Test Book

Conflitti e segnali di pace

Echi di violenza e di speranza dei giovani banlieuesards - Echoes of violence and hope of young suburban inhabitants

Anna Pileri

Anna Pileri è ricercatrice assegnista presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione G. Maria Bertin, Università di Bologna; Dottore di ricerca in Pedagogia (Università di Bologna) e Dottore di ricerca in Psicologia (Université de Paris Ouest - Nanterre - La Défense, Lab. Psychomuse). I suoi attuali temi di ricerca sono: modelli e dispositivi per la co-educazione e la cittadinanza attiva; approccio interculturale e inclusivo allo studio della musicalità comunicativa; video-microanalisi in campo educativo e scolastico; stereotipi, pregiudizi e discriminazioni nei contesti educativi e scolastici, studio delle neoforme di radicalizzazione e di terrorismo.


Abstract

The question of urban violence relative to young banlieusards (suburban inhabitants), has recently rekindled as a result of the 13th November 2015 terrorist attacks in Paris, reviving the public debate and reopening a fundamental issue not sufficiently investigated: that of désintegration, that is to say the disintegration of the children of immigration. While touching this topic however, it is important not to generalize. Therefore, while contextualizing the French question, as well as the story of its immigration, some cautious comparative reflections ought to be made in order to avoid that the echoes of what is happening in the banlieues prepheries do not remain unheard, but instead serve as a warning and an incentive to adapt an intercultural approach towards future generations that otherwise might be tempted to join ISIS. The French situation helps us to understand that where ethnic and religious diversity become a reason for discrimination and exclusion, and where the subtle question of identity toghether with the lack of ideals are taking space, violence can find a highly fertile ground in which to sprout and explode even remote generations through ways of radicalization. Finally, it makes us aware of the danger of falling into the trap of prejudice and how important it is that we reject labels that stigmatize suburbs by bringing them into greater isolation. Keywords: suburbs, disintegration, violence, inter-cultural awakening, hope.



Sommario

La questione della violenza urbana, relativa ai giovani banlieusards (abitanti di periferia), si è recentemente riaccesa a seguito delle stragi di Parigi del 13 novembre scorso, rianimando il dibattito pubblico e riaprendo un tema basilare non sufficientemente affrontato: quello della désintegration (disintegrazione) dei figli dell’immigrazione. Nel trattare l’argomento è necessario evitare di cadere in banali generalizzazioni. La questione francese va contestualizzata così come la storia della sua immigrazione; tuttavia qualche cauta riflessione comparativa può essere effettuata per evitare che l’eco di quanto avviene nelle banlieues (periferie) rimanga sorda e per fare in modo che serva da monito e da stimolo per l’assunzione di un impegno interculturale internazionale verso le nuove generazioni che rischiano di essere possibili reclute dell’ISIS. La situazione francese ci aiuta a comprendere che, laddove la fragilità identitaria assume spazio insieme alla mancanza d’ideali, laddove la diversità etnica e religiosa divengono motivo di discriminazione, esclusione e disprezzo, la violenza può trovare un terreno estremamente fertile in cui germogliare ed esplodere anche a distanza di generazioni attraverso forme di radicalizzazione. Nonché, infine, occorre non cadere nella trappola del pregiudizio e rifiutare siglature che stigmatizzano le periferie portandole a un maggiore isolamento.

 

Parole chiave: periferie disintegrazione, violenza, risveglio interculturale, speranza.

 

 

Introduzione

L’articolo affronta una questione riemersa a seguito dei drammatici fatti accaduti a Parigi che hanno riacceso i riflettori sul tema delle banlieues. Tema che cercherò di sviluppare attraverso alcune testimonianze di giovani abitanti delle periferie di Parigi, raccolte prima dei drammatici eventi, nel quadro di una violenza urbana che già evidenziava molteplici fragilità, in particolare nelle nuove generazioni dei figli d’immigrati. Testimonianze che si rivelano peculiarmente utili nel processo di comprensione, che ritraggono uno scenario post-moderno in cui è possibile cogliere tratti che drammaticamente accomunano il mondo contemporaneo: quello della discriminazione, del razzismo istituzionale e della violenza urbana connessi alle banlieues, luoghi che, prendendo a prestito le parole di Caldiron, «hanno finito per trasformarsi in vere trappole per gli abitanti, in cui la segregazione spaziale urbana ha fatto il pari con quella economica, culturale, politica».[1] Luoghi che pongono notevoli interrogativi e che ora più che mai meritano di essere analizzati e ripensati anche sul piano pedagogico per delineare un impegno educativo alla non violenza, all’inclusione e all’auspicato dialogo interculturale.

 

Profili delle banlieues francesi

Nel 1995, con il film La haine (L’odio) il regista parigino Mathieu Kassovitz mette a nudo la vita delle banlieues attraverso immagini in bianco e nero in cui scorrono la rabbia e la violenza di giovani di strada di seconda e terza generazione d’immigrati che, fra povertà, insuccesso scolastico e disoccupazione, affrontano e si scontrano con la polizia. Un film che svela la dura realtà dei quartieri periferici di Parigi e di altre città francesi segnate, negli ultimi 10 anni, da un crescente sentimento di insicurezza e chiusura sociale.

Il rapporto del 2015 dell’Observatoire National Des Zones Urbaines Sensibles[2] (ZUS)[3] mette in evidenza come povertà, disoccupazione e abbandono scolastico siano allarmanti. Il rapporto prende in esame anche l’evoluzione della situazione dal 2005 a oggi, quindi dall’esplosione degli émeutes (moti di protesta), sottolineando come il divario tra i quartieri alti e le banlieues si sia ulteriormente affermato. Nei 751 quartieri sensibles (sensibili) censiti dall’Osservatorio, che raccolgono poco meno di quattro milioni e mezzo di francesi, la povertà resta il primo problema, con un terzo degli abitanti che vive al disotto della soglia di povertà, cioè con meno di 987 euro al mese (33,1% contro una media nazionale del 12%). Un tasso di povertà 3 volte superiore rispetto al resto del territorio.

Lo stesso si può dire per la disoccupazione, che qui registra punte pari al 23% rispetto al 9% nel resto del paese. I giovani sono i più vulnerabili. 1 su 2 dei giovani di età compresa tra 18-24 anni vivono sotto la soglia di povertà. Quanto alla scuola, il tasso di abbandono degli alunni provenienti dalle periferie è 3 volte quello del resto degli studenti francesi. Per commentare questi dati il quotidiano Le Monde ha parlato di «una generazione sacrificata», spiegando come a una buona parte dei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni che nascono e crescono in banlieue non sia offerta oggi nessuna vera opportunità di studio o lavoro.

 

La questione della désintegration

La violenza urbana, relativa ai giovani banlieusards e all'inquietudine di periferia,[4] si è recentemente riaccesa a seguito delle stragi di Parigi, rianimando il dibattito pubblico e riaprendo una questione basilare non sufficientemente affrontata e che ha trovato uno spazio non sempre consono nelle informazioni internazionali: la questione della désintegration.

Nel trattare l’argomento è necessario evitare di cadere in banali generalizzazioni: la questione francese va contestualizzata così come la storia della sua immigrazione, tuttavia, occorre effettuare qualche cauta riflessione comparativa, nel tentativo lungimirante di evitare che l’eco di quanto avviene nelle banlieues francesi rimanga inascoltata e per fare in modo che funga da richiamo per tutti i paesi interpellati ad assumere un impegno comune verso le nuove generazioni.

La situazione francese ci aiuta a comprendere che, laddove si negano le identità culturali, laddove la diversità etnica, religiosa, divengono motivo di discriminazione, esclusione e disprezzo, la violenza in tutte le sue molteplici forme può trovare un terreno estremamente fertile in cui germogliare ed esplodere, anche a distanza di generazioni, attraverso nuove forme. Inoltre, in una contemporaneità dominata da un’informazione sempre più invasiva e, come direbbe l’antropologa Callari Galli, “pervasiva”,[5] è inevitabile pensare che il tam tam mediatico delle neoforme di radicalizzazione religiosa, espresse barbaricamente nei recenti atti terroristici, non possa fungere da richiamo ai giovani di altri paesi che, per ragioni simili e/o differenti, vivono un aspetto che tragicamente li accumuna: la désintégration. Disintegrazione che può esprimersi nei giovani nella mancanza di ideali, nella fragilità psicologica legata ai processi identitari, nella frustrazione e rottura sociale, nella ribellione: tratti che sembrano risultare comuni nella ricostruzione dei profili dei giovani attentatori.

In proposito Julia Kristeva, riferendosi ai giovani delle banlieues, afferma che il recente fenomeno di radicalizzazione di sedicente matrice islamica rappresenta un fallimento dell’umanesimo: «I giovani hanno bisogno d’ideali e quando sono fragili, senza lavoro e discriminati i loro ideali crollano, il desiderio di amore è inghiottito dal bisogno di vendetta, quello che Freud chiama la pulsione di morte».[6] Kristeva lavora da decenni con i ragazzi che entrano nel vortice della radicalizzazione e partono per la Siria, fenomeno che non riguarda esclusivamente i giovani nati e cresciuti in un milieu musulmano, ma che coinvolge anche giovani che hanno in comune un forte sentimento di esclusione sociale e sono in cerca di ideali che, a suo parere, noi, in Europa, evidentemente non siamo in grado di offrire.

In proposito, il filosofo francese Etienne Balibar[7] afferma che la situazione delle banlieues è il risultato del razzismo istituzionale che caratterizza non solo la Francia, ma tutta l'Europa; inoltre egli denuncia l’affermarsi di un “apartheid europeo” contro i migranti. Anche la voce dichiarante dello scrittore francese di origine algerina Ahmed Djouder irrompe chiarendo il concetto di désintégration attraverso il suo vissuto di figlio dell’immigrazione coloniale. Ne traduco di seguito alcune righe tratte da un suo celebre libro del 2007 intitolato Désintégration. Enfants d’immigrés: Les racines du malaise:[8] «Nos parents ne joueront jamais au tennis, au badminton, au golf. Ils n'iront jamais au ski. Ils ne mangeront jamais dans un restaurant gastronomique. Ils n'achèteront jamais un bureau Louis-Philippe, une bergère Louis XV, des assiettes Guy Degrenne, des verres Baccarat, ni même un store Habitat. Ils n'assisteront jamais à un concert de musique classique. Ils ne posséderont jamais de leur vie un appartement ou une jolie propriété quelque part en France où finir leurs jours tranquillement [...]. Nos parents ne goûteront jamais au champagne, au caviar, aux truffes. […] Ils ne passeront jamais un week-end à Londres, à Vienne ou à Milan. Néanmoins, s'ils vivent en province, ils pourront faire un voyage à Paris, en autocar, organisé par leur mairie pour aller chez Tati, visiter Barbès avant d'aller voir la tour Eiffel. Ils n'iront jamais à Megève, Ramatuelle, Honfleur ou sur l'île de Ré; jamais ils ne fouleront le sol des plages de Bretagne ou de Normandie en se disant: “Cette petite brise est un délice.” La géographie est lettre morte pour eux. Ils ne savent rien de vos régions».[9]

 

Tectonic o bagarre? Conversando con i giovani banlieusards

L’interesse personale per questi temi si è acceso ulteriormente nel novembre 2012[10] a Parigi quando, recandomi a Les Halles, mi sono soffermata nei pressi di un centro commerciale attirata da un corposo raduno di street dancers (danzatori di strada) impegnati in una sorta di competizione denominata tectonic, ovvero la danza dai movimenti strani. Quello che inizialmente poteva apparire un festoso raduno giovanile di street music si è trasformato rapidamente in una violenta bagarre,[11] compiuta dapprima fra i differenti gruppi rappresentati dai tectonic dancers in “gara” e, in seguito, con la polizia. Travolta da quell’ondata di violenza, in cui musica e danza sembravano avere assunto quasi una funzione rituale preparatoria del conflitto, mi sono trovata a tamponare il volto sanguinante di un giovane quindicenne di S. Denis ferito da una bottiglia impugnata da un sostenitore di uno street dancers appartenente all’altro gruppo.

Il giorno seguente ho condiviso questa esperienza telefonicamente con Antonio Genovese[12] ed è emersa l’importanza di proseguire nella comprensione dell’evento; di conseguenza ho iniziato a indagare i raduni tectonic che, nonostante il divieto seguito a quell’episodio, continuano a ricostituirsi spostandosi continuamente in modo strategico in aree in cui sono presenti piazze. In un clima di “divieto di riunione” è difficile ottenere informazioni: vengo a conoscenza di nuovi raduni fermando alcuni giovani sulla metro, in questo modo li ritrovo alla Défense, in S. Michel, a Place du Châtelet ecc. e riesco a parlare con qualche giovane. Riporto di seguito qualche stralcio delle conversazioni che ho raccolto in strada:[13]

 

Amid: «Solo i Bo Bo[14] possono permettersi un appartamento nei quartieri migliori, solo loro andranno nei migliori Licei, all’Università… A noi resta la tectonic. Non vogliamo fare bagarre, ma a volte quando gli arroganti Bo Bo pensano di essere meglio di noi allora, allora è guerra».[15]

Anna: «Intendi dire che la bagarre scatta quando la competizione non è fra banlieusards?».

Amid: «Sì, è più facile che accada».

Anna: «Perché li definisci arroganti?».

Amid: «Credono di essere meglio di noi e ci disprezzano. Quando la polizia ferma uno di noi di origine africana, è più facile che ti portino al comando, ma non è così per i Bo Bo».

Celia: «Sì, merda! È perché sono razzisti!».

Anna: «Cosa intendi per razzismo?».

Celia: «Quando sei discriminato non hai gli stessi diritti… Inevitabilmente quando sei guardato diversamente capita questo!».

Anna: «Come vieni guardata?».

Celia: «Ti senti addosso il loro disprezzo».

Anna: «Voi come considerate i giovani che definite Bo Bo?».

Jean J.: «Sono arroganti e viziati».

Anna: «Non credi che anche questo sia un pregiudizio che può portare alla discriminazione e alla separazione fra voi e loro anche quando si tratta di una gara di tectonic?».

Amid: «Forse, ma hanno iniziato loro!».

Celia: «Sì, è così già dai tempi di mio nonno».

Jean J.: «Sarko ci considera racaille,[16] l’ha detto pubblicamente, questo lo sapete in Italia?».

Anna: «Se nessuno si ferma dal pensare all’altro con disprezzo, allora odio chiama odio, violenza chiama violenza e non si arriva da nessuna parte se non alla bagarre».

Amid: «Me, chacun sa merde,[17] anche voi in Italia, eh?».

Anna: «Siamo tutti responsabili se vogliamo cambiare le cose. Leggete i giornali?».

Celia: «Poco, non capisco come scrivono i giornalisti, ma guardo le informazioni alla tele».

Jean J.: «In Italia avete tanti programmi, eh? Le belle signorine italiane nude, eh? Super!».

Anna: «Cosa è per voi la tectonic?».

Amid: «È energia, fantasia, è super!».

Jean J.: «Io mi chiudo per ore nella mia camera e ballo come un pazzo e me ne fotto di tutto».

Anna: «Di cosa?»

Jean J.: «Della scuola, della polizia, della topaia di casa in cui vivo, di tutto».

Anna: «Cosa vi manca? Di cosa avete bisogno?».

Celia: «Abbiamo bisogno di speranza, di sognare un futuro migliore».

Amid: «Di sperare che la nostra vita faccia meno schifo di quella dei nostri genitori».

Anna: «Tu, Jean Jacques, cosa ne pensi?».

Jean J.: «Preferisco ballare che pensare».

 

Conclusioni e rilanci

È sulle parole di Celia che desidero concludere, parole che richiamano a un necessario “risveglio interculturale”, capace di sostituire l’eco della violenza con l’eco della speranza per un futuro migliore, futuro che dobbiamo garantire alle nuove generazioni assumendo un impegno pedagogico, politico e sociale a cui non possiamo sottrarci se vogliamo contrastare l’eco della violenza e della disintegrazione. Occorre individuare con urgenza soluzioni non violente alternative alla strada della repressione e della forza invocata dallo Stato, strumenti che, peraltro, non paiono aver portato sino a oggi a una regressione del fenomeno e, alla luce dei fatti più recenti, tale repressione tende a inasprire il clima di tensione sociale già in atto.

Occorre dunque sostituire politiche repressive con politiche inclusive, cambiare lo sguardo sull’altro e sul mondo, ripensare, aggiornare il concetto di cittadinanza, azioni che richiedono una trasformazione e un decentramento culturale in grado di sollecitare pluralità di esperienze culturali, d’interventi educativi e sociali coordinati (Genovese, 2008).

In sintonia con Franca Pinto Minerva (2002), è necessario sviluppare un pensiero “nomade e migrante”, foriero di una maggiore libertà di sguardo sull’altro, capace di resistere alle trappole dei pregiudizi decostruendoli, un pensiero più attento a condividere, a intrecciare piuttosto che a separare. Nonché, infine, occorre rifiutare siglature che stigmatizzino le periferie portandole a un maggiore isolamento. Troppo spesso di recente sono apparsi sui giornali titoli come: banlieues = incubatrici di terrorismo, banlieues = brodo di terrorismo, le banlieues sono anche luoghi di straordinaria resilienza, di creatività e di speranza.

Concludo, rilanciando prospettive pedagogiche, con le parole di Antonio Genovese (2003, pp. xxii-xviii) tratte dal suo libro Pedagogia interculturale, che risultano preziose e attualissime: «Il modello pedagogico interculturale può aiutare a superare le barriere dell’integralismo e del fondamentalismo, e a far cadere i muri di separazione fra persone, gruppi e culture, se riesce a progettare nuovi schemi identitari e culturali che abbiano in sé l’obiettivo di formare nuovi cittadini che si sentano, nel mondo, soggetti che abbiano a cuore, non solo la salvaguardia della propria identità, sociale e culturale, ma anche la libertà e la vita degli altri».

 

AUTORE PER CORRISPONDENZA

Anna Pileri

Dipartimento di Scienze dell'Educazione

Università di Bologna

Via Filippo Re, 6

40100 Bologna

E-mail: anna.pileri2@unibo.it

 

 

Riferimenti bibliografici

Balibar E. (2006), Alle frontiere dell’apartheid, Centro per la Riforma dello Stato,

Caldiron G. (2005), Banlieue. Vita e rivolta nelle periferie della metropoli, Roma, Manifestolibri.

Callari Galli M. (1993), Antropologia culturale e processi educativi, Firenze, La Nuova Italia.                    

Djouder A. (2007), Désintégration. Enfants d’immigrés: les racines du malaise, Paris, J’ai lu.                                                                

Genovese A. (a cura di) (2008), Intercultura e non violenza. Possibili strade di pace, Bologna, Clueb.

Genovese A. (2003), Per una pedagogia interculturale. Dalla stereotipia dei pregiudizi all’impegno dell’incontro, Bologna, Bononia University Press.

Pileri A. (2011), Parigi: Profili mutanti di servizi e famiglie in una metropoli multiculturale, in M. Contini e A. Gigli (a cura di), Per una pedagogia delle famiglie: contesti, criticità e risorse, numero monografico di «Infanzia», n. 5.

Pinto Minerva F. (2002), Intercultura, Roma-Bari, Laterza.

Sabahi F. (2015), Intervista a Iulia Kristeva: “I giovani jihadisti? Sono dei malati, intossicati dall’integralismo”, “IoDonna live”

 

 

[1] G. Caldiron, Banlieue. Vita e rivolta nelle periferie della metropoli, Roma, Manifestolibri, 2005, p. 20.

[2] Organismo pubblico che analizza la situazione delle ZUS, ovvero, nelle Zone Urbane Sensibili.

[3]http://www.ville.gouv.fr/?l-onzus-remet-son-rapport-annuel (ultimo accesso: 12/05/16).

[4] Le banlieues francesi sono abitate da più di 10 milioni di cittadini.

[5] M. Callari Galli, Antropologia culturale e processi educativi, Firenze, La Nuova Italia, 1993.                    

[6] F. Sabahi, Intervista a Iulia Kristeva: “I giovani jihadisti? Sono dei malati, intossicati dall’integralismo”, Io Donna live, 2015, http://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2015/11/17/julia-kristeva-i-giovani-jihadisti-sono-dei-malati-intossicati-dallintegralismo/ (ultimo accesso: 12/05/16).

[7] E. Balibar, Alle frontiere dell’apartheid, Centro per la Riforma dello Stato, 2006, http://www.centroriformastato.it/crs/Testi/interviste/balibar.html (ultimo accesso: 12/05/16).

[8] A. Djouder, Désintégration. Enfants d’immigrés: Les racines du malaise, Paris, J’ai lu, 2007, p. 6.

[9] Segue la traduzione a cura di Anna Pileri: «I nostri genitori non giocheranno mai a tennis, a badminton, a golf. Non andranno mai a sciare. Non andranno mai in un buon ristorante. Non acquisteranno mai una scrivania Louis-Philippe, una poltrona Louis Bergère XV, dei piatti Guy Degrenne, dei bicchieri Baccarat, nemmeno una tenda Habitat. Non assisteranno mai a un concerto di musica classica. Non possiederanno mai nella loro vita un appartamento o una bella proprietà da qualche parte in Francia in cui finire i loro giorni in tranquillità […]. I nostri genitori non degusteranno mai champagne, caviale o tartufi […]. Non dormiranno mai in lenzuola di lusso. Non passeranno mai un weekend a Londra, a Vienna o a Milano. Tuttavia, se vivono in provincia, potranno fare un viaggio a Parigi, in autobus, organizzato dai loro comuni per andare da Tati, visitare Barbes prima di andare a vedere la Torre Eiffel. Non andranno mai a Megeve, Ramatuelle, Honfleur o sull'isola di Ré; né prenderanno mai il sole su una spiaggia in Bretagna o in Normandia dicendo: “questa brezza è deliziosa”. La geografia è una lettera morta per loro. Non sanno nulla delle vostre regioni ».

[10] L’autrice ha svolto 3 anni di ricerca a Parigi contestualmente al suo dottorato svolto in co-tutela (Francia-Italia) in Pedagogia (Università di Bologna) e in Psicologia (Université de Paris Ouest Nanterre La Défense).

[11] Nello slang francese significa “azzuffata”.

[12] Ordinario di Pedagogia Interculturale, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Bologna.

[13] La conversazione avviene con due ragazzi di 15 e 16 anni e una ragazza di 14 anni, tutti abitanti di S. Denis (terza generazione Algeria, Costa d’Avorio e Marocco).

[14] La definizione deriva da bourgeois bohèmes ovvero “borghesi boemi”.

[15] La traduzione è di Anna Pileri.

[16] Gentaglia.

[17] Espressione che nello slang parigino significa: “Ciascuno ha i suoi problemi”.



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