Vol. 3, n. 1, Luglio 2026 — pp. 1-3

EDITORIALE

È con grande soddisfazione che presentiamo questo numero della rivista, che raccoglie contributi capaci di restituire, con rigore e originalità, alcune delle sfide più urgenti del lavoro sociale contemporaneo.

Il primo contributo di Valentina Calcaterra ci conduce all’interno di un progetto sperimentale piemontese in cui la pratica dell’advocacy professionale indipendente viene introdotta in un Centro diurno per minori sottoposti a misure di tutela. I risultati della ricerca qualitativa presentata documentano come la presenza di un portavoce indipendente — figura terza, non affiliata ai servizi — favorisca l’espressione autentica dei bambini e dei ragazzi e contribuisca a migliorare la qualità dei progetti educativi. La relazione di fiducia, fondata su riservatezza e indipendenza, si rivela l’elemento centrale dell’intero dispositivo. Non mancano tuttavia le criticità: la resistenza culturale degli adulti, operatori compresi, rappresenta un ostacolo strutturale che nessuna singola sperimentazione può sciogliere senza un lavoro sistemico di sensibilizzazione. Il dato ci invita a riflettere non soltanto sulle pratiche, ma sulle culture organizzative che le accolgono o le ostacolano.

Il secondo contributo di Giulia Berardi allarga lo sguardo ai servizi lombardi dedicati al mantenimento delle relazioni tra genitori e figli non conviventi. La ricerca quantitativa presentata rileva una partecipazione complessivamente scarsa dei bambini, dei ragazzi e delle famiglie affidatarie nella costruzione dei percorsi: la definizione dei calendari degli incontri, la loro frequenza e durata restano, nella maggior parte dei casi, prerogative degli operatori. È un risultato che interroga profondamente le retoriche partecipative che attraversano il welfare: quanto la partecipazione sia realmente co-costruita o, piuttosto, concessa nei margini tollerati dall’istituzione, rimane una questione aperta.

Il terzo articolo proposto da Nausicaa Pezzoni sposta l’attenzione sull’abitare urbano delle persone migranti e senza dimora, esplorando uno strumento inedito: la mappa mentale della città d’approdo. Il metodo delle mappe, elaborato attraverso esperienze condotte in diverse città italiane ed europee, consente di cogliere le geografie soggettive di chi abita la città in condizione di sradicamento, rivelando i luoghi significativi, i nodi di orientamento, i vuoti di senso. Da questo lavoro di ascolto e codifica visiva nascono la «Mappa dell’accoglienza e della cura» di Savona e la «Mappa del primo approdo» di Milano, strumenti pensati tanto per i migranti quanto per gli operatori sociali. I primi dati sull’utilizzo savonese inducono a ipotizzarne la diffusione: un esito che parla non solo di accessibilità ai servizi, ma di possibilità di attivare reti e sinergie tra servizi, operatori e abitanti.

Il quarto contributo di Mariachiara Feresin, Patrizia Romito, Mariagrazia Apollonio, Michela Nacca e Simon Lapierre affronta un tema di grande rilevanza e delicatezza: l’uso del costrutto dell’Alienazione Parentale (AP) nei procedimenti giudiziari di affidamento in contesti di violenza domestica post-separazione genitoriale. La ricerca, condotta tramite questionario su 132 madri vittime di violenza e accusate di AP, documenta come l’impiego di tale categoria — la cui validità scientifica rimane ampiamente contestata — produca effetti concreti e spesso gravi sulle decisioni di affidamento: dopo l’accusa di AP, si osserva un aumento dell’affidamento esclusivo paterno anche in presenza di accuse di violenza, con frequenti riduzioni o interruzioni dei contatti madre-figli. Il contributo segnala con urgenza la necessità di pratiche basate su evidenze scientifiche e centrate sulla tutela del minore, interrogando il ruolo del lavoro sociale nel presidio di questo confine critico tra protezione e rischio.

Il quinto e ultimo articolo prodotto da Camilla Landi e Francesca Corradini ci riporta alla dimensione della Social work education, presentando i risultati di quasi un decennio di stage sperimentali nell’ambito della formazione al lavoro sociale. In linea con i principi del Relational Social Work, questi percorsi collocano gli studenti al centro di processi di progettazione partecipata con cittadini, volontari, professionisti e beneficiari. I numeri sono significativi: oltre ventimila persone coinvolte tra il 2015 e il 2024, più della metà dei progetti proseguiti oltre la conclusione dello stage, sviluppo diffuso di competenze relazionali, riflessive e di facilitazione. Ma forse il dato più denso di significato è quello qualitativo: la reciprocità e l’empowerment che emergono dalle interviste non descrivono soltanto un metodo di apprendimento, bensì una concezione del sapere professionale come co-produzione situata e radicata nel territorio.

Consegniamo questo numero ai lettori con l’auspicio che i contributi qui raccolti trovino spazio di discussione oltre le pagine della rivista: nelle équipe di lavoro, nelle aule universitarie, nei servizi. La ricerca nel lavoro sociale guadagna il suo significato più pieno quando smette di essere lettura solitaria e diventa occasione di confronto collettivo. È in quel passaggio, dal testo alla pratica, che risiede, a nostro avviso, il suo valore più duraturo.

Elena Cabiati e Francesca Corradini

Milano, giugno 2026

 

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