La clinica del territorio: le ragioni

 

La trasformazione del territorio, e il conseguente consumo di suolo, è divenuta ormai una problematica centrale in molte discipline per i numerosi e complessi problemi che il depauperamento delle risorse naturali comporta in termini ambientali, economici, urbanistici e sociali.

Tale aspetto è legato a numerosi fattori, dal fenomeno della città diffusa, ovvero lo sprawl urbano caratterizzato dalla diffusione insediativa (Cutini, 2016), alla massiccia dotazione di infrastrutture, soprattutto di comunicazione, in quanto per un territorio ricco di infrastrutture è più facile l’inizio del ciclo di costruzione e trasformazione che si conclude proprio con la città diffusa. Tali fenomeni trovano un riferimento che si giustifica su tre diversi piani: economico, sociale e funzionale. Sul piano economico le attività produttive tendono ad avere un rapporto stretto con le comunità locali essendo fonte di guadagno, in termini anche di fornitura di lavoro; di contro la comunità ricambia con la realizzazione di infrastrutture, richieste politiche a organi di livello superiore, solidarietà politica, ecc. Dal punto di vista sociale la città diffusa ha dato vita a nuovi non luoghi di socializzazione (Augé, 1993), come i grandi centri commerciali, con i loro parcheggi, le grandi strutture di divertimento, le aree di servizio stradali e autostradali, fino a nuove forme dell’abitare a bassa densità sparse sul territorio. Dal punto di vista funzionale è evidente il ruolo di un centro attrattore, che costituisce il luogo dove la popolazione diffusa può risolvere alcune delle sue esigenze di vita quotidiana. Infatti, tali trasformazioni non hanno del tutto cancellato la necessità di disporre dei più tradizionali luoghi di aggregazione e riconoscimento, ossia di un centro catalizzatore delle attività sociali; anche la configurazione ad esempio dei centri commerciali, o dei grandi supermercati sparsi nel territorio, oltre a essere fonti di approvvigionamento, fa sì che tali realtà si identifichino come poli attrattori con molte funzioni, anche non commerciali. Appare quindi il ruolo ben evidente di luoghi con funzione anche sociale configurandosi come un modello di piazza contemporanea, diverso dal passato ‒ luogo di relazioni sociali e commerciali ‒ e identificandosi in un luogo di passaggio per l’esercizio dell’esibizione dello status sociale e del suo dinamismo.

La massiccia urbanizzazione del mondo, negli ultimi decenni, ha contribuito all’aumento della popolazione mondiale che vive nelle aree urbane (United Nations, 2018), e si è diffusa in modo incondizionato sul territorio, nelle campagne, lungo le coste, lungo i fiumi, lungo le vie di comunicazione, e in generale in tutti quegli spazi dove vi sono fenomeni di interesse, saldando, fra loro, le grandi agglomerazioni residenziali al tessuto industriale e commerciale in spazi urbani ibridi (Cho, Heng, & Trivic, 2015). Un fenomeno che ha contribuito a generare e ampliare la presenza di “luoghi abbandonati dall’uomo”, un vero e proprio Terzo paesaggio (Clément, 2005) formato da parchi, da riserve naturali, dalle grandi aree disabitate, ma anche da spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili, o dalle aree industriali dismesse. Una realtà identificabile anche nel paesaggio delle infrastrutture e delle reti, o in quei paesaggi dismessi o in via di dismissione o non più in grado di mantenersi, o in quelli attivi e infestanti e ormai privi di segno e di conformazione. Spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana, ma che, considerati nel loro insieme, sono fondamentali anche per la conservazione della diversità biologica.

L’incremento e lo sviluppo di ambiti territoriali della trasformazione fanno risaltare il valore della clinica del territorio, con una lettura critica delle cause agenti e delle prospettive future, allargando in modo nuovo il concetto di rapporto tra paesaggio e territorio per configurare una dialettica strettissima tra natura, infrastruttura, sviluppo urbano sostenibile e benessere dell’essere umano e dell’ambiente. Un benessere globale inteso sul piano fisico, mentale, spirituale e sociale, e quindi a livello sia interiore che corporale, in un equilibrio tra l’aspetto socioeconomico e quello di cura dell’ambiente. In questo senso il benessere deve diffondersi dal singolo cittadino all’intera collettività, dallo spazio domestico ai contesti urbani oggetto dei complessi fenomeni di trasformazione diffusa, in cui gli indicatori fondamentali da valutare sono il rispetto degli elementi naturali, intesi come la natura vera e propria, e quelli sociali, ossia l’identità del luogo.

In tale quadro la psicologia della sostenibilità e dello sviluppo sostenibile (Di Fabio, 2017a, 2017b; Di Fabio & Rosen, 2018) introduce una nuova consapevolezza sulla necessità di costruire precocemente, e in un quadro di prevenzione primaria, attenzione e intervento per il benessere sostenibile, considerando i dettagli di significato per gli individui anche in relazione all’ambiente (Di Fabio, 2017a, 2017b; Di Fabio & Kenny, 2018; Di Fabio & Bucci, 2016; Di Fabio & Rosen, 2018). Le sfide sono per loro stessa natura anche opportunità in relazione alla progettazione di spazi fisici salutari che sostengano il benessere delle persone (Di Fabio, 2017a, 2017b) negli ambienti. La prospettiva psicologica della sostenibilità e dello sviluppo sostenibile (Di Fabio, 2017a, 2017b; Di Fabio & Rosen, 2018) rappresenta un contributo per rispondere in modo sempre più attivo e adattivo alla costruzione di opportunità per il benessere, affrontando gli scenari stimolanti e mutevoli dell’attuale periodo post-moderno, anche in relazione all’ambiente e agli ambienti costruiti (Leporelli, Santi, & Di Sivo, 2018; Santi & Leporelli, 2018).

Su queste basi, una ricerca delle principali determinanti di questo processo deve tenere conto di aspetti molteplici, ma non può non porre al centro dell’analisi lo spazio urbano e le sue dinamiche evolutive.

 

Flourishing del territorio: nuove prospettive

 

L’idea di sostenibilità della trasformazione dell’ambiente antropizzato dovrebbe porsi come obiettivo il raggiungimento di uno stato di equilibrio perfetto che costituirebbe un orizzonte progettuale ideale, ma difficilmente raggiungibile. Nella logica di un rapporto più ampio e bilanciato tra capacità ecosistemiche, fattori ambientali, esigenze dell’utenza e conoscenze tecniche, sarebbe più vantaggioso pensare in termini di capacità di adattamento delle dinamiche evolutive, attraverso la definizione di stati di equilibrio modificabili (Angelucci, Di Sivo, & Ladiana, 2013). Un modello di intervento organico che collochi al centro delle dinamiche ambientali non più l’incremento delle sole potenzialità ecologiche o tecniche, ma anche la co-evoluzione adattiva dell’intero sistema antropizzato, con le esigenze e i comportamenti degli utenti, e con le azioni di mantenimento, rigenerazione e modificazione delle risorse territoriali, contribuirebbe a definire un complesso sistema territoriale socio-ecologico ad alta complessità, da intendersi come ambiente costruito fondato sulla diversificazione e non più sull’omogeneizzazione delle sue qualità (Angelucci, Di Sivo, & Ladiana, 2013).

Alla luce del contenimento dell’uso di suolo e della scarsità di risorse primarie, un processo ragionevolmente sostenibile di fluorishing e recupero del territorio e dell’ambiente costruito, a varie scale e livelli di intervento, si può attuare attraverso un’ampia sperimentazione progettuale, le cui aree di intervento diventano praticamente infinite, e in cui convergono gli apporti disciplinari non solo dell’urbanistica, della composizione, del restauro e della tecnologia dell’architettura ma anche della psicologia della sostenibilità e dello sviluppo sostenibile per un approccio di studio transdisciplinare.

Dagli argini dei sistemi fluviali e lagunari alle aree di bordo delle strade di ogni ordine e grado, dai confini tra zone differenti della pianificazione, alla riqualificazione formale delle aree industriali attive e dismesse, dai sistemi di arredo urbano all’interno dei nuovi insediamenti, alle zone di accesso alle aree specializzate, da quelle archeologiche e naturalistiche, a quelle sportive e turistiche, il progetto può diventare uno strumento qualificante dello spazio antropizzato con funzioni di volta in volta di segnale, di elemento ordinatore e regolatore anche di stili di vita improntati al benessere nell’accezione propria e profonda, che arricchisce la visione della sostenibilità, articolandosi in aspetti di benessere edonico ed eudaimonico (Di Fabio, 2017a, 2017b). Il progetto inteso come risposta anche alle condizioni di abbandono che, spesso, sembrano omologare, in un medesimo disagio, il volto delle aree rurali e urbane, non solo a causa dell’oggettiva difficoltà di gestione del territorio, ma anche per la dichiarata incapacità di recuperare l’antico rapporto fra natura e costruito (Angelucci, Afonso, Di Sivo, & Ladiana, 2015).

La strategia progettuale per un fluorishing territoriale potrebbe partire dalla valutazione degli elementi detrattori come:

- la perdita della capacità di esplicare, da parte di un territorio, le funzioni ecologico-ambientali a causa dei processi di cementificazione e impermeabilizzazione che modificano irreversibilmente i caratteri del suolo;

- la maggiore dipendenza dai mezzi di trasporto privati che genera congestione da traffico, tempi di pendolarismo sempre più dilatati e aumento dei livelli di inquinamento atmosferico e acustico;

- l’amplificarsi dei fenomeni connessi al dissesto idrogeologico, dovuti essenzialmente all’incapacità delle superfici impermeabilizzate di assorbire acqua;

- la banalizzazione e l’inquinamento scenico-percettivo del paesaggio, che derivano dalla perdita di qualità estetica delle aree insediate e dall’omologazione e destrutturazione dei palinsesti territoriali e che genera luoghi anonimi e privi di una identità riconoscibile.

Successivamente l’intervento di fluorishing territoriale e rigenerazione urbana potrebbe attuarsi in chiave sostenibile attraverso un progetto che sia in grado di legare fra loro interventi diversi, pubblici e privati, afferenti alle politiche abitative, allo sviluppo economico-occupazionale e alla riqualificazione urbana e ambientale, e che preveda interventi (Figura 1):

- volti alla riqualificazione urbana e ambientale di parti della città pubblica e privata, attraverso la valorizzazione di aree verdi esistenti e la riconversione di spazi abbandonati e residuali in luoghi di socializzazione;

- basati sul mix funzionale, cioè sulla coesistenza di spazi con funzioni diverse, da quelle abitative, a quelle commerciali, di piccolo artigianato, turistico-ricettive, culturali o di aggregazione sociale;

- destinati alla connessione tra le varie parti della città sia in termini di mobilità ciclabile che di reti ecologiche;

- mirati alla lotta all'esclusione sociale, con il riequilibrio della distribuzione dei servizi sulla mappa cittadina, il miglioramento delle condizioni abitative, ecc.

 

Figura 1 - Diagramma di sintesi dei nuovi paradigmi di rigenerazione urbana e flourishing territoriale per un contenimento del consumo di suolo.

 Figura_1_art_5

 

È quindi con azioni strategiche, programmatiche, decisionali, progettuali, trasformative e gestionali che coinvolgono, in modo interdipendente, la dimensione sia collettiva che individuale, che si potrebbero far coesistere, in una visione integrata e coordinata, azioni di mantenimento e rigenerazione delle risorse naturali, azioni di adattamento degli individui e azioni di produzione di nuovi valori e redditività (Angelucci, Di Sivo, & Ladiana, 2013).

 

Conclusioni

 

Dalla clinica del territorio, con una lettura critica delle cause agenti che provocano situazioni di degrado e margine, e delle prospettive future, di valorizzazioni delle eccellenze sia ambientali che del tessuto sociale ed economico, di un determinato ambito spaziale, si può pensare di pianificare strategie progettuali per un fluorishing territoriale e una rigenerazione urbana in scala più ristretta, integrata e progressiva. Il riferimento è a una strategia progettuale che non può prescindere dall’essere transdisciplinare, in cui convergano vari ambiti di studio, vista la complessità del problema incentrata sulla dialettica strettissima tra natura, infrastruttura, sviluppo urbano sostenibile e benessere dell’essere umano negli ambienti. Un metodo, questo, capace di interagire con un’entità complessa come quella territoriale, contenitrice delle funzioni umane e, di conseguenza, abile nel favorire l’health e il well-being, rispondendo al nuovo paradigma della sostenibilità anche in termini di salute e benessere, con una nuova consapevolezza nella definizione del benessere, non solo edonico ma anche eudaimonico in relazione agli individui e ai loro ambienti.

 

 

Bibliografia

 

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Angelucci, F., Afonso, R. B., Di Sivo, M., & Ladiana, D. (2015). The technological design of resilience landscape. Il progetto tecnologico del paesaggio resiliente. Milano: FrancoAngeli.

Augé, M. (1993). Nonluoghi. Milano: Elèuthera.

Clément, G. (2005). Manifesto del terzo paesaggio. Fermo: Quodlibet.

Cho, I. S., Heng, C. K., & Trivic, Z. (2015). Re-framing urban space: Urban design for emerging hybrid and high-density conditions. London: Routledge.

Cutini, V. (2016). La forma del disordine: Tecniche di analisi e progetto urbano ai tempi dello sprawl. Milano: Mimesis.

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Leporelli, E., Santi, G., & Di Sivo, M. (2018). Health, well-being and sustainable built environment: From the new research area of the psychology of sustainability and sustainable development to innovation in architectural research. Counseling. Giornale Italiano di Ricerca e Applicazioni, 11(3), doi 10.14605/CS1131803.

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