Vol. 3, n. 1, Luglio 2026

Il visiting advocacy in un Centro Diurno per bambini e ragazzi

Analisi di una esperienza

Valentina Calcaterra1

Sommario

Il contributo presenta una ricerca qualitativa condotta nell’ambito di un progetto sperimentale per l’introduzione della pratica dell’advocacy professionale indipendente in un Centro diurno per bambini e ragazzi seguiti dai servizi di tutela minorile in Piemonte. Dopo un’iniziale introduzione sul concetto di advocacy a supporto della partecipazione delle persone di minore età ai processi decisionali, il paper presenta i risultati della ricerca che ha studiato il servizio sperimentale attraverso interviste agli operatori e un focus group con i ragazzi che hanno fruito del supporto del portavoce presso il Centro diurno. I risultati evidenziano che la presenza del portavoce indipendente favorisce l’espressione autentica dei bambini e dei ragazzi e migliora la qualità dei progetti educativi. Centrale risulta la costruzione di relazioni di fiducia, basate su riservatezza e indipendenza. Tuttavia, emergono criticità legate alla resistenza culturale degli adulti e alla necessità di un lavoro sistemico di sensibilizzazione. Si riflette infine sulle strategie utilizzate per fronteggiare tali fisiologiche difficoltà legate all’introduzione di una pratica partecipativa nel sistema di tutela minorile.

Parole chiave

Advocacy professionale indipendente, partecipazione, bambini e ragazzi, centro diurno, social work.

Visiting advocacy in a Day Centre for children and young people

An analysis of a project

Valentina Calcaterra2

Abstract

The paper presents a qualitative study conducted within an innovative project aimed at introducing independent professional advocacy in a day care center for children and young people in care in Piemonte (Italy). After an initial overview of advocacy as a tool to support the participation of children and young people in decision-making processes, the paper outlines the research findings based on interviews with practitioners and a focus group with the young participants who benefited from the advocate’s support at the center. The results show that the presence of an independent professional advocate fosters the authentic expression of children and young people and improves the quality of path of aid. Building relationships of trust, grounded in confidentiality and independence, emerges as a key element. However, some challenges arise, particularly those related to adults’ cultural resistance and the need for broader systemic awareness-raising efforts. Finally, the paper reflects on the strategies adopted to address these inherent challenges associated with introducing a participatory practice within the child protection system.

Keywords

Independent professional advocacy, participation, children and young people, day care center, social work.

La partecipazione dei bambini e dei ragazzi e le funzioni di advocacy

La partecipazione di bambini/e e ragazzi/e3 nella definizione degli interventi, dei servizi e delle politiche a loro destinate è un principio di riferimento e, contestualmente, obiettivo del lavoro degli operatori dei servizi di welfare che ha grande attenzione sia nella pratica che nella ricerca di social work (Bruselius-Jennsen et al., 2022; Calcaterra e Raineri; 2022; 2023; Ciliberto e Piccinin; 2022; Kosher e Ben-Arieh, 2020; Diaz, 2020; Equit e Purtel, 2023; Featherstone et al., 2018; Landi e Lenzo, 2025; Lundy, 2018).

Poter esprimere il proprio punto di vista, essere ascoltati da chi ha responsabilità istituzionali di intervento e vedere tenuta in considerazione la propria opinione è un diritto delle persone di minore età sancito normativamente nella legislazione nazionale e internazionale.

Concretizzare tale principio di intervento e mandato normativo, tuttavia, non è per nulla semplice per diversi motivi, tra cui la necessità degli operatori di conciliare l’ascolto del punto di vista dei ragazzi con la responsabilità di definire cosa sia nel loro interesse superiore, la necessità di dedicare tempo per stare in relazione con i ragazzi, di adottare strategie di comunicazione adeguate all’età dei ragazzi con cui si è in relazione (Balsells et al., 2017; Delgado et al., 2023; Toros, 2021; Willow, 2013; Wood, Selwyn, 2013), non ultimo di fare spazio alla partecipazione in un sistema organizzato di servizi di welfare e di tutela minorile ancora fortemente adultocentrico. Il Comitato ONU che vigila sull’attuazione della Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia del 1989, ratificata in Italia nel 1991, nei suoi report e raccomandazioni ha indicato per l’Italia la necessità di promuovere politiche e interventi per una più sostanziale, omnicomprensiva e sistematica partecipazione delle persone di minore età nei processi decisionali all’interno delle loro famiglie, comunità, scuole e istituzioni su tutte le questioni che li riguardano (Comitato sui diritti dell’infanzia, 2019).

Organizzare il sistema per garantire ai minori l’esercizio del loro diritto di essere ascoltati e prendere parte alle decisioni che li riguardano, comporta passare da un approccio che vede gli adulti responsabili e decisori ultimi sulla vita dei minori a un approccio che vede i ragazzi come partner attivi nella definizione degli interventi a loro favore (Cashmore, 2002; Serbati, Milani, 2013).

In questo scenario, il concetto di advocacy come pratica professionale relazionale (Folgheraiter, 2011) e non oppressiva (Dalrymple e Burke, 2006; Dominelli, 2002; Sanfelici, 2024) ha riacquisito centralità nel social work, in particolare come strumento per promuovere diritti, partecipazione e giustizia sociale.

L’intervento di advocacy, come azione di riconoscimento e rappresentanza dei diritti delle persone vulnerabili nei contesti decisionali formali, è una funzione tipica degli operatori sociali nella relazione con le persone beneficiarie dei loro interventi (Boylan e Dalrymple, 2011). Svolgere funzioni di advocacy non è, quindi, una responsabilità aggiuntiva all’azione dei professionisti nei servizi di welfare, piuttosto un fondamento etico e professionale pienamente e formalmente attinente al loro mandato.

Accanto a questa forma di rappresentanza formale, in diversi sistemi di welfare a livello internazionale si sono negli anni sviluppate e implementate forme di rappresentanza dei diritti delle persone fragili di tipo indipendente che vedono l’intervento di un professionista specificatamente formato con l’unica finalità di promuovere la partecipazione delle persone e sostenerle nel rappresentare il loro punto di vista nei confronti di chi ha potere decisionale sulla loro vita. Questa forma di intervento, definita come indipendent professional advocacy (Boylane e Dalrymple, 2009; Dalrymple, 2003), ha esperienza in particolare nell’ambito della tutela minorile sia a sostegno delle persone di minore età, sia a supporto dei genitori nella loro relazione con gli operatori dei servizi (Powel et al., 2024).

Diverse ricerche mostrano l’importanza del supporto in tutela minorile di un operatore indipendente con funzioni di portavoce (Vis et al., 2011, Kennan et al., 2018; Jelicic et al., 2013; Oliver et al., 2006; Knight and Oliver, 2007; Fitt et al., 2023). Quando i bambini e ragazzi coinvolti nei processi di tutela possono fruire dell’intervento di un operatore di advocacy ne traggono benefici a livello personale e i progetti che si definiscono sono vissuti come migliori e più efficaci.

Le tipologie di interventi di advocacy e lo sviluppo nei servizi italiani

L’advocacy professionale indipendente si concretizza nell’intervento di un operatore specificatamente formato, definito nell’esperienza italiana con il termine portavoce, con la sola finalità di aiutare i ragazzi a comprendere le informazioni relativamente al loro procedimento di tutela, concettualizzare le differenti possibilità di azione a loro disposizione, le responsabilità degli adulti che sono tenuti a decidere per il loro benessere e le conseguenze dei differenti possibili corsi d’azione, decidere quindi consapevolmente cosa riferire agli operatori tenuti a intervenire per la loro tutela (Calcaterra, 2014; 2021). Quando i ragazzi non sono in grado, o non se la sentono, di rappresentare autonomamente il loro punto di vista agli adulti per loro responsabili possono chiedere il supporto del portavoce anche per esprimere le loro preoccupazioni e desideri nei contesti decisionali formali, così da assicurarsi che quanto riferito venga debitamente tenuto in considerazione. L’intervento di advocacy professionale svolto da un portavoce con tali finalità è guidato da principi di empowerment, in quanto l’operatore di advocacy non si sostituisce al bambino/ragazzo, ma promuove e sostiene la sua progressiva capacità di partecipare autonomamente, e dal principio di centratura sul punto di vista dei ragazzi che rappresenta, lavorando a partire da ciò che nella loro percezione è una preoccupazione su cui intervenire senza lasciarsi attraversare dall’interesse superiore per i ragazzi così come definito dagli adulti coinvolti. Oltre a questi, il principio di riservatezza caratterizza fortemente la relazione tra portavoce e ragazzi, principio che permette loro di mantenere il controllo sulle questioni di cui discutono con il portavoce che non è autorizzato a parlare con alcuno al di fuori di loro se non su loro specifica indicazione. Questo principio operativo permette ai ragazzi di riflettere criticamente e ad alta voce con un adulto competente sulle questioni che li preoccupano sicuri di poter controllare il flusso dialogico senza il timore delle conseguenze di ciò che diranno, non avendo il portavoce alcun potere decisionale o responsabilità valutativa.

Tutti questi principi sono sostenuti dalla caratteristica di indipendenza del lavoro del portavoce che diviene un ulteriore principio operativo nella misura in cui il portavoce non deve rispondere all’interesse degli adulti coinvolti o dalle organizzazioni per la tutela dei minori, e il suo lavoro è guidato solamente dai bambini e ragazzi a partire da ciò che loro considerano importante.

Il lavoro di un portavoce professionale indipendente può concretizzarsi nella relazione con un singolo ragazzo per affrontare una specifica preoccupazione su indicazione propria o degli operatori dei servizi che se ne occupano. Questa fattispecie viene definita in letteratura come interventi di issue-based advocacy, o advocacy di caso nel nostro contesto. (Boylan e Dalrymple, 2009; Calcaterra, 2014) e prevede una relazione tra portavoce e ragazzo con la specifica finalità di sostenere la persona di minore età nel rappresentare il proprio punto di vista su una specifica preoccupazione per la quale gli adulti responsabili devono prendere una decisione. Tale relazione professionale si configura di breve durata e termina una volta raggiunto questo obiettivo.

Diversamente gli interventi definiti di visiting advocacy (Boylan e Dalrymple, 2009; Calcaterra, 2014) si realizzano a supporto dei bambini e dei ragazzi che vivono in contesti di residenzialità o semi-residenzialità e si concretizzano nel garantire la presenza regolare e con una frequenza costante di un portavoce presso il contesto di accoglienza dei ragazzi, essendo a disposizione dei singoli o dei ragazzi in gruppo, per aiutarli a rappresentare le loro preoccupazioni in relazione al loro progetto quadro o educativo, nella relazione con gli operatori di riferimento, i familiari o il gruppo dei pari.

Nel sistema di tutela minorile italiano si ha traccia delle prime sperimentazioni delle funzioni di advocacy professionali indipendente fin dal 2012; diverse sono state le sperimentazioni sia di interventi di advocacy di caso sia di interventi di visiting advocacy (Calcaterra, 2016). Ciascuna di queste sperimentazioni è stata studiata rilevando importanti evidenze a beneficio della partecipazione dei ragazzi coinvolti, sia dal punto di vista delle persone di minore età stesse che dal punto di vista degli operatori dei servizi responsabili dei loro progetti di tutela (Calcaterra 2015a, 2015b, 2022; Calcaterra e Folgheraiter, 2021; Calcaterra e Raineri, 2023; Lanzi e Calcaterra, 2021).

Il contesto della ricerca

La Cooperativa Animazione Valdocco (di seguito Cooperativa) in partnership con l’Associazione di Promozione Sociale «Advocacy. Tutela e voce dell’infanzia» (di seguito Associazione) e l’Unione NET di Settimo Torinese hanno realizzato un progetto per la sperimentazione della pratica dell’advocacy professionale indipendente nei servizi per la tutela minorile in Piemonte. Il progetto «Advocacy Piemonte. Voce ai minori quando si decide per loro» ha previsto l’introduzione del portavoce professionale nella modalità del visiting advocacy presso il Centro Educativo Diurno (CEM) a sostegno della partecipazione dei ragazzi accolti nella definizione e realizzazione dei propri progetti educativi, così come la realizzazione di alcuni interventi di advocacy di caso per situazioni indicate dagli operatori dei servizi di tutela minorile.

Al tempo dell’avvio della sperimentazione il CEM accoglieva dodici persone di minore età tra gli 11 ai 16 anni con situazioni familiari complesse in alcuni casi anche in presenza di provvedimenti dell’Autorità giudiziaria.

Accanto alla realizzazione di tali interventi sperimentali, è stata realizzata una ricerca per studiare il processo messo in atto per realizzare tali interventi, essendo innovativi per il contesto di lavoro in cui si inseriscono, così come gli esiti dell’introduzione dell’advocacy professionale indipendente in tali servizi. Il paper presenta gli esiti della ricerca solamente con riferimento all’implementazione del servizio di visiting advocacy.

Finalità e metodo della ricerca

Essendo questa ancora una delle prime sperimentazioni italiane di questa pratica professionale nella forma del visiting advocacy nei servizi diurni per minori, la finalità principale della ricerca è stata studiare i punti di forza e le criticità dell’intervento di un portavoce professionale indipendente nell’ambito dell’accoglienza diurna di ragazzi. Oltre a questo, la ricerca ha inteso rilevare quali strategie e accorgimenti metodologici sono stati utilizzati per l’implementazione di un servizio di visiting advocacy nel centro diurno e quali difficoltà si sono dovute affrontare. Questa conoscenza è utile in vista di possibili nuove attivazioni di tale pratica professionale in altri contesti e servizi simili.

La ricerca, di tipo qualitativo (Corbetta, 2003), si è svolta da novembre del 2024 ad aprile 2025. Gli strumenti di ricerca sono stati focus group (Acocella, 2012) con i ragazzi frequentanti il CEM e interviste semi-strutturate (Bichi, 2007; Cardano, 2003) con gli operatori dei servizi responsabili del progetto o che ne sono stati a vario titolo coinvolti.

Relativamente alla selezione dei partecipanti si è scelto in maniera mirata di intervistare alcuni operatori sulla base della conoscenza del progetto e del ruolo in esso rivestito.

Nello specifico, per un approfondimento sul contesto e sul progetto, sono state realizzate interviste semi-strutturate ai referenti del progetto quali il Coordinatore del progetto della Cooperativa, la Responsabile dei Servizi Sociali Area Famiglia e Minori dell’Unione Net di Settimo Torinese e la Portavoce senior, supervisore del progetto per l’Associazione.

Per lo studio del visiting advocacy e del lavoro del portavoce, è stata realizzata una intervista congiunta a entrambe le educatrici al tempo in servizio presso il CEM, una intervista al portavoce attivo presso il CEM al momento della rilevazione e a due assistenti sociali dei servizi territoriali che sono state coinvolte negli interventi di advocacy. Per ciascun intervistato/a è stata predisposta una traccia di intervista in relazione al ruolo e alla modalità di partecipazione al progetto. Tutte le interviste sono state trascritte letteralmente. Si è quindi proceduto con un’analisi tematica del contenuto (Braun e Clarke, 2006). A seguito della lettura delle trascrizioni sono state raggruppate ed etichettate le sequenze di dialogo che trattavano tematiche simili. Man mano che si procedeva con la codifica, sono stati individuati dei sotto-temi, poi raggruppati per analogia semantica. Il lavoro di analisi testuale è stato realizzato con il supporto del programma Maxqda.

Oltre a ciò, è stato realizzato un focus group con i ragazzi frequentanti il CEM.

Per la partecipazione al focus group è stata scritta una lettera di invito a tutti i ragazzi che al momento della rilevazione frequentavano regolarmente il CEM. Con tale lettera, distribuita per il tramite delle loro educatrici, si spiegavano le finalità della ricerca, la proposta di partecipazione e la specifica della volontarietà della partecipazione al focus group. Sono state quindi raccolte le autorizzazioni alla partecipazione dei ragazzi da parte degli adulti responsabili.

Al focus group hanno partecipato cinque persone di minore età, 3 maschi e 2 femmine, di età compresa tra 11 e 14 anni, che erano presenti al Centro il giorno in cui si è realizzato il focus group essendosi assicurati che avessero manifestato la loro disponibilità a partecipare e che fossero stati autorizzati dai loro genitori/tutori. La domanda di ricerca del focus group svolto con i ragazzi è stata raccogliere il loro punto di vista sul servizio di visiting advocacy. Nello specifico le macroaree che hanno guidato la riflessione in gruppo sono state: le caratteristiche del lavoro del portavoce, le regole di ingaggio nel lavoro con il portavoce, criticità e punti di forza del lavoro con il portavoce presso il Centro secondo la loro esperienza.

A seguire è stato dato uno stimolo grafico con il quale si è chiesto ai ragazzi di rappresentare cosa fosse piaciuto loro e che cosa invece non fosse piaciuto nell’avere un portavoce al CEM al fine di facilitare la narrazione e proseguire nella riflessione congiunta.

Il focus group ha avuto una durata all’incirca di quarantacinque minuti, la discussione è stata audio-registrata e a seguire sbobinata letteralmente. Si è proceduto quindi a un’analisi tematica del contenuto che ha seguito la stessa procedura delle interviste, mentre le immagini sono state utilizzate a supporto dell’analisi della narrazione.

La ricerca è stata condotta nel rispetto del Codice etico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, approvato con Decreto Rettorale n. 9350 del 2011.

Risultati della ricerca

La fiducia alla base della possibilità di sperimentare

Un primo tema che emerge chiaramente dalla narrazione degli operatori è il tema della fiducia.

In primo luogo, la fiducia è espressa dagli operatori nei confronti della finalità stessa dell’intervento a supporto della partecipazione dei ragazzi. Diversi operatori hanno riconosciuto come punto di forza in origine l’obiettivo di promuovere la partecipazione dei bambini dei ragazzi di cui si occupano i servizi coinvolti nella convinzione che questo permetta la definizione di interventi migliori e maggiormente protettivi

Poter disporre della partecipazione autentica e reale dei destinatari migliora i progetti il servizio di intervento […] quanto più riusciamo a far entrare la voce autentica, l’opinione, la proposta del minore nei nostri progetti, tanto più aumenta la qualità dei percorsi educativi di accoglienza che possiamo mettere in campo. (Coordinatore del progetto)

La presenza nel processo di un portavoce con una posizione di indipendenza è considerata dagli operatori responsabili delle situazioni un elemento positivo, che potrebbe aiutare i ragazzi coinvolti a comprendere meglio quanto sta accadendo loro, i possibili corsi d’azione rispetto alle decisioni che dovranno essere prese ed esprimere il proprio punto di vista in maniera più consapevole e informata.

A seguire, si è rilevata l’importanza di una relazione di fiducia tra gli operatori chiamati a coinvolgersi nella sperimentazione di un servizio innovativo.

Tutti gli Enti coinvolti hanno avuto significative esperienze di collaborazione sul tema della partecipazione di bambini e ragazzi e delle loro famiglie che hanno permesso loro di riconoscere congiuntamente l’importanza di proseguire nella riflessione e attivazione di pratiche partecipative nei propri contesti di intervento a supporto dei bambini e dei ragazzi.

Con la Cooperativa lavoravamo [Associazione] già da tanto tempo nel lavoro di formazione degli operatori rispetto alla partecipazione, al coinvolgimento delle famiglie dei bambini, dei ragazzi in tutta la loro progettazione. (Portavoce senior supervisore)

La sperimentazione è stata resa possibile proprio grazie a queste precedenti esperienze di collaborazione tra i partner e alla fiducia reciproca nella possibilità di lavorare bene insieme sul tema della partecipazione.

Criticità e preoccupazioni

Nonostante la disponibilità degli operatori e la fiducia nel dispositivo, sono emerse alcune criticità e preoccupazioni sia nella narrazione dei referenti del progetto, sia degli operatori dei servizi coinvolti.

Una prima preoccupazione ha riguardato la necessità di «proteggere» i bambini e ragazzi da una eccessiva esposizione a nuove relazioni con ulteriori professionisti. Gli operatori ricordano come spesso i bambini e i ragazzi si rapportano con diverse figure professionali e questo richiede che vi sia chiarezza dei ruoli di ciascuno, così come del ruolo esclusivo che ricopre il portavoce.

C’è anche questo aspetto da diciamo salvaguardare, no, distinguere, perché altrimenti veramente questi ragazzini sono bersagliati da un mucchio di stimoli che poi non portano a nulla se sono troppi. (Responsabile Servizi Area Minori)

Dalle interviste con i responsabili del progetto emerge anche una certa consapevolezza delle resistenze «culturali» del sistema e dei suoi operatori a fare spazio per concretizzare una partecipazione autentica dei bambini e dei ragazzi nei processi decisionali che li riguardano. Tali resistenze potrebbero essere dettate da diverse ragioni quali dinamiche di potere, responsabilità valutativa degli operatori e tensione tra partecipazione dei ragazzi e il loro mandato di tutela come emerge dalla citazione che segue.

Senza caricarlo [il ragazzo] però di ulteriore responsabilità… l’idea di doverlo caricare tantissimo mi preoccupava senza però nulla togliere a quello che voleva portare. Quindi c’era un po’ anche questa mia di difficoltà di gestire questi due aspetti. (Assistente sociale 2)

Infine, si rileva una preoccupazione del fatto che il sistema dei servizi non sia ancora pronto per una autentica partecipazione dei ragazzi ai processi decisionali e che quindi l’introduzione di metodiche partecipative non sia sufficiente se gli adulti di riferimento dei ragazzi non sono del tutto disponibili a mettersi in discussione e ad aprirsi alla possibilità di cambiare le proprie modalità di lavoro e convinzioni progettuali.

Non basta ovviamente mettere un portavoce dentro un posto per far funzionare le cose, è necessario che tutti gli adulti coinvolti direttamente non solo conoscano che cosa vuol dire partecipazione, cosa vuol dire che bambini e ragazzi hanno a disposizione un portavoce, ma anche che facciano un passo indietro. Oppure semplicemente si fermino un attimo, che già basterebbe molto, e dessero la possibilità innanzitutto di fare spazio appunto ai bambini e ai ragazzi. Credendoci e ovviamente agendo in un certo modo, passando quella fiducia, non è tanto la criticità del portavoce, ma una criticità del sistema che non è sempre disponibile autenticamente a includere la partecipazione dei bambini e dei ragazzi. (Portavoce senior supervisore)

La cura delle relazioni per rendere possibile la sperimentazione

Un altro tema che emerge in maniera trasversale dalle interviste è il tema della cura che si è espressa a diversi livelli per rendere possibile la sperimentazione e accompagnare il processo di introduzione dell’advocacy professionale indipendente.

La cura si è espressa prima di tutto nei confronti degli adulti responsabili dei ragazzi che sono stati costantemente accompagnati a comprendere la proposta di lavoro.

I responsabili del progetto riferiscono la scelta di prevedere, infatti, la presenza di un «facilitatore» di processo (svolto dal coordinatore del progetto per la Cooperativa) affiancato da un portavoce senior (referente dell’Associazione) per la diffusione della cultura della partecipazione e la cura delle relazioni con gli adulti che sarebbero stati coinvolti nel progetto e che avrebbero consentito di creare il contesto adeguato per una autentica partecipazione dei ragazzi.

Tale funzione si è concretizzata nella partecipazione periodica del «facilitatore» agli incontri di équipe e nell’organizzazione di singoli incontri ad hoc con la finalità di chiarire eventuali dubbi, affrontare le preoccupazioni e definire i passaggi concreti per avviare la collaborazione con il portavoce.

È una iniziativa che non è secondaria cioè ci si pensa, quando magari c’è una conflittualità in atto, una sofferenza in atto, io dico sempre [all’assistente sociale] prova a confrontarti con M. [facilitatore di sistema] e vedere se c’è la possibilità di attivare questo percorso [advocacy]. (Responsabile Servizi Area Minori)

Avere questa continuità di dialogo, inoltre, sembra aver permesso agli operatori di allenare il pensiero all’ascolto dei ragazzi e ad aprirsi sempre di più nella quotidianità del proprio lavoro alla loro partecipazione nel rispetto dei loro diritti sanciti normativamente.

Non è che stiamo facendo, promuovendo un modello alternativo di lavoro. Noi stiamo semplicemente difendendo un diritto che già esiste ma che viene poco esercitato. (Portavoce senior supervisore)

La cura si è espressa anche nell’accompagnare le famiglie dei ragazzi a comprendere che è necessario lavorare con la rete di tutti gli adulti e non solo con i professionisti. A tal fine i responsabili del progetto riferiscono dell’organizzazione di un incontro dedicato alla presentazione del progetto e del portavoce alle famiglie dei bambini e dei ragazzi che ha permesso ai genitori di comprendere chi fosse questa nuova figura che si aggiungeva ai molteplici operatori che si occupano dei loro figli e con quale funzione.

La questione più importante consisteva nel far capire che sono figure d’aiuto [il portavoce], e quindi figure complementari e non concorrenziali con il loro ruolo genitoriale. Questo in linea di massima non ha creato problemi, è stato recepito bene [dai genitori]. (Coordinatore del progetto)

Infine, gli operatori riferiscono di una cura nella spiegazione della sperimentazione ai ragazzi del CEM cui è stato presentato il progetto durante un incontro tenutosi dalla portavoce senior dell’Associazione Advocacy insieme alla portavoce che avrebbero incontrato presso il Centro e alle loro educatrici.

Questo passaggio sembra essere stato efficace. Come già rilevato in altre sperimentazioni (Calcaterra, 2015a; 2015b), anche in questo caso si rileva come i ragazzi non abbiano avuto difficoltà a comprendere fin da subito la proposta e come la figura del portavoce, e i principi che ne guidano l’operato, si distingue dall’intervento degli altri professionisti che incontrano. Tale capacità di comprensione viene anche in aiuto agli adulti nel momento in cui si trovano a dover spiegare ad altri bambini e ragazzi chi è e cosa fa un portavoce.

Loro [i ragazzi] lo chiamano scherzosamente «il nostro avvocato», quando lo devono spiegare. Ecco, ad esempio, se arriva un ragazzino nuovo o una ragazzina nuova, chiediamo a loro di spiegare perché c’è il portavoce, cosa fa. Poi noi ovviamente agevoliamo e aiutiamo. (Educatrici CEM)

L’importanza del setting giusto per accedere al portavoce

Diversi operatori hanno riflettuto sull’importanza del setting di lavoro del portavoce per garantire la possibilità a tutti i ragazzi di potervi accedere mantenendo contestualmente fede ai principi di lavoro che orientano anche concretamente il suo posizionamento nei servizi. Le educatrici riflettono, infatti, su come aver predisposto una stanza dedicata unicamente alla presenza del portavoce, in modo tale da avere uno spazio riservato per incontrare i ragazzi, permettesse di tutelare la sua posizione di indipendenza e riservatezza, ma non fosse funzionale all’accesso dei ragazzi all’intervento di advocacy.

Avevamo dedicato uno spazio solo per F. [la portavoce] che però non si è rivelato poi tanto utile e funzionale perché i ragazzi non la vedevano, cioè non nel senso che sapevano che era lì, il fatto di andare in una stanza apposta per lei con una persona che comunque non conoscevano non sembrava attirarli. (Educatrici CEM)

Questa consapevolezza ha portato a sperimentare l’opportunità che il portavoce entrasse direttamente in relazione con i ragazzi passando del tempo con loro e svolgendo delle attività insieme per farsi conoscere.

[Il portavoce] ha cominciato man mano a uscire dalla sua stanza e farsi vedere ed effettivamente poi i ragazzi hanno cominciato a cercarla, ma c’è stata una lunga fase in cui la cercavano più come una figura quasi amicale; i più piccolini le chiedevano di giocare, mentre i più grandi scambiavano due chiacchiere veloci. Poi c’è stata invece la prima richiesta. (Educatrici CEM)

Questa scelta, concordata con la supervisione della portavoce senior dell’Associazione, è stata in parte motivata anche dalla necessità di permettere al portavoce di entrare in relazione con i ragazzi e in questo modo promuovere in loro una maggiore conoscenza della possibilità di lavorare insieme per quanto di loro interesse.

Abbiamo concordato un approccio diverso. In conseguenza di questo, io [portavoce] parlo con tutti e tutte, mi siedo al tavolo con loro. Mi faccio vedere da loro spontaneamente, chiedo se vogliono fare una partita a calcio balilla, se posso aiutare a fare dei compiti. Questo è fondamentale perché ci deve essere una relazione, perché ci deve essere un rapporto di fiducia anche forte. (Portavoce)

Accanto a questo è stata chiesta la collaborazione delle educatrici nel sostenere i ragazzi a «utilizzare» il portavoce nei momenti significativi del loro percorso, ad esempio in vista di un incontro con i servizi di tutela minorile o con il giudice, o per ragionare in particolari momenti della propria situazione familiare o scolastica.

L’importanza della collaborazione con le educatrici del CEM emerge in maniera chiara delle riflessioni condivise con il responsabile del progetto e la portavoce senior dell’Associazione che ha garantito la supervisione al progetto.

Il percorso per arrivare a un portavoce e dirgli le cose che si vuole dire è stata la fidelizzazione degli educatori e la loro, diciamo, attivazione nel rendere questa iniziativa chiara per i ragazzi. (Coordinatore del progetto)

Gli interventi di advocacy nel lavoro con i ragazzi

Seppur entrambi i portavoce, che hanno lavorato presso il CEM, sono entrati in relazione con l’intero gruppo dei ragazzi accolti, affiancandoli per quanto di loro necessità, dalla narrazione delle educatrici e del portavoce intervistato gli interventi di advocacy che hanno visto una qualche «restituzione» agli altri adulti (professionisti o familiari) e che non si sono concentrati solamente sull’affiancamento al ragionamento riflessivo, hanno riguardato prevalentemente singole preoccupazioni di ragazzi e ragazze che ne hanno chiesto l’intervento autonomamente, o sono stati sollecitati a chiederlo in relazione al proprio progetto quadro o agli obiettivi della propria permanenza presso il CEM.

Nello specifico, una ragazza ha chiesto di lavorare con il portavoce, su sollecitazione delle educatrici del CEM, per comprendere meglio la situazione famigliare e parlare con la sua assistente sociale in concomitanza della necessità di decidere un eventuale trasferimento abitativo presso il genitore non convivente.

Era una situazione in cui lei era spaventata dall’alternativa di trasferirsi dal papà oppure rimanere con la mamma, era confusa. Quindi ha colto il suggerimento di farsi aiutare a esprimere questo concetto, questo timore con i genitori. (Educatrici CEM)

In un’altra situazione il portavoce è stato attivato direttamente da una ragazza frequentante il CEM in vista di un incontro che avrebbe dovuto avere con il proprio curatore. Un altro ragazzo ancora, invece, ha deciso di riflettere con l’aiuto della portavoce sul desiderio di rivedere le modalità della sua permanenza presso il Centro e in seguito parlarne con la sua educatrice.

Un altro ancora ha lavorato con il portavoce per capire come meglio poter affrontare la sua permanenza presso il Centro a fronte della preoccupazione delle educatrici relativamente al suo comportamento nel gruppo e con le educatrici stesse.

Un ragazzo invece riportava un comportamento scontroso all’interno del CEM. Di conseguenza abbiamo deciso di parlarne e alla fine si è confrontato con il mio aiuto con le educatrici. (Portavoce)

In tutte le situazioni in cui è stato attivato il portavoce, questi ha poi accompagnato i ragazzi nel momento di ascolto e colloquio con gli adulti destinatari delle loro comunicazioni, in molti casi sostenendoli in apertura degli incontri per introdurre il discorso, lasciando poi che fossero loro a continuare autonomamente una volta rotto il ghiaccio.

All’inizio del lavoro con i ragazzi chiedo sempre come vogliono che si imposti il lavoro, se desiderano parlare loro o io. Prima degli incontri, ci vediamo e prepariamo delle scalette su quello che vogliamo dire oppure no, e io chiedo sempre il permesso per prendere appunti. A volte capita che vogliono che parli io al posto loro, io cerco sempre di ricordare loro che quelle persone poi devono incontrarle. (Portavoce)

La relazione con un portavoce professionale indipendente nell’esperienza dei ragazzi

Un primo tema che è stato sondato attraverso il focus group ha riguardato la comprensione dei ragazzi della proposta che era stata fatta loro e del senso di avere un portavoce presso il CEM.

La riflessione condivisa ha permesso di rilevare in maniera piuttosto chiara come tutti i ragazzi che hanno partecipato al focus group hanno compreso nel concreto come lavora un portavoce e a cosa può essere loro d’aiuto mostrando anche in questa esperienza, come già rilevato in altre ricerche (Calcaterra, 2015a, 2015b, Calcaterra e Folgheraiter, 2021), che i ragazzi non hanno difficoltà a cogliere il senso del lavoro di un portavoce potendone fare esperienza diretta.

Si è, infatti, chiesto ai ragazzi di descrivere secondo la loro esperienza chi è il portavoce e cosa fa.

La prima cosa che emerge in maniera chiara dalle descrizioni, e su cui tutti hanno espresso condivisione, è il richiamo al principio di riservatezza che caratterizza la relazione che il portavoce instaura con i singoli ragazzi e il gruppo: i ragazzi hanno ben chiaro che senza il loro permesso il portavoce non racconterà ciò che gli è stato detto.

Il portavoce è: se un bambino viene parli con lui e gli dici tipo i tuoi segreti e lui non li dice a nessuno. (Ragazzo, M.1)

In secondo luogo, i ragazzi hanno descritto il portavoce richiamando la funzione di aiuto nel rappresentare ad altri adulti le loro preoccupazioni trovando le parole giuste per farlo e con la giusta rappresentanza, potendo così superare la preoccupazione di non essere in grado di affrontare ciò che potrebbe accadere e il senso di vergogna che dichiarano di provare nel momento in cui si prefigurano un incontro con gli operatori che si occupano di loro e della loro famiglia.

Se non ti senti di parlare magari alle educatrici, allora tu ne parli col portavoce e lui cerca di dirlo alle educatrici come se l’avessi detta tu. Quindi ti aiuta a dire, non solo all’educatrice, ma anche ai genitori o al giudice o all’assistente sociale. (Ragazza, G.)

Anche la caratteristica di indipendenza sembra essere stata percepita in maniera corretta da parte del gruppo dei ragazzi che, molto semplicemente, dichiarano che il portavoce «lavora per noi» (M.2).

Le caratteristiche personali di chi svolge questa funzione, nella percezione dei ragazzi che hanno partecipato al focus group, sembrano qualificarne il lavoro e la relazione che si instaura con loro. Nel raccontare chi è il portavoce e cosa fa, infatti, i ragazzi lo descrivono come una persona gentile, simpatica e propensa nell’aiutare le persone.

Il fatto che i ragazzi parlino anche di questi aspetti dice dell’importanza, dal loro punto di vista, dell’attitudine relazionale dell’adulto che svolge questa funzione nell’entrare in contatto con i più piccoli e della necessaria dedizione all’aiuto come una caratteristica personale più che una funzione professionale.

Bisogna essere gentili, simpatici. (Ragazzo, M.1)

Non è che devi solo essere gentile e simpatico, devi essere propenso nell’aiutare le persone. (Ragazza, G.)

Questo tema sembra concretizzarsi nella capacità e disponibilità del portavoce di stare con i ragazzi e affiancarli anche nelle loro attività, non solamente nell’essere a disposizione di un ragionamento riflessivo sulle loro preoccupazioni, a conferma dell’intuizione che ha portato al cambiamento organizzativo nella gestione della presenza del portavoce presso il CEM.

I ragazzi, infatti, raccontano che il portavoce, quando presente al CEM, passa il suo tempo insieme a loro giocando, facendo i compiti e anche parlando.

Il portavoce parla con noi, gioca con noi, fa i compiti con noi. (Ragazza, A.)

Questa disponibilità, che consente la costruzione di una relazione per arrivare a parlare insieme delle proprie preoccupazioni, è rappresentata come elemento positivo nella visione dei ragazzi e che si evince anche dal lavoro di rappresentazione grafica che ha seguito la prima parte dell’incontro di gruppo.

Nella seconda parte del focus group, infatti, per facilitare ulteriormente la narrazione dell’esperienza di lavoro con il portavoce, è stato dato uno stimolo grafico chiedendo ai ragazzi partecipanti di disegnare ciò che, secondo loro, rappresentava l’aspetto positivo di avere un portavoce e dall’altro lato l’aspetto negativo.

In diverse rappresentazioni l’aspetto positivo è ricondotto al «fare delle cose insieme» al portavoce, giocare a carte (figura 1), giocare a calcio (figura 2), ricevere aiuto nel fare i compiti e stare insieme nel salone (spazio comune del Centro; figure 3, 4 e 5).

Nella narrazione che ha seguito la produzione grafica i ragazzi descrivono queste attività come positive perché rappresentano momenti loro dedicati e, in una certa maniera, di relazione esclusiva tra il singolo ragazzo e il portavoce, descrizione che trova molta coerenza con le funzioni di advocacy professionale indipendente nella misura in cui si intendono come una relazione esclusiva e centrata sui bisogni nel qui e ora dei ragazzi con cui si entra in relazione.

Il tempo dedicato al gioco insieme sembra un tempo necessario per costruire fiducia così da «sfruttare» poi l’aiuto del portavoce nel momento in cui si rende necessario affrontare questioni difficili presso il Centro o relativamente al proprio progetto quadro. Non sembra quindi un tempo sprecato, quanto funzionale alla relazione con i ragazzi.

Solo un ragazzo ha usato la consegna per scrivere (e non rappresentare) gli aspetti positivi dell’avere un portavoce che individua nella possibilità di parlare liberamente e in maniera riservata con il portavoce, oltre che la sua disponibilità a stare in relazione per «giocare insieme».

Relativamente agli aspetti negativi dell’avere un portavoce solo due ragazzi decidono di rappresentarli: in un caso vengono indicate le situazioni in cui non è possibile giocare insieme (figura 4), nell’altro caso (figura 2) viene richiamata la fatica nel parlare delle proprie preoccupazioni con il portavoce, a significare ulteriormente la serietà di questo momento e la comprensione del fatto che il portavoce non è solamente un animatore di giochi, ma è presente per la funzione specifica di sostenerli nel riflettere su ciò che hanno il desiderio di rappresentare agli adulti.

Si richiama, infine, la riflessione di un ragazzo che, prima della conclusione del focus group, ha espresso il suo rammarico di non riuscire a incontrare regolarmente il portavoce perché non sempre la sua presenza corrisponde con i suoi giorni di frequenza del Centro e il suo desiderio di avere maggiori opportunità di incontrarlo.

Questa richiesta apre la riflessione su un tema significativo che è l’accessibilità della proposta di lavoro con il portavoce a tutti i ragazzi che ne hanno il diritto e come l’organizzazione dell’intervento nel complesso funzionamento del sistema può garantire tale accessibilità a tutti. Nel progetto oggetto di studio, al tempo della rilevazione, sembra essere un tema che non era ancora stato risolto.

Figura 1

Ragazza, A.

Figura 2

Ragazzo, M. 1.

Figura 3

Ragazzo, D.

Figura 4

Ragazzo, M. 2.

Figura 5

Ragazza, G.

Discussione e riflessioni conclusive

La partecipazione costituisce un diritto dei bambini e dei ragazzi, quando si promuove il loro coinvolgimento non si sta promuovendo un modello di lavoro innovativo, ma si risponde a un loro diritto sancito cui corrisponde un dovere istituzionale degli adulti.

Affinché questo si concretizzi, però, non basta la volontà dei singoli operatori, è necessario che tutto il sistema si attivi sinergicamente per fare spazio all’ascolto dei bambini e dei ragazzi.

La ricerca condotta ha permesso di proseguire la riflessione sul tema della partecipazione dei bambini e dei ragazzi nei contesti di tutela e su come questa possa essere supportata affinché sia un’esperienza autentica.

Un contributo significativo emerso dalla ricerca riguarda la riflessione sul tema della fiducia e della cura necessaria nella diffusione della conoscenza della cultura della partecipazione e nella concretizzazione di esperienze a questo orientate. Per la sostenibilità di iniziative sperimentali sul tema della partecipazione risulta chiaramente quanto sia necessario costruire un contesto di lavoro, di funzionamento dei servizi e di cultura professionale degli adulti che riconosca la legittimità della partecipazione delle persone di minore età ai loro percorsi, ma anche che autenticamente concordi sulla bontà di tale partecipazione. Il diritto all’ascolto dei bambini e dei ragazzi è di fatto un diritto relazionale che non può essere esercitato in assenza di un contesto che riceva tale ascolto, un audience disponibile a recepire quanto i ragazzi intendono esprimere e una effettiva possibilità di incidere sui processi decisionali (Lundy, 2018). Senza tali condizioni la partecipazione rischia di rimanere retorica. L’advocacy viene identificata come una possibile strada percorribile per contrastare dinamiche di questo tipo che rivelano la fatica del mondo adulto ad aprirsi a una autentica partecipazione dei bambini e dei ragazzi.

Tuttavia, diverse ricerche sull’introduzione dell’advocacy nei servizi italiani (Calcaterra, 2015a; Calcaterra e Folgheraiter, 2021), così come in parte è emerso anche dalla sperimentazione oggetto di studio in questa ricerca, hanno dato conto di come gli operatori referenti delle situazioni esprimono preoccupazioni relativamente alla partecipazione dei ragazzi nei contesti di tutela minorile anche con finalità protettive, non sempre capiscono da subito la proposta e il senso di affiancare ai ragazzi una nuova figura. Queste fatiche potrebbero portare alla decisione di non autorizzare il lavoro del portavoce riducendo quindi anche la possibilità per i ragazzi di partecipare consapevolmente e efficacemente alle decisioni che li riguardano. La previsione nelle sperimentazioni della presenza di un facilitatore di sistema sembra essere una strategia funzionale a fronteggiare tali difficoltà così come il tempo dedicato all’affiancamento degli operatori risulta prezioso per facilitare l’introduzione del lavoro del portavoce e «sfruttare» al massimo le possibilità date dai progetti senza vanificare gli eventuali finanziamenti stanziati.

Relativamente ai risultati dell’intervento del portavoce, lo studio di questa sperimentazione ha confermato quanto riscontrato nella letteratura nazionale e internazionale (Calcaterra e Folgheraiter, 2021; Cashmore, 2002; Healy,1998; La Valle et al., 2013, Sinclair, 2004) circa i vantaggi dell’advocacy e della partecipazione di bambini e ragazzi.

I ragazzi coinvolti nelle azioni del progetto hanno compreso chiaramente la diversità del portavoce rispetto alle figure professionali con cui generalmente si rapportano. I principi di indipendenza e di riservatezza, che costituiscono i principi fondamentali delle funzioni del portavoce, anche in questo progetto sono risultati essere i punti di forza di questa pratica. I ragazzi si sono sentiti maggiormente liberi di esprimersi, di raccontare la loro verità con la consapevolezza che, quanto esposto, non sarebbe stato riferito se non con il loro consenso e secondo modalità da loro indicate. Questo è significativo soprattutto in contesti come la tutela minorile in cui gli operatori sono spesso visti con diffidenza, proprio per le loro responsabilità valutative e decisionali. L’indipendenza del portavoce da tali dinamiche e dalle responsabilità valutative e decisionali ha facilitato il dialogo con i ragazzi.

Emergono alcune riflessioni necessarie per proseguire nella messa a sistema della metodica e diverse implicazioni per la pratica per chi volesse introdurre l’advocacy professionale indipendente nei propri servizi di accoglienza diurna.

In primo luogo, si sottolinea la necessità di sostenere i progetti fin dall’avvio con un’attenzione particolare alla diffusione della cultura della partecipazione e sensibilizzazione e formazione del mondo degli adulti con responsabilità di definizione di percorsi per il benessere dei bambini/ragazzi.

L’importanza di dedicare tempo e mettere a punto strategie per preparare i servizi e gli operatori sembra essere uno snodo centrale affinché il lavoro del portavoce sia poi effettivamente utilizzato dai ragazzi. Per i ragazzi seguiti dai servizi di tutela minorile, infatti, gli operatori sono a tutti gli effetti gatekeeper nell’incontro con un portavoce e tanto più questi ne comprendono il senso e l’utilità, tanto più sapranno sostenere i ragazzi nell’utilizzare tale supporto alla loro partecipazione.

La necessità di dare continuità alle esperienze e l’importanza di garantire l’indipendenza del lavoro del portavoce, suggeriscono per i servizi pubblici di avvalersi del coinvolgimento delle organizzazioni di Terzo Settore, e la collaborazione sembra essere tanto più promettente quanto più si può fondare su conoscenza pregressa e fiducia reciproca.

Altra riflessione significativa riguarda il setting di lavoro del portavoce, questione significativa in quanto strettamente connessa alla tipica modalità di accesso del portavoce presso un servizio nella forma del visiting advocacy: il portavoce non viene chiamato da hoc dai ragazzi ma fa loro visita regolarmente per essere a loro disposizione. Questo comporta dover capire dove stare e come usare il tempo insieme in attesa che i ragazzi esprimano l’esigenza di lavorare con il portavoce. Le forme più ortodosse di organizzazione degli interventi di visiting advocacy vedono il portavoce essere presente in posizione di attesa della richiesta dei ragazzi, a garanzia del loro diritto di chiedere supporto per la partecipazione (Boyland, Dalrymple, 2009). Altre modalità invece vedono approcci più «morbidi» in cui il portavoce partecipata alle attività dei ragazzi su loro invito.

Nel progetto studiato si è rilevato come il cambio di setting verso una situazione meno definita e più «morbida» nella quotidianità della presenza dei ragazzi presso il centro sia stata funzionale a una conoscenza reciproca e alla possibilità per i ragazzi di chiedere il supporto del portavoce. Tuttavia, questa scelta organizzativa comporta la necessità di una profonda chiarezza del ruolo del portavoce da parte degli educatori, così che non vedano un’ingerenza nel loro ambito di intervento, e da parte dei ragazzi perchè non confondano il lavoro del portavoce con la funzione degli educatori. Una chiara comprensione dell’intervento di advocacy in fase di avvio dei progetti è la base per questa distinzione delle finalità di intervento seppur nello stesso setting. Oltre a questo, è indispensabile una chiara posizione professionale del portavoce che, seppur si lasci ingaggiare nella quotidianità dei ragazzi, deve mantenere il rispetto dei principi di trasparenza, riservatezza e centratura sul punto di vista dei ragazzi, principi che differenziano chiaramente la sua postura e finalità di intervento da quella educativa.

Infine, emerge l’importanza di una continua riflessione sull’accessibilità del lavoro del portavoce per tutti i ragazzi che ne hanno diritto (Calcaterra, 2014). Nell’organizzazione dei servizi di visiting advocacy questo tema sembra essere una sfida in quanto, la necessità di prevedere un calendario di accesso del portavoce al servizio potrebbe non coincidere con la possibilità per i ragazzi di incontrare il portavoce quando i loro giorni di frequenza del centro non corrispondono con i giorni calendarizzati per il portavoce Nell’esperienza studiata questo tema è stato chiaramente testimoniato da un ragazzo che ha portato tutto il suo rammarico rispetto alla sua difficoltà di accesso al supporto del portavoce. Affrontare questo problema è responsabilità dei manager dei servizi che intendono introdurre il lavoro del portavoce per evitare discriminazioni tra i ragazzi e garantire a tutti ugualmente lo stesso diritto di essere aiutati.

Limiti della ricerca

La ricerca si è proposta di studiare le modalità di implementazione di un servizio di visiting advocacy in uno specifico servizio e contesto di organizzazione degli interventi di tutela minorile. Questa finalità di ricerca ne definisce i limiti di rappresentatività sia in quanto collocata in uno specifico caso studio, sia perché si è confrontata con l’introduzione di un servizio ancora in parte sperimentale per l’esperienza italiana con limitate possibilità comparative. Inoltre, si è compreso come la sperimentazione sia stata resa possibile da precedenti esperienze di collaborazione tra i partner e da una significativa esperienza in progetti di partecipazione delle famiglie a testimonianza di operatori sensibilizzati e preparati sul tema. Se questa condizione di partenza è risultata essere un vantaggio per l’introduzione di un servizio di visiting advocacy, non sono molte le criticità emerse e le difficoltà incontrate. Questo, pur rimanendo un elemento positivo per la sperimentazione in sé, non ha permesso di rilevare quali possibili criticità si incontrano in situazioni in cui i contesti sono meno preparati e quindi in condizioni in cui è maggiormente necessario riflettere sulle strategie di implementazione del servizio.

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  1. 1 Centro di ricerca Relational Social Work, Università Cattolica del Sacro Cuore.

  2. 2 Centro di ricerca Relational Social Work, Università Cattolica del Sacro Cuore.

  3. 3 Per esigenze di sintesi si utilizzerà nel testo la parola «ragazzi» per rappresentare persone di minore età e per i differenti generi.

Vol. 3, Issue 1, July 2026

 

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