Vol. 2, n. 2, Ottobre 2025
Ascoltare, narrare, riconoscere
Percorsi narrativi con persone anziane tra cura, dignità e partecipazione
Emanuela Fato,1 Giuseppina Parisi,2 Giulia Lombardi3 e Francesca Maria Antonia Campisi4
Sommario
L’invecchiamento è spesso accompagnato da processi di marginalizzazione simbolica e da una crescente perdita di visibilità narrativa. In un contesto sociale che tende a rappresentare la vecchiaia attraverso paradigmi deficitari o produttivistici, l’approccio ecologico-narrativo propone una cornice teorica ed etica capace di restituire agency, dignità e riconoscimento alle persone anziane. Questo contributo esplora le potenzialità del lavoro di narrazione di vita con gli anziani, concepito non come intervento individuale o terapeutico, ma come pratica relazionale, situata e socialmente generativa. Attraverso l’integrazione tra prospettiva ecologica e teoria narrativa, l’articolo evidenzia come le storie di vita possano diventare strumenti di resistenza all’ageismo e di costruzione di legami intergenerazionali, oltre che dispositivi di cura e riconoscimento nei servizi. A partire da esperienze maturate in contesti di cura e progettualità comunitaria, vengono messi in luce cinque spostamenti di sguardo possibili per il lavoro sociale per rendere possibile questo approccio: dalla prestazione alla relazione, dal dato alla co-costruzione, dal tempo cronometrico al tempo vissuto, dall’invecchiamento come ritiro all’invecchiamento come autorità narrativa, dalla biografia individuale alla responsabilità condivisa. Il lavoro di narrazione, in questa prospettiva, non è un’attività accessoria, ma una pratica trasformativa, capace di restituire visibilità sociale e valore etico alla vecchiaia.
Parole chiave
Approccio ecologico-narrativo, narrazione di vita, riconoscimento, relazione di cura, invecchiamento e soggettività.
Listening, telling, recognizing:
Narrative pathways with older adults between care, dignity, and participation
Emanuela Fato,5 Giuseppina Parisi,6 Giulia Lombardi7 and Francesca Maria Antonia Campisi8
Abstract
Aging is often accompanied by symbolic marginalization and a gradual loss of narrative visibility. In a social context that tends to represent old age through deficit-based or productivity-oriented paradigms, the ecological-narrative approach offers a theoretical and ethical framework that restores agency, dignity, and recognition to older adults. This article explores the potential of life story work, understood not as an individual or therapeutic intervention, but as a relational, situated, and socially generative practice. By integrating ecological and narrative perspectives, it highlights how personal stories can become tools for resisting ageism, fostering intergenerational bonds, and enhancing care and recognition within services. Drawing on experiences developed in care settings and community projects, the article identifies five possible shifts in the social work perspective needed to enable this approach: from performance to relationship, from data to co-construction, from managed time to lived time, from aging as withdrawal to aging as narrative authority and from individual biography to shared responsibility. In this view, storytelling is not a secondary activity, but a transformative practice capable of restoring social visibility and ethical value to later life.
Keywords
Ecological-narrative approach, life story work, recognition, care relationship, aging and subjectivity.
Introduzione
Nel lavoro sociale con le persone anziane, il rischio di marginalizzazione narrativa è tanto diffuso quanto spesso impercettibile. Con questa espressione si intende il processo attraverso cui le storie individuali vengono progressivamente silenziate o rese irrilevanti, fino a sparire dietro diagnosi, protocolli, routine istituzionali. Come evidenzia Baldwin, questa forma di «dispossession» narrativa priva soprattutto le persone più fragili della possibilità di essere riconosciute nel proprio vissuto, riducendo la complessità della loro esperienza a categorie tecniche o funzionali (Baldwin, 2006).
Per contrastare questa invisibilità simbolica, l’approccio ecologico-narrativo propone di riportare la narrazione al centro della pratica professionale come spazio generativo e relazionale. Tale prospettiva nasce dall’integrazione tra la teoria ecologica dello sviluppo umano (Bronfenbrenner, 1979) — che richiama l’attenzione sui contesti relazionali, culturali e istituzionali che plasmano le biografie — e gli studi narrativi che concepiscono l’identità come un processo dinamico, costruito attraverso il racconto e il riconoscimento reciproco (Randall e McKim, 2008; Hydén, 2013). In questa visione, il narrare non è solo memoria, ma un atto di partecipazione sociale, un esercizio di agency e una forma di presenza nel mondo.
Il lavoro sociale relazionale (Folgheraiter, 2007) offre un ulteriore contributo a questa cornice, sottolineando l’importanza delle reti naturali, della reciprocità e della responsabilità condivisa. L’intervento professionale non si limita così a rispondere a un bisogno, ma si configura come una relazione di senso in cui la narrazione diventa dispositivo di riconoscimento, co-costruzione e appartenenza.
In questo contributo proponiamo cinque spostamenti di sguardo utili per orientare la pratica del lavoro sociale con le persone anziane secondo una prospettiva ecologico-narrativa: dalla prestazione alla relazione; dal dato alla co-costruzione; dal tempo cronometrico al tempo vissuto; dall’invecchiamento come ritiro all’invecchiamento come autorità narrativa; dalla biografia individuale alla responsabilità condivisa. Più che nuove tecniche, essi rappresentano cambiamenti nella postura professionale ed etica, capaci di restituire alla narrazione il suo valore di cura, presenza e giustizia sociale.
Un doppio sguardo: ecologia e narrazione
L’approccio ecologico-narrativo si fonda sull’integrazione di due prospettive teoriche distinte ma profondamente complementari: la teoria ecologica dello sviluppo umano (Bronfenbrenner, 1979) e l’orientamento narrativo all’identità (Bruner, 2004; Clandinin e Connelly, 2000). Si tratta di una prospettiva teorica emergente, elaborata da chi scrive, che mette in dialogo questi due contributi per leggere l’invecchiamento come processo situato, relazionale e culturalmente costruito (Phoenix e Smith, 2011; de Medeiros, 2014). Questa prospettiva si intreccia con le più recenti riflessioni sul concetto di sostenibilità sociale nel lavoro sociale, intesa come equilibrio tra equità, riconoscimento e qualità dei contesti di vita (Fato, 2025).
Secondo Bronfenbrenner, lo sviluppo umano prende forma attraverso l’interazione dinamica tra individuo e ambiente, all’interno di una rete complessa di sistemi interconnessi (Bronfenbrenner, 1979). L’invecchiamento non può dunque essere interpretato come un processo lineare o esclusivamente biologico, ma deve essere compreso attraverso i contesti, le relazioni e gli immaginari sociali che modellano la possibilità stessa di esprimere la propria biografia. Anche la capacità di raccontare — e di vedere riconosciuta — la propria storia dipende in larga misura dalla qualità dei contesti relazionali e istituzionali in cui la persona vive (Biggs, 2020).
Parallelamente, la prospettiva narrativa considera l’identità come un processo dialogico e in continua evoluzione. Il racconto è il mezzo attraverso cui le persone costruiscono coerenza e significato, rendendo comunicabile la propria esperienza (Bruner, 2004; Clandinin e Connelly, 2000). Come ricorda Clandinin, ogni narrazione necessita di uno spazio di ascolto, di un contesto accogliente e di un tempo condiviso che ne legittimino il valore (Clandinin, 2006). Le più recenti ricerche nel campo della narrative gerontology confermano che la narrazione costituisce un luogo decisivo di riconoscimento, soprattutto nelle situazioni di vulnerabilità o in contesti che rischiano di silenziare la voce degli anziani (Kenyon, Bohlmeijer e Randall, 2011).
Questa dimensione relazionale assume un significato cruciale nel lavoro sociale con le persone anziane. Nei contesti istituzionalizzati o in condizioni di fragilità cognitiva, il diritto alla parola può essere non solo limitato ma anche svalutato. Integrare lo sguardo ecologico con quello narrativo significa riconoscere che l’identità dell’anziano non può essere compresa separatamente dal suo ambiente relazionale, culturale e istituzionale. Ogni intervento dovrebbe quindi interrogarsi sulle condizioni che abilitano — o ostacolano — la possibilità di narrare e di essere riconosciuti nella propria storia (Grenier e Phillipson, 2013; Baars et al., 2013).
Il servizio sociale relazionale, come proposto da Folgheraiter, offre un contributo essenziale a questa visione, collocando il professionista all’interno delle reti naturali della persona e sottolineando la necessità di co-costruire percorsi di senso condivisi (Folgheraiter, 2007). In modo coerente, Raineri valorizza il ruolo della dimensione comunitaria nell’attivare pratiche narrative capaci di generare appartenenza e partecipazione (Raineri, 2012). Infine, i contributi della pratica narrativa (White ed Epston, 1990) mostrano come ogni storia possa rappresentare una forma di resistenza o di riappropriazione del proprio significato, soprattutto nelle situazioni di marginalizzazione.
L’integrazione di questi due sguardi invita quindi il lavoro sociale a ripensare non solo ciò che viene fatto all’interno dei servizi, ma anche le condizioni che vengono create per incontrare le persone nella loro interezza. Si tratta di una prospettiva che sollecita cambiamenti profondi nella postura professionale: non semplici aggiustamenti metodologici, ma un diverso modo di concepire la cura, la relazione e il tempo dell’ascolto.
Tra procedure e presenza: sfide per un lavoro sociale generativo
L’azione professionale nei servizi destinati alle persone anziane si svolge in un equilibrio delicato tra procedure istituzionali, relazioni di cura e interrogativi etici legati alla vulnerabilità, come sottolineano diverse analisi critiche sul lavoro sociale (Donati, 2009; Schön, 1983). Le procedure — codici d’azione, protocolli, criteri di valutazione — sono essenziali per garantire trasparenza ed equità. Tuttavia, quando diventano l’unico orizzonte operativo, rischiano di appiattire la relazione d’aiuto in una sequenza esecutiva che soffoca la possibilità per la persona di raccontarsi. Donati definisce questa deriva «amministrazione dei bisogni» (Donati, 2009): un fare che procede per adempimenti, ma che smarrisce il senso dell’incontro. Il nodo non consiste nell’abolire le regole, bensì nell’abitarle con intenzionalità, riconoscendo storia, desideri e memoria dell’anziano, e comprendendo che la qualità dell’intervento è sempre un intreccio di competenza tecnica e apertura alla soggettività.
In questa direzione si colloca la riflessione di Schön sulla reflection-in-action, intesa come capacità del professionista di fermarsi nel mezzo dell’azione, riconoscere la complessità della situazione e riorientare consapevolmente il proprio operato assumendo un atteggiamento riflessivo che permette di tenere insieme richieste procedurali e contesto concreto dell’incontro (Schön, 1983). Proprio in questo intreccio l’incontro assume una dimensione insieme procedurale ed etica: uno spazio in cui la norma incontra la storia della persona. Se le procedure garantiscono ordine e coerenza, è la presenza — fatta di ascolto e riconoscimento — a restituire dignità e voce, facendo emergere l’esperienza dell’anziano come valore condiviso.
La marginalizzazione narrativa non è un rischio astratto: è una dinamica concreta che attraversa i contesti di cura. Baars osserva come, nelle società orientate alla produttività, la vecchiaia venga spesso ridotta a fragilità, trasformando la persona anziana in «oggetto di cura» più che in soggetto portatore di storia (Baars, 2012). Dannefer mostra che l’invecchiamento è segnato da traiettorie cumulative di vantaggi e svantaggi: ignorare tali contesti equivale a frammentare la biografia in problemi tecnici, perdendo profondità e continuità esistenziale (Dannefer, 2003).
Nel filone narrativo, Hydén e Baldwin introducono il concetto di narrative dispossession, ovvero la perdita del diritto non solo alla parola, ma alla legittimazione della propria capacità di dare senso alla vita (Hydén, 2013; Baldwin, 2006). Quando le procedure vengono applicate senza intenzionalità relazionale, possono contribuire a questa forma di espropriazione simbolica. Ricerche recenti mostrano come pratiche narrative strutturate, incluse modalità digitali, possano restituire agency, continuità biografica e riconoscimento anche in condizioni di fragilità (Ríos Rincón et al., 2022). Allo stesso modo, studi nei servizi residenziali evidenziano come l’ascolto delle storie degli anziani migliori la qualità dell’assistenza e promuova forme di partecipazione significative (Sion et al., 2024).
In questo scenario il ruolo dell’operatore sociale assume una rilevanza imprescindibile. Come ricorda Folgheraiter, nel lavoro sociale non basta saper fare: occorre saper essere, perché la relazione è il centro dell’agire professionale e va costruita anche nei contesti più vincolati (Folgheraiter, 2007). Un intervento che si limita ai protocolli perde l’occasione di aprire spazi trasformativi, dove la persona può riconoscersi e sentirsi riconosciuta. Questo sguardo è coerente con Nussbaum, per la quale la dignità nasce dalla possibilità di essere visti e compresi nella propria singolarità, e con l’etica della cura di Tronto, che identifica nella responsiveness — la capacità di rispondere in modo situato alla vulnerabilità — un elemento essenziale della cura buona (Nussbaum, 2011; Tronto, 1993).
La narrazione non è un momento accessorio del lavoro sociale, ma uno spazio essenziale per la soggettività: è attraverso il racconto che le persone danno forma alla propria esperienza e vengono riconosciute come soggetti (Ricœur, 1990; Kenyon, Bohlmeijer e Randall, 2011). Raccontarsi significa rendere visibile la propria esperienza, conferirle senso e dignità. In questo senso, le riflessioni di Bernstein sui sistemi rigidi (strong framing) e aperti (weak framing) aiutano a comprendere come organizzazioni troppo focalizzate sul controllo rischino di soffocare il potenziale narrativo dell’incontro. La narrazione ha bisogno di margini: spazi non saturi, tempi non completamente catturati dal fare (Bernstein, 2000).
La costruzione di senso è sempre un processo relazionale. Le ricerche più recenti sulla vulnerabilità e la narrazione nella tarda età mostrano come la possibilità di condividere storie contribuisca a rafforzare identità, benessere e appartenenza (de Medeiros ed Ermoshkina, 2024). Allo stesso tempo, studi internazionali sul contributo degli assistenti sociali al benessere degli anziani evidenziano come il lavoro orientato alla narrazione promuova empowerment, agency e un senso di continuità personale (Tanner et al., 2025).
Affinché ciò accada, anche le organizzazioni devono configurarsi come ambienti narrativi. Non basta tollerare la narrazione: occorre riconoscerla come una componente essenziale della qualità del lavoro e della relazione di aiuto. Quando la relazione è marginalizzata, le storie si impoveriscono; al contrario, quando il dialogo, la memoria e i processi di simbolizzazione sono sostenuti e legittimati, la narrazione può diventare realmente generativa.
La medicina narrativa, come mostra Marone, e gli approcci di narrative care evidenziano come linguaggi espressivi, simbolici e artistici possano trasformare la relazione di cura in co-costruzione di senso (Marone, 2016). Diverse esperienze nei contesti di cura mostrano che non servono tempi straordinari per far emergere narrazioni significative, ma uno sguardo capace di riconoscere ciò che accade nell’ordinario.
Il dialogo tra procedura e presenza non è una contraddizione da eliminare, ma una tensione feconda da abitare. Le regole offrono orientamento e coerenza; la presenza apre alla singolarità dell’incontro. Questa prospettiva richiama l’idea di cura competente e situata proposta da Tronto, per la quale la responsiveness permette di adattare le norme ai bisogni reali delle persone (Tronto, 1993). In questo equilibrio si colloca la sfida di un lavoro sociale generativo, capace di riconoscere che il tempo dedicato alla narrazione non è tempo sottratto, ma tempo che costruisce relazione e senso. Gli spostamenti di sguardo proposti in questo articolo si collocano dentro questa sfida: non spingono ad abbandonare le pratiche codificate, ma ad ampliare ciò che la professionalità può vedere quando si lascia attraversare dalle storie.
Cinque spostamenti di sguardo per un lavoro sociale generativo con le persone anziane
Quando si parla di narrazione nei contesti di cura, il rischio è spesso quello di ridurla a un mero ornamento, una strategia accessoria da utilizzare «quando c’è tempo». Tuttavia, come si è cercato di evidenziare, la narrazione non è affatto un elemento decorativo, ma rappresenta uno dei luoghi centrali della soggettivazione. È una dimensione che consente alle persone di riconoscersi e di essere riconosciute, rinegoziando la propria identità anche in condizioni di fragilità, solitudine e marginalità. Questo è particolarmente rilevante nel lavoro sociale con le persone anziane che, come evidenziato dalla critical gerontology, affrontano una «doppia invisibilità»: quella legata agli stereotipi sull’età e quella prodotta dall’organizzazione dei servizi, che tende a ridurre le storie individuali a bisogni standardizzati (Baars, 2012; Phillipson, 2013). Per evitare che la narrazione diventi un elemento meramente retorico, è necessario considerarla un criterio di orientamento dell’intervento, come suggeriscono gli approcci della narrative gerontology (Kenyon, Bohlmeijer e Randall, 2011): non si tratta solo di raccogliere storie, ma di trasformare lo sguardo professionale, rendendolo capace di riconoscere e valorizzare le tracce narrative che emergono nell’ordinario. Questo richiede piccoli spostamenti dello sguardo, modifiche sottili ma significative che permettono di agire entro i vincoli istituzionali senza esserne del tutto catturati. È uno sguardo operativo, ma non ridotto all’operatività, capace di riconoscere la complessità senza smarrire l’orientamento. In questa prospettiva, proponiamo cinque spostamenti di sguardo, nati da esperienze reali di formazione, supervisione e ricerca sul campo, e ispirati da una letteratura che include contributi sul lavoro sociale relazionale (Folgheraiter, 2007), sulla medicina narrativa (Marone, 2016), sulla cura come riconoscimento (Tronto, 1993), sull’invecchiamento come processo culturale e sociale (Baars et al., 2016) e sulla costruzione partecipata del senso nei servizi (Raineri, 2012). Questi spostamenti danno concretezza a un approccio ecologico-narrativo, perché traducono l’attenzione ai contesti e alle biografie in scelte professionali quotidiane. Non intendono proporre una nuova metodologia codificata, ma stimolare un movimento riflessivo: si offrono come leve per ripensare le attuali cornici operative, reintroducendo nella pratica professionale una tensione etica e relazionale che restituisca spazio alla soggettività. Sono spostamenti già presenti, in forme spesso carsiche, in molti contesti; ciò che resta da fare è renderli visibili, nominarli e attribuire loro valore. Nei paragrafi seguenti, ciascuno di essi sarà esplorato singolarmente, attraverso una riflessione sia teorica sia operativa, che metterà in luce la concretezza di un approccio ecologico-narrativo al lavoro sociale con le persone anziane.
1. Dalla prestazione alla relazione: il valore trasformativo del legame professionale
Nel lavoro sociale con le persone anziane, l’intervento tende spesso a concentrarsi sulla prestazione: attivare un servizio, compilare una scheda, rispondere a un bisogno dichiarato. Questa impostazione, seppur fondamentale per garantire efficienza, equità e trasparenza, rischia di impoverire l’incontro tra professionista e persona, riducendo l’intervento a una funzione amministrativa. Come segnala Chambon, l’organizzazione tecnico-procedurale tende a produrre un’immagine dell’utente come destinatario passivo (Chambon, 1999). In ambito gerontologico, Grenier mette in evidenza come l’ossessione per la misurabilità finisca per invisibilizzare ciò che non è facilmente codificabile: il senso attribuito all’esperienza di invecchiamento, la continuità biografica, il bisogno di relazione (Grenier, 2012). All’interno di questa cornice, il lavoro sociale rischia di ridursi a una gestione della fragilità, più che a un accompagnamento significativo della persona.
Spostare l’attenzione dalla prestazione alla relazione significa, dunque, recuperare la dimensione trasformativa del legame professionale. La relazione non è un «di più» o un’aggiunta all’intervento tecnico: è lo spazio in cui la persona si sente vista, ascoltata, riconosciuta nella propria unicità. È anche lo spazio in cui il professionista può modulare il proprio agire alla luce del contesto, sviluppando una sensibilità situata che permette di trasformare anche un compito standard in un incontro profondo e significativo. Numerosi studi hanno evidenziato come anche brevi esperienze relazionali possano avere un impatto significativo sul benessere degli anziani, restituendo loro agency e riconoscimento (Marone, 2016). Noddings parla di una «cura dialogica», in cui il prendersi cura è un processo che coinvolge emotivamente, cognitivamente ed eticamente (Noddings, 2003). In questo orizzonte, la prestazione si trasforma in mezzo, non in fine: diventa un’opportunità per costruire fiducia, accompagnare, generare cambiamento.
Il valore trasformativo della relazione professionale emerge in particolare negli «interstizi» tra compito formale e incontro reale. L’«interstizio» di cui parla Cheek è il luogo in cui si esercita l’autonomia del professionista, la sua capacità di negoziare il significato del proprio intervento senza tradirne la funzione (Cheek, 2008). È, per esempio, il momento in cui, al termine di una visita domiciliare, l’operatore sceglie di fermarsi ad ascoltare un ricordo che l’anziano ripete spesso, o di riprendere una frase detta di sfuggita per trasformarla in occasione di riconoscimento. Riconoscere questa dimensione implica un cambiamento di sguardo, ma anche un adeguamento dell’assetto organizzativo: promuovere la continuità degli operatori, valorizzare le competenze relazionali, prevedere momenti di supervisione che permettano di elaborare l’esperienza dell’incontro.
La professionalità nel servizio sociale, infatti, si fonda innanzitutto sulla qualità della relazione. Non è possibile svolgere un intervento efficace senza costruire un legame autentico, uno spazio simbolico di ascolto, condivisione e significazione reciproca. In questo senso, la relazione non è un «contorno», ma la condizione abilitante per trasformare l’assistenza in esperienza e accogliere la fragilità come parte di una storia condivisa (Folgheraiter, 2007).
2. Dal dato alla co-costruzione: conoscenza situata e dignità narrativa
Nel lavoro sociale con le persone anziane, il sapere professionale si costruisce spesso a partire da dati raccolti attraverso strumenti standardizzati: scale di valutazione, indicatori di rischio, schede di monitoraggio. Sebbene tali dispositivi siano utili, e talvolta indispensabili per rendere visibili bisogni sommersi e garantire equità, quando il dato tecnico diventa l’unico criterio di verità si corre il rischio di perdere la dimensione vissuta dell’esperienza. È questa dimensione — fatta di continuità biografica, significati attribuiti, emozioni, legami — che permette di comprendere la persona oltre il quadro valutativo.
La tensione tra dato ed esperienza è ben nota nella letteratura critica sul lavoro sociale. Clarke e James parlano di «reificazione dell’età», mostrando come l’invecchiamento possa essere trasformato in categoria astratta, ridotta a sintomi da trattare (Clarke e James, 1992). Kontos, nel suo studio sulle demenze, evidenzia come il linguaggio valutativo rischi di oscurare le espressioni corporee e simboliche della soggettività: si osserva, ma non si vede; si misura, ma non si comprende (Kontos, 2005).
Un esempio semplice lo mostra bene: una scheda di valutazione può indicare una riduzione dell’autonomia nella cura personale, ma solo la conversazione con l’anziano permette di capire che questa difficoltà è legata a un lutto recente, o alla perdita di motivazione, o a un conflitto familiare in corso. Il dato dice cosa sta accadendo; la narrazione permette di comprendere perché.
Joan Tronto ricorda che la cura non è mai neutra: richiede attenzione, ascolto e disponibilità a lasciarsi trasformare dalla relazione stessa (Tronto, 2013). Se questi elementi mancano, la cura rischia di diventare puramente procedurale, centrata su bisogni astratti e non sulle storie concrete delle persone. In questa logica, la narrazione finisce per essere percepita come lusso, invece di diventare parte integrante del processo conoscitivo.
In un’ottica ecologica, ciò significa riconoscere che i dati non descrivono solo un individuo, ma una posizione dentro sistemi interconnessi — familiari, istituzionali, culturali. Restituire i dati alla persona, discuterli insieme, interrogare ciò che appare e ciò che manca, permette di riaprire la conoscenza alla sua natura dialogica. Ricoeur mostra come la narrazione dia forma al tempo e restituisca unità all’esperienza frammentata (Ricoeur, 1990); Schön invita a riflettere «nel mezzo dell’azione», rendendo la riflessività parte del gesto professionale (Schön, 1983).
Co-costruire conoscenza significa quindi non limitarsi a raccogliere informazioni, ma costruire significati insieme alla persona. Contributi recenti sul social work partecipativo sottolineano l’importanza di coinvolgere attivamente gli anziani nei processi di valutazione e decisione (Raineri, 2012; Folgheraiter, 2007). In questa prospettiva, l’anziano non è più un «fornitore di dati», ma un co-autore del sapere che orienta l’intervento.
Questa postura richiede una cornice organizzativa che la sostenga, ma anche una formazione che coltivi sensibilità narrativa, dubbio epistemologico e disponibilità al confronto. La medicina narrativa, come evidenziato da Marone, mostra come la costruzione del senso sia un processo dialogico, talvolta faticoso ma profondamente generativo (Marone, 2016). È proprio nell’intreccio tra dati e storie, tra indicatori e biografie, che si gioca la possibilità di un lavoro sociale davvero trasformativo.
Per il lavoro sociale, questo spostamento implica pratiche molto concrete: condividere con la persona i risultati delle valutazioni, chiedere come li riconosce, problematizzare ciò che appare riduttivo, integrare le dimensioni narrative nelle schede e nei colloqui, e utilizzare i dati non come verdetti, ma come punti di partenza per una comprensione più estesa, situata e rispettosa della dignità narrativa dell’anziano.
3. Dal tempo cronometrico al tempo vissuto: risonanze, attese e presenza nel quotidiano
Una delle sfide più profonde nei contesti di cura riguarda la gestione del tempo. Il tempo dei professionisti è spesso scandito da urgenze, scadenze e adempimenti; quello organizzativo è lineare, misurabile, programmabile. Il tempo dell’esperienza umana — soprattutto quella anziana — segue invece un altro ritmo: è fatto di memoria, attesa, ripetizione, rallentamento. In questa divergenza, l’abitudine a «correre dietro ai protocolli» rischia di soffocare la trama più sottile del vissuto narrativo.
Per comprendere questa tensione, è utile richiamare la distinzione tra Kronos (il tempo che si misura) e Kairos (il tempo opportuno, il «momento giusto»). Se il primo organizza, il secondo trasforma. I professionisti sanno bene che certi cambiamenti, certe confidenze o certe risonanze emergono in attimi imprevedibili: una pausa più lunga del previsto, un gesto ripetuto, uno sguardo che «trattiene» il professionista ancora un minuto. Riconoscere il Kairos significa saper cogliere questi momenti, invece di interpretarli come ostacoli alla tabella di marcia.
Le pratiche di slow care — presenti in diverse ricerche internazionali sulla cura geriatrica — mostrano come un ritmo meno affrettato favorisca una relazione più attenta, con ricadute positive sul benessere emotivo e cognitivo delle persone anziane. Non si tratta di avere più tempo, ma di abitare il tempo in modo diverso, permettendo al professionista di ascoltare ciò che emerge «tra le righe». Norbert Elias aveva già messo in guardia dal rischio che la temporalità accelerata delle organizzazioni renda invisibili i tempi umani; allo stesso modo, Shotter parla di momenti congiunti, attimi di risonanza in cui nasce significato; Bauman invita ad «abitare l’attesa», riconoscendo che anche il non fare, quando è intenzionale, può generare comprensione (Elias, 1988; Shotter, 1993; Bauman, 2000). Un esempio semplice chiarisce questa dinamica: una visita domiciliare programmata per la valutazione di un bisogno può trasformarsi quando, nel silenzio di qualche minuto, l’anziana mostra una fotografia conservata sul tavolo. Quel gesto, apparentemente marginale, apre una narrazione che permette al professionista di comprendere meglio il vissuto in cui quel bisogno è inscritto. È un momento di Kairos dentro il Kronos della giornata lavorativa.
Passare dal tempo cronologico al tempo vissuto non significa quindi rinunciare all’efficacia, ma riconoscere che l’efficacia stessa migliora quando è attraversata dalla relazione. Significa prevedere, a livello organizzativo, spazi non saturi; tempi di decompressione e supervisioni regolari; una cultura professionale che consideri la lentezza non come perdita di produttività, ma come risorsa clinica e sociale. Per il lavoro sociale, questo spostamento comporta azioni concrete: concedersi micro-pause dentro l’incontro; accogliere la ripetizione come forma narrativa; essere presenti anche nel silenzio; modulare il ritmo dell’intervento in base alla persona. È in questo intreccio tra Kronos e Kairos che il lavoro sociale diventa capace di riconoscere l’anziano non come destinatario di compiti, ma come soggetto che vive e racconta il proprio tempo.
4. Dall’invecchiamento come ritiro all’invecchiamento come autorità narrativa
In molte narrazioni implicite che attraversano il lavoro sociale, l’invecchiamento è ancora rappresentato come un processo di ritiro dal mondo. È la fase del disimpegno, della riduzione delle responsabilità pubbliche, della consegna del testimone. Questa visione — radicata nella teoria del «disengagement» (Cumming e Henry, 1961) — ha influenzato a lungo le pratiche dei servizi, orientando l’intervento verso la gestione della fragilità più che verso il riconoscimento della persona nella sua interezza.
Le analisi di Baars e Phillipson mostrano come questo sguardo generi un’immagine sociale della vecchiaia centrata sul deficit: un tempo «fuori dal gioco», un’età in cui le biografie sembrano perdere incisività (Baars, 2012; Phillipson, 2013). La vecchiaia viene così pensata come la fine della narrazione, quando in realtà può rappresentare uno dei momenti più densi e significativi del racconto di sé. Lo spostamento richiesto è radicale: considerare la persona anziana non solo come portatrice di una storia, ma come detentrice di autorità narrativa. Una soggettività capace di interpretare il mondo, anche quando la memoria vacilla o il linguaggio si fa più fragile.
Questa prospettiva trova risonanza nella teoria dell’«identità narrativa» di McAdams, secondo cui l’identità si costruisce nel tempo attraverso il racconto (McAdams, 2001). Bauman aggiunge che nelle società liquide le narrazioni stabili sono spesso svalutate perché rallentano i ritmi del presente (Bauman, 2000). Proprio per questo, gli anziani possono diventare custodi di altre temporalità: più lente, più profonde, capaci di dare senso a ciò che scorre velocemente.
Dal punto di vista professionale, questo spostamento significa riconoscere che la narrazione può emergere anche nei contesti di fragilità estrema: in un gesto ripetuto, in un oggetto conservato accanto al letto, in un silenzio che porta memoria. Come ricorda Raineri, la narrazione non coincide con la parola, ma è un processo co-costruito che può avvenire nei ritmi irregolari dell’invecchiamento (Raineri, 2012). È responsabilità del professionista tenere aperto questo spazio, cogliere i segnali narrativi anche quando non si presentano in forma discorsiva.
Riconoscere l’autorità narrativa dell’anziano implica allora una ridefinizione del ruolo professionale: non «gestore di casi», ma testimone attento, capace di abitare il mondo simbolico dell’altro con rispetto e curiosità. Marone ricorda che la narrazione nei contesti di cura non è un accessorio, ma un dispositivo di riconoscimento che restituisce dignità esistenziale alla persona (Marone, 2016).
Tradurre questo spostamento nella pratica significa dotare i servizi di condizioni che facilitino l’emergere della narrazione: spazi dedicati, tempi distesi, strumenti partecipativi. Significa anche supportare gli operatori nello sviluppo di uno sguardo capace di riconoscere l’autorevolezza, anche quando è sussurrata o frammentaria.
In questa luce, l’invecchiamento non appare più come un ritiro, ma come un tempo di narrazione e trasmissione. Un tempo in cui le persone anziane possono esercitare un’autorialità piena — non nonostante le fragilità, ma anche attraverso di esse — e in cui il lavoro sociale trova nuove possibilità per costruire legami generativi e riconoscimento reciproco.
5. Dalla biografia individuale alla responsabilità condivisa
L’approccio biografico ha rappresentato una svolta importante nel lavoro sociale con le persone anziane, spostando l’attenzione dal deficit alla soggettività, dalla prestazione alla storia di vita. Narrare permette di restituire continuità e valore all’identità anche in condizioni di fragilità, ma quando la biografia viene trattata come un patrimonio esclusivamente individuale rischia di diventare un racconto isolato, psicologicamente centrato, sganciato dai contesti sociali e relazionali che lo rendono possibile. In questo modo si perde la forza trasformativa della narrazione, che non sta solo nelle parole dette, ma nelle relazioni che le sostengono.
Per questo è necessario uno spostamento: dalla biografia come espressione intima alla biografia come responsabilità condivisa. Ogni racconto personale è infatti situato dentro una trama di relazioni, norme, linguaggi e appartenenze. Come ricorda Ricoeur, raccontarsi implica sempre la presenza di un altro che ascolta, riconosce e restituisce significato (Ricoeur, 1990). La narrazione è quindi una costruzione condivisa del senso, un processo co-prodotto tra chi parla e chi ascolta, come mostrano gli studi sulla cura narrativa (Charon, 2006; Marone, 2016).
Questa prospettiva cambia profondamente il ruolo dell’assistente sociale. Il professionista non è solo un testimone empatico, ma un attivatore di contesto, capace di creare condizioni in cui le storie possano emergere, intrecciarsi e generare responsabilità collettiva. Non si tratta di «dare parola», ma di costruire spazi in cui quella parola possa essere accolta, discussa, trasformata in azione. La biografia, allora, smette di essere un dato personale e diventa un bene relazionale.
Bronfenbrenner ci ricorda che ogni vita si sviluppa all’interno di sistemi interconnessi: famiglie, istituzioni, reti sociali, luoghi di cura, culture (Bronfenbrenner, 1979). La vecchiaia non è quindi un destino individuale, ma una configurazione sociale. La responsabilità verso la persona anziana coinvolge l’intera comunità: i servizi, i professionisti, le famiglie, le politiche pubbliche. Anche la narrazione, per essere generativa, necessita di questa dimensione collettiva.
Riconoscere la biografia come nodo relazionale non significa dissolvere l’identità individuale nel collettivo, ma rafforzarla. La soggettività si afferma nello scambio, nel riconoscimento reciproco, nella possibilità di vedere la propria storia rispecchiata e valorizzata da altri. In questa prospettiva, il lavoro sociale si configura come un dispositivo generativo: non si limita ad ascoltare storie, ma le mette in circolo, le intreccia, le valorizza come sapere condiviso. È proprio in questo intreccio tra biografia e responsabilità collettiva che il lavoro sociale può contribuire a un’idea di giustizia più ampia: una giustizia che non si limita a distribuire risorse, ma che riconosce e sostiene le storie, creando comunità in cui nessuno invecchia da solo.
Verso una prospettiva ecologico-narrativa
Tessere narrazioni nei contesti del lavoro sociale emerge, nella prospettiva fin qui presentata, come una responsabilità tanto professionale quanto politica. Rimettere al centro la voce dell’anziano, ascoltarne la trama esistenziale, creare spazi in cui le biografie possano intrecciarsi con la vita collettiva significa sottrarsi all’automatismo tecnico, al silenzio normativo e alla marginalizzazione simbolica. Significa, inoltre, accettare che ogni storia narrata interroga anche chi ascolta, chiamandolo a un posizionamento etico: l’ascolto non è mai neutro, ma un modo di prendersi cura (Ricoeur, 1990).
L’approccio ecologico-narrativo, come discusso in questo contributo, non propone una nuova metodologia prescrittiva, ma un cambiamento di sguardo. Esso riguarda la postura professionale, l’organizzazione dei servizi e il valore attribuito alla relazione. La narrazione diventa così non solo una pratica da apprendere, ma una disposizione da coltivare: una forma di attenzione che coinvolge responsabilità, reciprocità e riconoscimento (Honneth, 1995; Tronto, 1993). Questo approccio si innesta su una lunga tradizione critica del lavoro sociale che ha messo in discussione l’eccessiva burocratizzazione dell’intervento (Dominelli, 2002), l’individualismo diagnostico (Parton, 2008) e la riduzione dell’utente a oggetto di bisogno. Nel lavoro con le persone anziane, il rischio di cristallizzare l’identità nella fragilità è particolarmente elevato. Come ricordano Baars e colleghi, l’invecchiamento è spesso pensato come declino, mentre può rappresentare un’occasione per riattivare una narrazione di senso, anche in condizioni di vulnerabilità (Baars et al., 2016).
La ricerca recente conferma e approfondisce questa prospettiva. La revisione sistematica di Ríos Rincón e colleghi mostra come le pratiche di digital storytelling possano sostenere continuità biografiche e forme di agency anche in presenza di deterioramento cognitivo, mentre lo studio di Sion e colleghi evidenzia come le storie delle persone che vivono in strutture residenziali possano diventare leva per migliorare la qualità dell’assistenza e riorientare i servizi (Ríos Rincón et al., 2022; Sion et al., 2024). Allo stesso tempo, il lavoro di de Medeiros ed Ermoshkina mette in luce come vulnerabilità e narrazione siano profondamente intrecciate nella tarda età, richiamando l’importanza di contesti che non solo proteggano, ma riconoscano (Medeiros ed Ermoshkina, 2024). Infine, Tanner e colleghi documentano il contributo specifico degli assistenti sociali al benessere degli anziani proprio a partire dalla loro capacità di «essere quella persona speranzosa», in grado di mantenere aperto lo spazio del senso anche nei percorsi più complessi (Tanner et al., 2025).
In questo quadro, il compito dell’operatore non si esaurisce nell’erogazione di servizi. Si tratta di un compito generativo: creare le condizioni affinché la parola dell’altro possa emergere, essere ascoltata e trovare risonanza. Il senso della narrazione è dunque profondamente politico. Non riguarda solo la singola relazione d’aiuto, ma la possibilità, per chi è socialmente marginalizzato, di essere riconosciuto nella sfera pubblica. Fraser parla di «riconoscimento distorto» come forma di ingiustizia che si manifesta nel silenzio, nell’opacità, nell’esclusione delle soggettività non conformi (Fraser, 2003). Dare spazio alle narrazioni significa anche combattere queste distorsioni, aprendo varchi di visibilità là dove la società tende a produrre invisibilità.
Naturalmente, tutto ciò non accade in astratto. Richiede servizi capaci di valorizzare la dimensione relazionale, pratiche organizzative che non penalizzino il tempo dell’ascolto e contesti riflessivi in cui i professionisti possano interrogarsi sul proprio agire È questo il senso dei cinque spostamenti proposti: non una ricetta, ma un invito a riflettere, a muoversi, a riconfigurare il quotidiano. Ogni spostamento, in fondo, è un atto politico: mette in questione il dato, l’ovvio, il già scritto; restituisce all’incontro con l’altro la sua densità etica; e sfida il lavoro sociale a non accontentarsi della correttezza formale, ma a interrogarsi sulla qualità umana e trasformativa dell’intervento.
In conclusione, questo contributo vuole offrire una proposta concreta, ma aperta: un modo per riabitare il lavoro sociale con le persone anziane in una prospettiva generativa, attenta alla soggettività e capace di promuovere forme di cura che non siano solo riparative, ma anche riconoscitive e partecipative. Non si tratta di tornare indietro a una centralità nostalgica della relazione, ma di andare avanti, cercando di tenere insieme tecnica, etica, biografia e contesto.
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5 Università di Bologna.
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6 COMEFO Società Cooperativa Sociale, Reggio Emilia.
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7 COMEFO Società Cooperativa Sociale, Reggio Emilia.
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8 Università di Parma.
Vol. 2, Issue 2, October 2025