizione» specificando che la scelta intorno alla frequenza degli incontri viene assunta in base alla singola situazione, all’età del bambino o del ragazzo e in riferimento alla storia della famiglia.
Il carico di lavoro complessivo non sembra rappresentare un elemento che incide e che orienta la decisione rispetto alle scelte relative alla frequenza degli incontri.
Figura 4

Modalità di scelta nei SMR per la definizione della durata degli incontri (dati percentuali).
Osservando la figura 4, relativamente alle modalità di definizione della durata degli incontri tra figure parentali incontranti e bambini o ragazzi, si evincono dei dati similari rispetto a quelli raccolti intorno alla frequenza.
Il 56% dei SMR assume una scelta in collaborazione con i Servizi invianti (Servizi di Tutela Minori).
Nel 25% dei casi, invece, la definizione della durata degli incontri risulta essere una scelta presa dai Servizi invianti e poi comunicata ai SMR solo in un secondo momento.
Solo il 10% dei SMR lombardi promuove la partecipazione della famiglia (genitori o altre figure parentali) e del bambino o ragazzo durante la fase decisoria relativa alla durata degli incontri.
Nessun SMR, invece, indica il carico di lavoro complessivo come elemento che incide e che orienta la decisione rispetto alla durata dei momenti di incontro.
Il 10% dei SMR ha indicato «altra modalità di definizione», di seguito ciò che è emerso:
- per il 40% dei rispondenti che ha indicato «altra modalità di definizione», la scelta viene assunta dal Servizio inviante e poi valutata insieme al SMR. Per uno di questi due SMR, in più, la scelta viene poi discussa ex post insieme alle figure parentali;
- per il 20% dei Servizi rispondenti la scelta viene assunta sulla base delle singole situazioni, tenendo in considerazione l’età del bambino o del ragazzo e la storia di vita pregressa della famiglia;
- per il restante 40%, è interessante notare che gli incontri prevedono sempre una durata standard (solitamente un’ora), pertanto il tempo degli incontri non risulta un elemento che necessita di essere discusso e scelto poiché è dato a priori. Focale, però, tenere in considerazione che per entrambi i SMR la durata degli incontri può subire variazioni in itinere in base all’emersione di elementi di positività (aumento della durata dell’incontro) o di negatività (riduzione della durata dell’incontro).
Gli spazi partecipativi ai momenti di ambientamento, pre-incontri, post-incontri e agli incontri di monitoraggio
I dati raccolti hanno permesso di rilevare una tendenza regionale diffusa ad effettuare incontri di ambientamento (95% dei SMR lombardi rispondenti), incontri di preparazione pre-incontro (92% dei SMR lombardi rispondenti) e realizzazione di momenti di restituzione post-incontro (94% dei SMR lombardi rispondenti).
Rilevata la loro esistenza e realizzazione, di seguito i dati relativi alle persone presenti a questi momenti.
Come evidenzia la figura 5, la maggior parte dei Servizi lombardi organizza i momenti di ambientamento (il 30%) alla presenza dei bambini e ragazzi. A seguire, il 26% dei Servizi li organizza con il genitore incontrante, il 18% con il genitore collocatario e, in ultimo, con la famiglia affidataria (13%).
Risultano esigui i momenti di ambientamento allargati alla presenza di più persone.
Figura 5

Persone presenti agli incontri di ambientamento (dati percentuali).
Figura 6

Persone presenti ai momenti di preparazione pre-incontri (dati percentuali).
Si nota (figura 6) una grande parte di SMR lombardi che organizza i momenti di preparazione agli incontri principalmente con la figura genitoriale incontrante (il 44%), con dieci punti percentuali in meno, tali gli spazi di preparazione vengono garantiti ai bambini e con i ragazzi (34%).
Si evidenziano dei valori molto bassi rispetto alla presenza dei genitori collocatari (6%), delle famiglie affidatarie (5%), nonché una scarsa organizzazione di momenti di preparazione agli incontri in forma congiunta.
Figura 7

Persone presenti ai momenti di restituzione post-incontri (dati percentuali).
Nei SMR lombardi rispondenti (figura 7) la persona che viene maggiormente coinvolta durante i momenti di restituzione post incontro risulta il genitore incontrante (41%).
Il bambino o ragazzo viene, invece, coinvolto in misura minore rispetto alla figura adulta incontrata ricoprendo una percentuale del 24%.
In misura ancora minore i Servizi effettuano momenti di restituzione dell’andamento dell’incontro con il genitore collocatario (14%) e il valore percentuale diminuisce ulteriormente quando si tratta di promuove la partecipazione ai momenti di restituzione delle famiglie affidatarie (10%).
In linea con i valori rilevati per i momenti di preparazione, sebbene con qualche punto percentuale in più, anche per le restituzioni successive agli incontri, risulta poco diffusa, nei Servizi lombardi, la modalità di organizzazione di incontri congiunti.
Gli incontri di monitoraggio sono uno degli elementi essenziali nel lavoro con le persone. Tali momenti consentono a tutti gli attori (persone direttamente interessate — bambini o ragazzi, figure parentali, famiglie affidatarie — e operatori) di monitorare la direzione dell’intervento, di comprendere come sta andando, di osservare il punto a cui si è arrivati, di verificare la bontà o meno di ciò che si sta facendo e di confermare o modificare il lavoro che si sta effettuando.
Lo studio ha evidenziato che gli incontri di monitoraggio risultano largamente diffusi con un valore del 95% tra i Servizi lombardi per il Mantenimento della Relazione rispondenti.
Solo il 5%, infatti, non effettua nessun incontro in itinere.
Figura 8

Persone presenti agli incontri di monitoraggio (dati percentuali).
Risulta chiaramente dalla figura 8 che gli incontri di monitoraggio vengono effettuati principalmente in forma di incontri individuali.
Gli incontri allargati alla presenza di più persone (con il genitore incontrante — il genitore collocatario e il bambino/ragazzo e con la famiglia affidataria — il/i genitore/i incontrante/i e il bambino/ragazzo), infatti, vengono effettuati in misura inferiore, con dei valori rispettivamente del 14% e del 10%.
La figura parentale che risulta maggiormente coinvolta durante gli incontri di monitoraggio risulta essere il genitore incontrante (22%), seguito dal genitore collocatario (19%), dal il bambino/ragazzo (18%) e, in ultimo, la famiglia affidataria (se presente) con il 17%.
Discussione dei risultati
La ricerca effettuata ha restituito dei dati importanti per quanto riguarda la partecipazione delle persone (bambini o ragazzi, genitori, affidatari) all’organizzazione, alla pianificazione, alla realizzazione, al monitoraggio e alla verifica degli incontri.
Emerge una situazione regionale in cui si osserva la prevalente tendenza dei SMR lombardi a definire il calendario insieme alle famiglie. Leggendo, però, i dati di ricerca inseriti e analizzati, ci si trova di fronte ad un panorama regionale in cui i Servizi coinvolgono le famiglie, intese come le figure adulte, ma risulta parziale la partecipazione dei più piccoli al processo decisionale che culmina con la definizione del calendario degli incontri con i genitori. La modalità diffusa dei Servizi lombardi di scegliere se coinvolgere o meno i bambini e i ragazzi nella fase preliminare di organizzazione e definizione del calendario degli incontri non è rispondente e in linea con ciò che emerge dagli studi e dalle ricerche. È preminente, infatti, il desiderio unanime dei più piccoli di sentirsi e di essere effettivamente partecipi durante i processi riflessivi che esitano con la programmazione degli incontri che loro, in prima persona, sono chiamati a vivere insieme alle proprie figure parentali (Atwool, 2013).
I dati di ricerca mettono in luce una carenza di partecipazione delle famiglie e dei bambini e dei ragazzi rispetto alla possibilità di portare la loro voce intorno alla frequenza e durata degli incontri.
La poca partecipazione e, dunque, il mancato ascolto delle istanze dei bambini e dei ragazzi e, parimenti, delle famiglie, alle scelte intorno a quanti incontri effettuare e alla loro durata, porta la riflessione nella direzione di affermare che i Servizi potrebbero non risultare sufficientemente flessibili né aderenti alle richieste e alle esigenze delle persone a cui sono unicamente destinati gli interventi.
Anche nelle ricerche internazionali condotte su questo tema emerge l’esigenza di una maggiore partecipazione dei genitori e degli affidatari, nonché dei bambini e dei ragazzi fin dalle prime fasi di pianificazione degli incontri. Infatti, la possibilità di esprimersi e la partecipazione effettiva sono considerati elementi di facilitazione per i genitori che partecipano agli incontri, ma anche per gli affidatari a cui sono demandati il sostegno e l’accompagnamento dei minori prima e dopo le visite (Höjer, 2009; Morrison et al., 2011; Atwool, 2013).
Per quanto riguarda la partecipazione delle famiglie, dei bambini e dei ragazzi ai momenti di monitoraggio organizzati durante il percorso, l’analisi dei dati restituisce la situazione di seguito criticamente discussa.
La quasi totalità dei Servizi lombardi organizza ed effettua incontri di monitoraggio e di verifica, incontri di ambientamento, momenti preparatori ex ante, come anche momenti finalizzati alla restituzione ex post. Si rileva, dunque, una buona omogeneità a livello lombardo relativamente all’organizzazione e alla realizzazione di tali momenti.
Rilevata la loro esistenza, si evidenzia una prevalenza di coinvolgimento delle figure genitoriali (o genitoriale) incontranti, tranne per quanto riguarda gli incontri di ambientamento in cui si nota una maggioranza di Servizi che organizza tali momenti prevalentemente alla presenza dei bambini e dei ragazzi.
I momenti di ambientamento, a differenza degli altri, si prevedono in una fase iniziale per consentire al bambino o al ragazzo di familiarizzare con gli spazi e i luoghi in cui si realizzeranno gli incontri, per conoscere e facilitare una relazione di fiducia con l’operatore di riferimento che sarà presente durante gli incontri con gli adulti, per condividere e leggere insieme il regolamento del Servizi, se presente.
Si comprende, dunque, che l’ambientamento non preveda il confronto intorno a ciò che non si è ancora realizzato (il percorso); pertanto, ci si chiede se il maggior coinvolgimento dei bambini e dei ragazzi durante una fase preparatoria sia sufficiente per considerare bastevole la loro partecipazione durante il percorso che si svilupperà. I bambini e i ragazzi, infatti, sentono di voler partecipare all’intero processo, la letteratura (Atwool, 2013; Ferndandez, 2007; Sen e Broadhurst, 2011; Kiraly e Humphreys, 2013b; Delgado et al., 2018) ci mette di fronte ad evidenze che conducono a riflettere rispetto al sentimento dei più piccoli di non essere coinvolti né informati di quanto sta accadendo durante gli incontri con i propri genitori, dei limiti e dei progressi che gli operatori osservano, di quali possano essere le prospettive future. Inoltre, la richiesta che viene avanzata a gran voce è quella di poter contare sull’accompagnamento, sul supporto e sulla comprensione, da parte degli operatori, dei propri sentimenti, esigenze, preferenze e istanze. Le richieste sono precise e fanno riferimento a ciò che loro percepiscono prima, durante e dopo gli incontri con i loro genitori (Morrison et al., 2011; Delgado et al., 2018).
È interessante, altresì, mettere in luce un altro dato regionale: gli affidatari, così come le figure genitoriali collocatarie (se presenti), risultano meno coinvolte in tutti questi momenti e, dunque, la loro partecipazione è scarsamente sostenuta. Come per i bambini e i ragazzi, anche per loro, il coinvolgimento risulta preminente durante i momenti di ambientamento, ma diminuisce in tutti i momenti e gli spazi dialogici previsti durante il percorso.
La scarsa partecipazione sia dei bambini e dei ragazzi che dei loro adulti collocatari di riferimento, consente di avanzare una riflessione critica: rifocalizzando la mission dei Servizi che si occupano di mantenere e curare le relazioni «a rischio», ci si chiede quale sia la finalità e verso chi sia orientato l’intervento e, in più, ci si domanda se gli interventi che hanno come oggetto principale le relazioni si possano parcellizzare.
Sembra chiaro che, per i dati rilevati dalla ricerca condotta, la partecipazione, intesa come possibilità di incidere sulle scelte relative ai percorsi, sia carente per ciò che riguarda le decisioni relative alla frequenza e alla durata degli incontri, tanto per i bambini e per i ragazzi quanto per gli adulti (sia incontranti che collocatari).
Relativamente agli incontri ex ante, ex post e di monitoraggio e di verifica, è stato evidenziato un maggior coinvolgimento degli adulti incontranti mentre è minore quello dei bambini e dei ragazzi. In tali circostanze, però, i dati di ricerca non sono sufficienti per comprendere se e come gli operatori dei SMR promuovano la partecipazione delle persone durante tali momenti, poiché non si sono raccolti elementi sufficienti per esplorare in che modo vengano utilizzate le informazioni raccolte né quali siano le azioni che risultano dal confronto durante tali spazi comunicativi.
Conclusioni
In relazione ai Servizi qui presentati, la gran parte delle situazioni per cui si ritiene necessario il mantenimento della relazione tra genitori e figli non conviventi, è il risultato di una serie di azioni che portano il Giudice a scegliere di allontanare il minore dal suo abituale contesto di vita o si verificano circostanze in cui uno dei due genitori si allontana dal precedente contesto, coattivamente o spontaneamente.
Queste sono le storie più sfidanti per chi è chiamato a lavorare al fianco delle famiglie e dei bambini e ragazzi, ma ha altresì la responsabilità di rispondere a dei chiari mandati della magistratura, senza perdere di vista l’orientamento che spinge verso il mantenimento e la cura di una relazione che potrebbe essere stata ed essere tuttora potenzialmente dannosa per quel bambino o ragazzo il cui interesse è centrale.
I risultati presentati nel presente contributo rilevano una carenza di partecipazione dei bambini e dei ragazzi durante il processo decisionale che culmina con gli incontri con le loro figure genitoriali. Nei Servizi qui studiati, il controllo è spesso elevato, la protezione viene ritenuta centrale e, spesse volte, l’attivazione dello stesso percorso di aiuto all’interno di tali realtà si configura come un’azione di natura coatta.
Quindi, partendo dal presupposto che è giusto e doveroso battersi per la promozione e la difesa dei diritti dei bambini ad essere figli e a crescere in una famiglia, meglio se la propria, altrettanto giusto e doveroso sarebbe battersi per la promozione e la difesa dei diritti della famiglia, poiché nessuna famiglia può essere realmente indifferente alle sue mancanze, al suo soffrire e a sé stessa (Donati, Folgheraiter e Raineri, 2011). Affinché i diritti delle famiglie possano trovare una risposta concreta all’interno dei Servizi che si occupano di loro, il primo passo è dunque promuoverne la partecipazione.
Bibliografia
Ainsworth F. e Hansen P. (2017), Understanding the behavior of children in care before and after parental contact, «Children Australia», vol. 42, n. 1, pp. 5-8.
Atwool N. (2013), Birth family contact for children in care: How much? How often? Who with?, «Child Care in Practice», vol. 19, n. 2, pp. 181-198.
Beyer M. (2004), Visit coaching, New York, NY, Administration for Children’s Services.
Beyer M. (2008), Visit coaching: Building on family strengths to meet children’s needs, «Juvenile and Family Court Journal», vol. 59, n. 1, pp. 47-60.
Bullen T., Taplin S., Kertesz M., Humphreys C. e McArthur M. (2015), Literature review on supervised contact between children in out-of-home and their parents, Canberra, Australian Catholic University, Institute of Child Protection Studies.
Clare B. (2012), Best practice in delivering family contact for children in care in Western Australia: A preliminary study of issues and themes, Perth, WA, Children, Youth and Families Agencies Association.
Corbetta P. (2014), Metodologie e tecniche della ricerca sociale, Bologna, il Mulino.
Delgado P., Pinto V.S., Carvalho J.M.S. e Gilligan R. (2018), Family contact in foster care in Portugal: The views of children in foster care and other key actors, «Child & Family Social Work», vol. 24, n. 1, pp. 98-105.
Donati P., Folgheraiter F. e Raineri M.L. (2011), La tutela dei minori. Nuovi scenari relazionali, Trento, Erickson.
Ferdandez E. (2007), How children experience fostering outcomes: Participatory research with children, «Child and Family Social Work», vol. 12, pp. 349-359.
Fernandez E. (2013), Accomplishing permanency: Reunification pathways and outcomes for foster children, New York, NY, Springer Science and Business Media.
Fernandez E. e Atwool N. (2013), Child protection and out of home care: Policy, practice, and research connections Australia and New Zealand, «Psychosocial Intervention/Intervencion Psicosocial», vol. 22, n. 3.
Fernandez E. e Lee J.S. (2013), Accomplishing family reunification for children in care: An Australian study, «Children and Youth Services Review», vol. 35, n. 9, pp. 1374-1384.
Fitzgerald R. e Graham A. (2011), «Something amazing I guess!»: Children’s views on having a say about supervised contact, «Australian Social Work», vol. 64, n. 4, pp. 487-501.
Guasco L. e Nocilla L. (2010), Costruire relazioni nell’affido. L’esperienza delle famiglie affidatarie. In A.R. Favretto e C. Bernardini (a cura di), Mi presti la tua famiglia? Per una cultura dell’affidamento eterofamiliare per minori, Milano, FrancoAngeli, pp. 175-184.
Haight W.L., Black J.E., Mangelsdorf S., Giorgio G., Tata L., Schoppe S.J. e Szewczyk M. (2002), Making visits better: The perspectives of parents, foster parents, and child welfare workers, «Child Welfare: Journal of Policy, Practice, and Program», vol. 81, n. 2, pp. 173-202.
Hart R.A. (1992), Children’s participation. From tokenism to citizenship, Firenze, Unicef.
Hess P.M. e Proch K.O. (1988), Family visiting in out-of-home care: A guide to practice, Washington, DC, Child Welfare League of America.
Höjer I. (2011), Parents with children in foster care: How do they perceive their contact with social workers?, «Practice: Social Work in Action», vol. 23, n. 2, pp. 111-123.
Holcomb R. (2004), Innovative practice in foster child visitation: A review of the literature for Family Alternatives, Inc, Minneapolis, MN, University of Minnesota.
Humphreys C. e Kiraly M. (2011), High-frequency family contact: A road to nowhere for infants, «Child and Family Social Work», vol. 16, pp. 1-11.
Kiraly M. e Humphreys C. (2013b), Family contact for children in kinship care: A literature review, «Australian Social Work», vol. 66, n. 3, pp. 358-374.
Landi C. (2019), L’affido familiare in Lombardia. Una ricerca quantitativa nel tribunale per i minorenni di Milano, Trento, Erickson.
Città Metropolitana di Milano (2015), Linee guida. I servizi per il diritto di visita e relazione, https://www.cittametropolitana.mi.it/export/sites/default/welfare_e_pari_opportunita/archivio/Minori_Famiglia_Archivio/Spazio_Neutro/doc/sn_diritto_visita_2015_WEB.pdf (consultato il 23 giugno 2026).
Moyers S., Farmer E. e Lipscombe J. (2006), Contact with family members and its impact on adolescents and their foster placements, «British Journal of Social Work», vol. 36, pp. 541-559.
Morrison J., Mishna F., Cook C. e Aitken G. (2011), Access visits: Perceptions of child protection workers, foster parents and children who are crown wards, «Children and Youth Services Review», vol. 33, pp. 1476-1482.
Neil E., Beek M. e Schofield G. (2003), Thinking about and managing contact in permanent placements: The differences and similarities between adoptive parents and foster carers, «Clinical Child Psychology and Psychiatry», vol. 8, n. 3, pp. 401-418.
Raineri M.L. e Calcaterra V. (2017), L’Affido Partecipato nelle voci dei protagonisti. Una ricerca valutativa, Trento, Erickson.
Raineri M.L. e Corradini F. (2022), Linee guida e procedure di servizio sociale. Manuale ragionato per lo studio e la consultazione. Quarta edizione aggiornata, Trento, Erickson.
Schofield G. e Ward E. (2011), Understanding and working with parents of children in long-term foster care, Londra, Jessica Kingsley Publishers.
Sen R. e Broadhurst K. (2011), Contact between children in out-of-home placements and their family and friends’ networks: A research review, «Child and Family Social Work», vol. 16, pp. 298-309.
Sen R. e McCormack J. (2011), Foster careers’ involvement in contact: Other professionals’ views, «Practice (UK)», vol. 23, n. 5, pp. 279-292.
Smith G.T., Shapiro V.B., Sperry R.W. e LeBuffe P.A. (2014), A strengths-based approach to supervised visitation in child welfare, «Child Care in Practice», vol. 20, n. 1, pp. 98-119.
Spielfogel J.E., Leathers S.J., Christian E. e McMeel L.S. (2011), Parent management training, relationships with agency staff, and child mental health: Urban foster parents’ perspectives, «Children and Youth Services Review», vol. 33, n. 11, pp. 2366-2374.
-
1 Assistente sociale e Dottoressa di ricerca in Social Work and Personal Social Services.
-
2 Assistente sociale e Dottoressa di ricerca in Social Work and Personal Social Services.
-
3 Non ci si riferisce unicamente ai genitori ma, da qui in avanti, a tutte le persone e le relazioni ritenute significative per il minore.
Vol. 3, Issue 1, July 2026