Vol. 3, n. 1, Luglio 2026
Alienazione parentale e affidamento dei figli in situazioni di violenza domestica
Uno studio descrittivo in Italia
Mariachiara Feresin,1 Patrizia Romito,2 Mariagrazia Apollonio,3 Michela Nacca4 e Simon Lapierre5
Sommario
Introduzione: L’Alienazione Parentale (AP) è frequentemente invocata nei procedimenti di affidamento dei figli in contesti di separazioni conflittuali, nonostante le critiche sulla sua validità scientifica e il rischio di oscurare situazioni di violenza domestica.
Obiettivi: analizzare, nel contesto italiano, l’utilizzo dell’AP o di concetti affini nelle decisioni relative all’affidamento dei figli in contesti di violenza domestica post-separazione ed esplorare il vissuto delle donne coinvolte.
Metodo: lo studio si basa su un questionario anonimo online a cui hanno risposto 132 madri vittime di violenza domestica e accusate di AP, contattate tramite centri antiviolenza e associazioni. I dati sono stati analizzati con statistiche descrittive.
Risultati: prima delle accuse di AP, l’affidamento risultava prevalentemente condiviso, indipendentemente dalle segnalazioni di violenza paterna. Dopo l’accusa, si osserva una diminuzione dell’affidamento esclusivo materno e condiviso e un aumento dell’affidamento esclusivo paterno (dal 4% al 14%), anche in presenza di accuse di violenza. In molti casi, i contatti madre-figli risultano ridotti o interrotti.
Conclusioni: i risultati illustrano l’uso dell’AP o di concetti analoghi nelle decisioni di affidamento dei figli in situazione di violenza domestica. Si evidenzia la necessità di pratiche basate su evidenze scientifiche e centrate sulla tutela del minore.
Parole chiave
Alienazione parentale, affidamento dei figli, violenza domestica, abusi sessuali su minori.
Parental alienation and child custody in situations of domestic violence
A descriptive study in Italy
Mariachiara Feresin,6 Patrizia Romito,7 Mariagrazia Apollonio,8 Michela Nacca9 and Simon Lapierre10
Abstract
Introduction: Parental Alienation (PA) is frequently invoked in custody proceedings in the context of high-conflict separations, despite criticisms regarding its scientific validity and the risk of obscuring situations of domestic violence.
Objectives: to analyze, within the Italian context, the use of PA or related concepts in custody decisions in situations of post-separation domestic violence, and to explore the experience of the women involved.
Method: the study is based on an anonymous online questionnaire completed by 132 mothers who were victims of domestic violence and accused of PA, contacted in the context of anti-violence centers and associations. Data were analysed using descriptive statistics.
Results: prior to PA allegations, custody was predominantly shared, regardless of reports of paternal violence. following the allegation, there was a decrease in both sole maternal and shared custody, and an increase in sole paternal custody (from 4% to 14%), even in cases involving allegations of violence. In many cases, contact between mothers and children was reduced or interrupted.
Conclusions: the findings illustrate the use of PA or related concepts in custody decisions in presence of domestic violence. The study highlights the need for evidence-based practices centred on the protection of the child.
Keywords
Parental alienation, child custody, domestic violence, child sexual abuse.
Introduzione
Il concetto di Alienazione Parentale (AP) emerge con frequenza nei tribunali italiani quando si discute dell’affidamento dei figli o figlie in contesti di separazione conflittuale. Viene generalmente invocato nei casi in cui un minore dimostri resistenza o rifiuto nel relazionarsi con uno dei genitori, spesso il padre. Secondo la teoria, questa resistenza non deriverebbe da esperienze negative o paure concrete, bensì da una presunta manipolazione psicologica esercitata dall’altro genitore, di solito la madre. Se si adotta questo approccio, c’è il rischio di minimizzare o ignorare le paure del minore e le segnalazioni di episodi di violenza, con conseguenze sulle decisioni relative all’affidamento e la protezione dei minori.
Formulata originariamente dallo psichiatra statunitense Richard Gardner (Gardner, 1985) come Sindrome di Alienazione Parentale (SAP), è stata fin da subito fortemente criticata per la mancanza di validità scientifica e per il rischio di disconoscere episodi di violenza domestica e di abusi sui minori (American Psychological Association, 1996). Per rispondere alle critiche della comunità scientifica e professionale, la teoria è stata successivamente rinominata «alienazione parentale», «alienazione infantile», «sindrome della madre malevola» e poi «disturbo relazionale» o «rifiuto genitoriale», senza però modificarne i presupposti fondamentali (Meier, 2009).
Le critiche all’AP sono numerose e autorevoli. Si sono espressi criticamente il Parlamento Europeo, il Comitato CEDAW in più occasioni e il Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence (Parlamento Europeo, 2021; CEDAW, 2011; 2017; GREVIO, 2020; 2022; 2025), l’organismo indipendente di monitoraggio della Convenzione di Istanbul. Nel 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rifiutato l’inclusione dell’AP nella Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11); nel 2012 e poi ancora nel 2023, la American Psychiatric Association (APA) ha rifiutato di includerla rispettivamente nel DSM 5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali 5) e nel DSM 5 TR.
In Italia, critiche al concetto di AP sono venute dal Ministero della Salute, dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi e dal Coordinamento Italiano contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (Ministero della Salute, 2012; 2020; Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, 2021; CISMAI, 2017). La Corte di Cassazione ha invece espresso posizioni ambivalenti. Numerose ordinanze hanno sottolineato che le decisioni relative all’affidamento dei figli non possono basarsi esclusivamente su una diagnosi di AP o di «sindrome della madre malevola», in quanto si tratta di presunte patologie di dubbio fondamento scientifico;11 in altri casi, le decisioni giudiziarie hanno fatto esplicito riferimento alla AP o a costrutti da essa derivati come la «manipolazione» «il conflitto di lealtà» o «il conflitto di fedeltà».12
Conseguenze dell’uso della AP
Numerose ricerche, svolte soprattutto in paesi di lingua inglese, hanno analizzato le conseguenze dell’uso della AP (Elizabeth, 2017; Meier et al., 2019). I risultati mostrano che la violenza del partner o del padre è spesso tenuta in scarsa considerazione nelle decisioni relative all’affidamento: padri già condannati per violenza oppure oggetti di un ordine di protezione possono così incontrare i figli senza supervisione (Morrill et al., 2005) e hanno altrettante probabilità di ottenere l’affidamento dei padri non violenti (Kernic et al., 2005). Quando le madri o i bambini menzionano o denunciano la violenza, le donne hanno addirittura meno probabilità di avere l’affidamento esclusivo rispetto a quando non la denunciano, dato che denunciare la violenza viene interpretato come un «sintomo» di AP (Meier, 2020). Una ricerca statunitense (Silberg e Dallam, 2019) ha esaminato alcuni casi di sospetto abuso su minori in cui i bambini erano stati affidati al padre denunciato, proprio sulla base di un’accusa di AP nei confronti della mamma. I bambini erano rimasti in media per 3 anni con il padre; in questo periodo, la loro salute mentale si era deteriorata; un terzo di loro aveva fatto almeno un tentativo di suicidio; l’88% aveva subito ulteriori violenze, emerse solo grazie alla persistenza delle mamme nel raccogliere prove tali da modificare la sentenza e il conseguente affidamento/collocamento. Fin dall’inizio, tutti i bambini avevano parlato delle violenze paterne a familiari e operatori, ma per i servizi di protezione dei minori, il 63% dei casi era «non fondato» (Silberg e Dallam, 2019). Lo studio di Meier, sempre negli Stati Uniti, su 4000 casi di conflitti per l’affidamento, conferma le conseguenze dell’uso dell’alienazione parentale: in presenza di violenza sessuale nei confronti dei figli il padre accusato ne otteneva l’affidamento esclusivo nel 28% dei casi; questo avveniva tuttavia nel 54% dei casi in cui egli contro-accusava la madre di AP. Il padre poteva ottenere l’affidamento esclusivo anche nelle situazioni in cui il tribunale aveva riconosciuto la fondatezza delle accuse di violenza nei suoi confronti (Meier, 2020).
In Italia, le ricerche scientifiche in merito sono poco numerose. Alcuni studi qualitativi hanno analizzato l’esperienza delle madri, illustrando il dramma di non poter proteggere i bambini, la loro sofferenza e quella dei bimbi e i costi economici, professionali, sanitari oltre che relazionali di simili situazioni (Delponte et al., 2022; Feresin 2020; Patti e Bergami, 2022; Fleckinger, 2023). In altri lavori qualitativi, operatori sociosanitari e Consulenti Tecnici d’Ufficio (CTU) sono stati intervistati in merito alle loro conoscenze e pratiche professionali relative alla violenza domestica, agli abusi sessuali e alle misure di legge, evidenziando una situazione caratterizzata sia da scarse conoscenze sia dalla persistenza di molti pregiudizi (Feresin, Santonocito e Romito, 2021; Feresin, Anastasia, Romito, 2017). Un punto di vista autorevole è stato inoltre espresso dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio nel rapporto sulla «Vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza e dei loro figli nei procedimenti che disciplinano l’affidamento e la responsabilità genitoriale» (Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, 2022): sulla base di un campione rappresentativo di casi, la Commissione ha rilevato che nel 96% delle separazioni in cui c’era violenza contro le donne, i tribunali non la consideravano rilevante per l’affidamento dei figli; nel 54% dei casi, i Tribunali per i Minorenni consentivano i contatti dei bambini con i padri violenti. Ha mostrato inoltre che l’utilizzo della AP poteva avere come conseguenza l’allontanamento del/la minore dalla madre protettiva, la collocazione temporanea in una struttura e l’affidamento al padre violento. Per concludere, la Commissione ha raccomandato una maggiore e più specifica formazione del personale sociosanitario e giudiziario coinvolto e in particolare dei CTU. Va nello stesso senso il rapporto del GREVIO sull’Italia (GREVIO, 2020; 2025), che conclude sull’incapacità del sistema giudiziario di dare priorità all’interesse superiore del minore rispetto al principio di bigenitorialità in contesti di violenza domestica.
Altri enti italiani (CISMAI, 2017; CNOP, 2024) non escludono categoricamente l’ipotesi di condizionamento da parte dell’uno o dell’altro genitore. Evidenziano tuttavia la necessità, nei casi di rifiuto da parte del figlio/a, di valutare in prima istanza l’ipotesi che esso sia dovuto all’aver subito violenza o essere stato testimone di violenza, e solo dopo aver escluso tale ipotesi, di considerare quella di manipolazione.
La questione dell’affidamento dei figli in contesti di violenza domestica e dell’uso dell’AP è complessa e le conseguenze di scelte poco informate o poco meditate possono essere devastanti: è urgente che anche nel nostro paese altre ricerche approfondiscano l’argomento.
Lo studio: obiettivi e metodo
Contesto. La ricerca è parte dello studio «Alienazione parentale e violenza domestica: una collaborazione internazionale per delle strategie innovative», che ha coinvolto 13 paesi13 e incluso un totale di 911 donne; è stata promossa dal «Social Science and Humanities Research Council of Canada» e coordinata da Simon Lapierre, professore presso la School of Social Work dell’Università di Ottawa, Canada (Lapierre et al., 2023).
Obiettivi della ricerca. Analizzare l’utilizzo dell’alienazione parentale o di concetti affini nelle decisioni relative all’affidamento dei figli in contesti di violenza domestica post-separazione ed esplorare il vissuto delle donne coinvolte. I risultati presentati in questo articolo riguardano i dati raccolti in Italia.
Strumento. I dati sono stati raccolti con un questionario anonimo online, sviluppato dal gruppo di ricerca internazionale e tradotto nelle varie lingue, a cui hanno risposto madri vittime di violenza domestica e accusate di AP. Tutte le domande erano chiuse e prevedevano la possibilità di rispondere «non so» o «preferisco non rispondere».
Per quanto riguarda le violenze sulle madri, si chiedeva alle donne: «Il padre è stato riconosciuto colpevole o è stato condannato in procedimento penale per le violenze e gli abusi che ha perpetrato nei tuoi confronti».
Per quanto riguarda le violenze fisiche o sessuali sui bambini, si chiedeva alle donne: «È emersa la questione di abusi fisici/sessuali da parte del padre nei confronti del bambino?»; «Il padre è stato riconosciuto colpevole o è stato condannato in procedimento penale per abusi fisici/sessuali sul bambino?». Questa formulazione generica rispetto alle possibili sanzioni nei confronti del padre è stata scelta dal gruppo di ricerca internazionale per tenere conto di sistemi giudiziari differenti.
Sia per le violenze nei confronti delle donne sia per le violenze nei confronti dei minori, si chiedeva a quali professionisti queste violenze erano state rivelate.
Tre domande riguardavano l’accusa di alienazione parentale: «Quando è stato affermato per la prima volta che hai “alienato” il/la bambino/a?»; «Sono stati citati esplicitamente i termini “alienazione parentale” o “sindrome di alienazione parentale”?»; «Queste accuse sono state fatte prima o dopo che sono state sollevate preoccupazioni riguardo ai comportamenti violenti o abusivi del padre?».
Si chiedeva: «Le modalità di affidamento del bambino sono cambiate da quando è stata denunciata l’alienazione parentale?».
Due domande riguardavano l’affidamento dei figli, rispettivamente prima e dopo l’accusa di AP. Le possibilità di risposta erano: «Avevo/ho l’affidamento esclusivo»; «Il padre aveva/ha l’affidamento esclusivo»; «Affidamento condiviso»; «Affidamento a terzi»; «Preferisco non rispondere».
Si chiedeva inoltre quante ore trascorreva il bambino con la madre in media alla settimana dopo le modifiche all’affidamento.
Le donne potevano inoltre aggiungere i loro commenti sulle accuse di alienazione o, più in generale, sulla loro esperienza del processo di affidamento.
Procedura. Le ricercatrici coinvolte nel progetto hanno contattato una portavoce della rete DiRe (Donne in rete contro la violenza) che, attraverso un’informativa, ha comunicato ai centri antiviolenza e alle associazioni specializzate sul tema la possibilità di partecipare allo studio. Hanno aderito 11 fra centri antiviolenza e associazioni. Successivamente le operatrici hanno informato le donne che frequentavano il centro o l’associazione della possibilità di partecipare allo studio, purché soddisfacessero i seguenti criteri: essere maggiorenni; avere almeno un/a figlio/a di età inferiore ai 18 anni; aver subito violenza domestica — fisica, sessuale, economica, abusi verbali o psicologici, comportamenti di controllo coercitivo — dal padre del/della bambino/a; esser state coinvolte in un procedimento di tutela o di affidamento del minore, che includesse o meno un procedimento giudiziario; esser state considerate un genitore «alienante», che il termine «alienazione» fosse stato esplicitamente menzionato o meno.
Le operatrici hanno fornito alle donne disponibili il link al questionario che le donne potevano successivamente compilare in modo anonimo attraverso la piattaforma Google Moduli.
In Italia la raccolta dati è stata condotta in due periodi predefiniti: una settimana nell’ottobre 2022 e un’altra nell’aprile 2023. Hanno risposto al questionario 137 donne; le analisi qui presentate riguardano le 132 donne che hanno risposto ad almeno il 60% delle domande del questionario.
Analisi. L’analisi dei dati quantitativi è stata svolta con il programma statistico in libero accesso Jamovi. Le citazioni spontanee delle donne sono state riportate come testimonianza della loro esperienza.
Aspetti etici. All’inizio del questionario era inserita una breve presentazione della ricerca, inclusi i riferimenti mail e telefonici dei responsabili; si spiegava che la partecipazione era volontaria e non implicava nessun vantaggio personale; i possibili rischi nel ricordare eventi drammatici erano menzionati, così come la possibilità di scegliere l’opzione «non rispondo» o di abbandonare il questionario; anonimato e riservatezza erano garantite. In testa a ogni pagina del questionario era inoltre disponibile il link con la lista delle associazioni di aiuto alle vittime. Facendo clic sulla casella di controllo «Accetto», la donna confermava di soddisfare i criteri della ricerca e acconsentiva a partecipare. L’intero progetto di ricerca è stato approvato dal Comitato etico dell’Università di Ottawa (CA).
Risultati
Chi sono le donne che hanno partecipato alla ricerca
Il 60% delle donne intervistate aveva un solo figlio o figlia e il 28% ne aveva due; le altre avevano tre o più figli. Se più bambini erano stati coinvolti nell’accusa di alienazione parentale, si chiedeva di descrivere nel questionario l’esperienza relativa al bambino più grande: l’età media di questi bambini era di 9 anni; un po’ più della metà erano femmine. Il 48% delle donne aveva tra 36 e 45 anni; il 39% era più grande e il 13% era più giovane. Il livello di istruzione era elevato: la metà delle intervistate aveva un diploma universitario, le altre avevano quasi tutte un diploma di scuola media superiore.
Violenze del padre contro madri e figli/e
Dati i criteri di selezione del campione, tutte le donne avevano subito violenza da parte dei loro partner o ex partner; quasi tutte ne avevano parlato con almeno un professionista coinvolto nei procedimenti di affidamento o con le forze dell’ordine. Anche i bambini avevano spesso raccontato ai professionisti la violenza subita dalle loro madri. Nel 20% dei casi (27 uomini su 132) l’uomo era stato condannato in sede penale per queste violenze. Tutti i minori coinvolti nello studio erano vittime di violenza assistita.
Secondo quanto riportato dalle madri, 43 bambini (33%) avevano subito violenza fisica diretta da parte del padre e 24 (18%) abusi sessuali. In quasi tutti i casi, sia le madri sia i bambini ne avevano parlato con almeno un professionista. Due padri erano stati condannati per violenza fisica e uno per abuso sessuale nei confronti del proprio figlio o figlia.
L’accusa di alienazione parentale
Tutte le donne che hanno partecipato alla ricerca erano state accusate di essere alienanti; il 90% di queste accuse erano state fatte alle madri a partire dal 2015. Nell’86% dei casi, l’accusa di AP era stata formulata quando la donna aveva parlato delle violenze paterne sui bambini o subito dopo.
Per il 47% delle donne, l’accusa era stata esplicitamente di AP, mentre nel 49% dei casi erano stati utilizzati altri termini (il 4% non aveva risposto alla domanda); spesso erano stati utilizzati più concetti. Le madri erano state accusate di essere simbiotiche (28 volte), ostative (23), manipolatrici (14), fusionali (5). Sia pure meno spesso, erano state definite come istrioniche, subdole, iperprotettive, incapaci, rancorose e, in 17 casi, di provocare un «conflitto di lealtà» nei loro figli. In alcuni casi, le accuse si basavano su concetti e categorie ancora più imprecise, non accreditate o arbitrarie.
Riportiamo alcuni dei commenti spontanei che le donne hanno fatto nei questionari.
Madre invischiante, rapporto madre e figlio con perimetri poco delineati, madre simbiotica. (Caso 8)
Rapporto fusionale e simbiotico, rapporto parassitante, conflitto di lealtà, (bambino) intrappolato nella relazione, dimensione unica e fagocitante, obbligo di lealtà con la madre, rapporto esclusivo, appropriativo, importanti difficoltà separative dalla madre. (Caso 16)
Mi è stato detto che sono invadente, disturbante, che imbecco la bambina, che non collaboro per aiutare il padre ad avere un buon rapporto con la figlia, che voglio affrancare la figura paterna, che ascolto troppo i desideri della figlia, quindi contro il padre, che ho plagiato la figlia, e tanto tanto altro che si riconduce all’accusa di alienazione. (Caso 11)
La citazione seguente mostra in quali situazioni l’opposizione di una donna ai contatti padre-figli sia stata considerata come un segno di AP.
Opposizione nel rapporto con il padre dopo che lo stesso era stato condannato e (aveva) patteggiato una condanna per violenza e abusi in famiglia e su minori oltre che essere indagato per traffico internazionale di prostituzione e pedofilia. (Caso 43)
In un altro caso, l’accusa di non essere «collaborativa» è stata accompagnata da una minaccia esplicita.
Mi è stato detto che in fin dei conti il povero padre era solo colpevole di avermi picchiato, che dovevo smetterla di provare odio ed essere collaborativa altrimenti mia figlia sarebbe stata mandata in una struttura protetta. (Caso 13)
Nella citazione seguente, sempre tratta dai commenti di una donna nel questionario, emergono le difficoltà e le sofferenze incontrate dopo l’accusa di AP.
Dichiaro che dopo le accuse di alienazione parentale, l’affidamento dei miei figli minori di 8 e 10 anni è cambiato per mano dell’assistente sociale, che relaziona la mia figura genitoriale come ostativa, oppositiva. Il giudice decide di collocare nell’immediato i bambini presso l’abitazione del padre a X da Y, quindi a molti chilometri di distanza da me. […] Oggi ancora vedo i miei figli solo un’ora a settimana in formato protetto a X, viaggiando tutti i mercoledì per tre ore e mezzo tra autobus e treno solo per l’andata da Y. (Caso 17)
Affidamento dei figli prima e dopo l’accusa di alienazione
Prima dell’accusa di alienazione parentale, la madre deteneva l’affidamento esclusivo in 21 casi (16% del campione) e il padre in 5 casi (4%); «altri» ne erano titolari in 4 casi (3%). Per 94 donne (71% dei casi) la custodia era condivisa; una donna descrive le pressioni per accettare questa formula in una situazione molto problematica.
Sono stata fin dal momento della denuncia penale indirizzata a un affidamento condiviso come condizione obbligatoria e alla frequentazione del padre da parte del bambino e mia anche nei momenti di massima insicurezza, instabilità e pericolo. Gli operatori di pubblica sicurezza mi hanno dato un volantino dei centri antiviolenza ma mi hanno indicato primariamente l’obbligo di definire l’affidamento condiviso del minore e quindi di concordare ogni passaggio con il padre del bambino, abusante e violento nei miei confronti (in seguito condannato). […] Hanno minacciato l’allontanamento del bambino (che era lattante di meno di un anno di età) da me se io non avessi concordato con il padre da subito ogni aspetto della gestione ordinaria e quotidiana mia e del bambino. (Caso 39)
Il fatto che fossero state formulate accuse di violenze fisiche o sessuali del padre nei confronti dei figli, o che l’uomo fosse stato condannato per violenze sulla donna non incideva in alcun modo sull’affidamento.
Dopo l’accusa di AP (anche se formulata con altri termini), l’affidamento dei figli era stato modificato per 75 donne (57%). I casi in cui la madre aveva l’affidamento esclusivo erano diminuiti dal 16% al 12%, così come quelli di affidamento condiviso, passati dal 71% al 53% dei casi; erano aumentati invece i casi di affidamento esclusivo paterno (dal 4% al 14%) così come i casi di affidamento ad «altri», passati dal 3% al 18% delle situazioni (tabella 1).
Tabella 1
Affidamento dei figli prima e dopo le accuse di alienazione parentale alle madri
|
Prima dell’accusa di AP |
Dopo l’accusa di AP |
|||
|
Tipo di affidamento |
N |
% |
N |
% |
|
Esclusivo madre |
21 |
15,9 |
16 |
12,1 |
|
Condiviso |
94 |
71,2 |
70 |
53,0 |
|
Esclusivo padre |
5 |
3,7 |
18 |
13,6 |
|
Altri |
4 |
3,0 |
24 |
18,1 |
|
Non risponde |
8 |
6,0 |
4 |
3,0 |
|
132 |
100 |
132 |
100 |
|
I padri accusati di violenze fisiche sui bambini/e avevano ottenuto la custodia esclusiva nel 23% dei casi, più spesso quindi di coloro che non erano stati accusati (8% dei casi senza violenze); all’inverso, quando i padri erano stati accusati, la madre aveva ottenuto la custodia esclusiva meno spesso (9% dei casi) che in assenza di violenza (14% dei casi). In presenza di violenza contro i figli, la custodia era condivisa nel 44% delle situazioni, mentre ciò era avvenuto più spesso (58%) in assenza di violenza.
Una tendenza simile si riscontra in caso di accuse di violenza sessuale paterna sui figli. Dopo che le madri sono state tacciate di essere alienanti, i padri accusati di abusi sessuali avevano ottenuto la custodia esclusiva più spesso di coloro che non erano stati accusati (21% vs 11% dei casi); al contrario, le madri avevano avuto la custodia esclusiva meno spesso in presenza di segnalazioni di abusi paterni (4%) che in loro assenza (14%). Indipendentemente dall’accusa di abuso sessuale, in circa metà dei casi la custodia rimaneva condivisa (tabella 2).
Tabella 2
Affidamento dei figli dopo le accuse di alienazione parentale e violenza paterna
|
Affidamento dopo l’accusa di AP |
Il padre è accusato di violenza fisica sui bambini |
Il padre è accusato di violenza sessuale sui bambini |
Totale |
||||
|
Si |
No |
Non risponde |
Si |
No |
Non risponde |
||
|
Esclusivo madre |
4 (9,3%) |
12 (14,5%) |
0 |
1 (4,2%) |
15 (14,3%) |
0 |
16 (12,1%) |
|
Condiviso |
19 (44,2%) |
48 (57,8%) |
3 (50%) |
12 (50%) |
57 (54,3%) |
1 (33,3%) |
70 (53%) |
|
Esclusivo padre |
10 (23,3%) |
7 (8,4%) |
1 (16,7%) |
5 (20,8%) |
12 (11,4%) |
1 (33,3%) |
18 (13,6%) |
|
Altri |
10 (23,3%) |
13 (15,7%) |
1 (16,7%) |
6 (25%) |
18 (17,1%) |
0 |
24 (18,1%) |
|
Non risponde |
0 |
3 (3,6%) |
1 (16,7%) |
0 |
3 (2,9%) |
1 (33,3%) |
4 (3%) |
|
Totale |
43 (100%) |
83 (100%) |
6 (100%) |
24 (100%) |
105 (100%) |
3 (100%) |
132 (100%) |
Quando il padre aveva l’affidamento esclusivo, il 39% delle madri non aveva più nessun contatto con i figli; le altre avevano dei contatti molto limitati. In queste situazioni, l’89% delle donne passava da zero a, al massimo, dodici ore per settimana con i propri bambini (tabella 3).
Tabella 3
Affidamento esclusivo al padre e contatti madre-figli dopo l’accusa di alienazione parentale
|
Contatti madre-figli |
||
|
Tipo di contatti |
N |
% |
|
In persona senza supervisione (inclusa quasi sempre la notte) |
6 |
33,4 |
|
In persona, con supervisione |
4 |
22,2 |
|
Solo telefono, mail… |
1 |
5,6 |
|
Nessun contatto |
7 |
38,9 |
|
Non risponde |
/ |
/ |
|
Totale |
18 |
100 |
|
Ore per settimana |
N |
% |
|
0 ore |
7 |
38,9 |
|
Meno di 6 ore |
7 |
38,9 |
|
6-12 ore |
2 |
11,1 |
|
13-48 ore |
1 |
5,5 |
|
+ di 48 ore |
1 |
5,5 |
|
Non risponde |
/ |
/ |
|
18 |
100 |
|
Discussione
I risultati di questo studio, basato su dati tratti da questionari auto-riferiti compilati da 132 madri accusate di alienazione parentale (AP), analizzati attraverso statistiche descrittive, evidenziano alcune tendenze rilevanti. In primo luogo, emerge che, già prima dell’introduzione di accuse di AP o di concetti affini, le segnalazioni di violenza paterna sui minori non sembravano incidere in modo sostanziale sulle decisioni di affidamento, che restavano prevalentemente condivise. In seguito all’accusa di AP, si osserva invece un cambiamento marcato: diminuiscono sia gli affidamenti esclusivi materni sia quelli condivisi, mentre aumentano gli affidamenti esclusivi paterni, che risultano più che triplicati (dal 4% al 14%). Tale tendenza appare particolarmente accentuata nei casi in cui il padre sia accusato di violenze fisiche o sessuali nei confronti dei figli. Inoltre, nei casi di affidamento esclusivo paterno, per circa due terzi delle madri e dei loro bambini i contatti cessano o risultano fortemente limitati.
Un ulteriore elemento riguarda l’uso non solo del costrutto di AP, ma anche di terminologie alternative (es. «madri ostative», «simbiotiche», «iperprotettive»), che, secondo quanto riportato dalle partecipanti, sembrano svolgere una funzione analoga. Il fatto che nell’86% dei casi l’accusa di AP o concetti analoghi sia stata formulata in concomitanza con la segnalazione di violenze paterne suggerisce che tali etichette possano essere strumentali per deflettere l’attenzione dai comportamenti violenti.
Questi risultati sono coerenti con la letteratura internazionale (Lapierre et al., 2023; Meier, 2020; Silberg e Dallam, 2019; Elizabeth, 2017) e contribuiscono a colmare una lacuna nel contesto italiano, dove le ricerche empiriche sono ancora limitate. Essi risultano inoltre in linea con evidenze qualitative e testimonianze presenti nella letteratura nazionale (Delponte et al., 2022; Patti e Bergami, 2022), nonché con dati istituzionali, come quelli dell’inchiesta della Commissione Femminicidio, che evidenziano come la violenza contro donne e minori sia spesso sottovalutata nei procedimenti di affidamento (Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, 2022).
Sul piano più ampio, i nostri risultati descrittivi si inseriscono nel dibattito internazionale che mette in discussione l’uso dell’AP e di costrutti analoghi, considerati privi di validazione scientifica e potenzialmente dannosi (Dallam e Silberg, 2016; Mercer, 2022; Apollonio et al., 2025). Le raccomandazioni di organismi internazionali, tra cui il rapporto della Relatrice speciale delle Nazioni Unite (Alsalem, 2023), sottolineano come la priorità attribuita alla bigenitorialità in contesti di violenza domestica possa entrare in conflitto con il principio del superiore interesse del minore.
Limiti dello studio
Lo studio presenta diversi limiti. In primo luogo, il campione è auto-selezionato, con conseguenti limiti di rappresentatività e generalizzabilità dei risultati. È possibile che abbiano partecipato più spesso donne particolarmente motivate o con esperienze più critiche. Inoltre, si osserva una sovra-rappresentazione di donne con alto livello di istruzione. Questo dato è coerente con la letteratura internazionale (Tarzia et al., 2024; Steel et al., 2022; Karami et al., 2020), che evidenzia come la violenza domestica sia un fenomeno trasversale che colpisce anche donne altamente scolarizzate. Inoltre, uno studio internazionale (Biland, 2023) ha messo in evidenza come siano le donne più istruite ad essere messe maggiormente sotto pressione per accettare l’affido condiviso e, nelle parole dell’autrice, per «far posto ai padri» anche in situazioni di violenza (Biland, 2023, p. 170); sarebbero queste donne, quindi, ad essere più vulnerabili ad accuse di AP in caso di resistenza.
Un ulteriore limite riguarda la natura dei dati, che sono auto-riferiti e non triangolati con altre fonti, come documenti giudiziari o valutazioni indipendenti. Questo implica che le informazioni relative alle accuse di AP e agli esiti per l’affidamento riflettono l’esperienza delle partecipanti.
La raccolta dati online può inoltre aver influenzato sia la composizione del campione (favorendo persone con maggiore accesso e familiarità digitale) sia la qualità delle risposte. Infine, le caratteristiche del campionamento, la ridotta numerosità del campione e la presenza di alcune mancate risposte hanno portato a privilegiare un’analisi descrittiva, senza applicazione di test statistici inferenziali. Ciò impedisce di stabilire relazioni statisticamente significative tra le variabili considerate e limita ulteriormente la possibilità di trarre conclusioni causali
Implicazioni pratiche
Nonostante tali limiti, i risultati possono avere implicazioni rilevanti per la pratica dei servizi sociosanitari e giudiziari. In linea con le raccomandazioni della Commissione Femminicidio, del Dipartimento per le Pari Opportunità e del Protocollo Napoli (Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, 2022; Dipartimento per le Pari Opportunità, 2025; Protocollo Napoli, 2024), emerge la necessità di:
- rafforzare la formazione specialistica degli operatori sui temi della violenza di genere e delle conseguenze del trauma (Feresin, Santonocito e Romito, 2021; Ayeb-Karlsson, 2024);
- evitare l’utilizzo di costrutti non validati scientificamente;
- considerare sistematicamente la violenza domestica nella determinazione dei rapporti genitoriali;
- garantire che la sicurezza e il benessere del minore e del genitore vittima siano prioritari rispetto al principio di bigenitorialità.
Conclusioni
Questo studio mostra che, nel campione analizzato, le accuse di alienazione parentale o concetti affini, così come riportate dalle partecipanti, risultano associate a cambiamenti importanti nelle decisioni di affidamento, anche in presenza di segnalazioni di violenza domestica.
Il contributo originale del lavoro consiste nel fornire evidenze empiriche sul contesto italiano, in linea con la letteratura internazionale, su un tema ancora poco esplorato a livello nazionale. I risultati sottolineano l’urgenza di rafforzare pratiche e decisioni basate su evidenze scientifiche e sensibili alle dinamiche della violenza di genere, al fine di garantire una reale tutela del superiore interesse del minore.
Future ricerche dovrebbero prevedere campioni più ampi e diversificati, l’integrazione di fonti multiple (inclusi documenti giudiziari) e l’utilizzo di metodologie anche inferenziali, per approfondire e validare ulteriormente questi risultati.
Ringraziamenti
Le autrici desiderano ringraziare le donne che hanno partecipato alla ricerca e le operatrici che le hanno sostenute in un momento così difficile della loro vita.
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1 Università di Trieste.
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2 Università di Trieste.
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3 Centro antiviolenza Goap, Trieste.
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4 Foro di Roma.
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5 Università di Ottawa, Canada.
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6 Università di Trieste.
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7 Università di Trieste.
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8 Centro antiviolenza Goap, Trieste.
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9 Foro di Roma.
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10 Università di Ottawa, Canada.
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11 Cassazione, I sez. civile: Ordinanze n.7041/2013; n.13274/2019; n.13217/2021; n. 9691/2022; n.3576/2024; n.4595/2025.
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12 Cassazione, I sez. civile: Ordinanze n.6919/2016; n.9143/2020; n.197/2024; n.2947/2025.
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13 Australia, Belgio, Brasile, Canada, Francia, Islanda, Irlanda, Israele, Italia, Nuova Zelanda, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti.
Vol. 3, Issue 1, July 2026