Giornale italiano di ricerca e applicazioni
Rivista scientifica internazionale

Direzione scientifica: Annamaria Di Fabio (Editor in Chief), Mario Fulcheri (Co-editor), Guido Sarchielli (Co-editor)
Periodicità: febbraio, giugno, novembre

Studi e ricerche


Hikikomori: sindrome culturale internalizzante o ritiro volontario?

Yura Loscalzo

Scuola di Psicologia, Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Firenze

Cristian Nannicini

Scuola di Psicologia, Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Firenze

Marco Giannini

Scuola di Psicologia, Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Firenze


Autore per la corrispondenza

Y. Loscalzo. Tel: + 39 055 2755071. Fax: + 39 055 2755390
Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Firenze, Via di San Salvi 12 - Padiglione 26, 50135 Firenze, Italia
yura.loscalzo@gmail.com


Riassunto

Questo articolo ha l’obiettivo di presentare le caratteristiche principali dell’Hikikomori, ovvero di una condizione psico-sociale che si caratterizza per un estremo ritiro sociale e che è diffusa tra gli adolescenti giapponesi. Dopo aver presentato le sue caratteristiche principali e i fattori di rischio, verranno proposte alcune prospettive future per lo studio dell’Hikikomori negli adolescenti italiani. In particolare, verrà fatto riferimento alla necessità di costruire un test per la sua misurazione, e alla possibilità di analizzare la relazione che l’Hikikomori potrebbe avere con il Disturbo d’Ansia Sociale, con il Workaholism (i.e. dipendenza dal lavoro) dei genitori e lo Studyholism del ragazzo.


Parole chiave

adolescenza; ansia sociale; dipendenza dallo studio; Hikikomori; ritiro sociale; workaholism.


Hikikomori è un termine giapponese il cui significato è “stare in disparte, isolarsi”. Si tratta infatti di una condizione psico-sociale, riguardante bambini, adolescenti e giovani adulti al di sotto dei 30 anni, che si caratterizza per una forma estrema di ritiro sociale, ovvero per la tendenza ad evitare qualsiasi coinvolgimento sociale (Moretti, 2010). Le persone con Hikikomori generalmente si chiudono nella propria stanza e interrompono volontariamente i rapporti con gli altri (Ricci, 2008; Tajan, 2015).

Il termine Hikikomori è stato utilizzato per la prima volta nel 1985 da Tomita Fujiya e ripreso nel 1998 da Saitō Tamaki, quando pubblicò il primo libro sul fenomeno dell’Hikikomori (Tajan, 2015). Sulla base della propria esperienza clinica con i ragazzi che si presentavano al servizio sanitario nazionale e alle cliniche private convenzionate, Saitō (1998) definì l’Hikikomori come uno stato di completo ritiro sociale che persiste per almeno sei mesi e che ha un esordio tra i 18 ed i 30 anni, specificando inoltre che la condizione di isolamento non costituisce il sintomo primario di altri disturbi psichiatrici. A questo proposito, alcuni autori suggeriscono di distinguere tra Hikikomori primario e secondario, ovvero tra una condizione di reclusione volontaria che non può essere descritta facendo riferimento alle categorie diagnostiche presenti all’interno del DSM-IV-TR (American Psychiatric Association [APA], 2002) e dell’ICD-10 (Organizzazione Mondiale della Sanità [OMS], 1992), e quindi per analogia del DSM-5 (American Psychiatric Association [APA, 2013), e tra persone la cui reclusione è una conseguenza di un altro disturbo psichiatrico, come disturbi dell’umore, disturbi pervasivi dello sviluppo, disturbi d’ansia e disturbo ossessivo-compulsivo (Suwa & Suzuki, 2013). Come evidenziato da Tajan (2015), attualmente gli psichiatri si dividono tra tre posizioni relative alla concettualizzazione di questo fenomeno: (1) secondo alcuni, le persone con Hikikomori hanno sempre un disturbo psicologico già presente all’interno dei sistemi di classificazione diagnostica, e non è quindi necessaria una nuova categoria specifica per esso; (2) altri sono a favore della distinzione tra Hikikomori primario e secondario poiché sostengono che, sebbene alcuni abbiano effettivamente un disturbo psicologico che spieghi l’auto-reclusione, c’è comunque una parte di persone per cui non è individuabile alcun disturbo psichiatrico e che non deve quindi essere ritenuta patologica; (3) altri studiosi, in linea con la differenziazione tra Hikikomori primario e secondario, ritengono che alcuni possano ricevere effettivamente una diagnosi psichiatrica già esistente, mentre per altri sia necessario introdurre una nuova patologia nella sezione del DSM dedicata alle sindromi culturali. Quest’ultima prospettiva sembrerebbe avvalorata dal fatto che la maggioranza dei casi di hikikomori descritti in letteratura fanno riferimento al contesto giapponese (Suwa, 2012). Tuttavia il fenomeno è stato studiato anche in altri Paesi, tra cui quelli Occidentali, come l’Italia, la Spagna e gli Stati Uniti (e.g. De Michele, Caredda, Delle Chiaie, Salviati, & Biondi, 2013; García-Campayo, Alda, Sobradiel, & Sanz Abós, 2007; Teo, 2013), sebbene si debba tener presente che i casi di hikikomori al di fuori del contesto Giapponese sono concettualizzati in base alla cultura specifica di ogni Paese. Per esempio, in Korea l’Hikikomori è considerato una forma di ritiro sociale che dura per almeno 3 mesi ed è associato a disturbi mentali, principalmente depressione, ansia, disturbo post-traumatico da stress e dipendenza da Internet (Lee, Lee, Choi, & Choi, 2013). Anche negli Stati Uniti la compresenza di altre patologie psichiatriche è elevata, e qualche volta la condizione di Hikikomori viene considerata come una strategia di coping volta ad evitare lo sviluppo di nevrosi o disturbi d’ansia (Teo at al., 2015). In Oman, l’hikikomori è legato invece a valori religiosi e viene interpretato come la conseguenza di una possessione demoniaca, sviluppata da persone che non sono capaci di comunicare mediante altre modalità (Sakamoto, Martin, Kumano, Kuboki, & Al-Adawi, 2005). Data l’assenza di consenso relativa sia alla necessità di considerare o meno l’Hikikomori come una sindrome che alla sua tipicità o meno del contesto giapponese, non sorprende che il DSM-5 (APA, 2013) non abbia incluso alcun tipo di riferimento a questa condizione.

L’obiettivo del presente articolo è quello di presentare le caratteristiche principali dell’Hikikomori, la sintomatologia ed i fattori di rischio, al fine di poter individuare programmi di prevenzione, counseling e trattamento. Infine, verranno proposte alcune prospettive future per lo studio di questo fenomeno in relazione ai costrutti di Workaholism (i.e. dipendenza dal lavoro; Loscalzo & Giannini, 2015a; Loscalzo & Giannini, 2016a) e Studyholism (i.e. dipendenza dallo studio; Loscalzo & Giannini, 2016b) e in relazione al Disturbo d’Ansia Sociale, dal momento che alcuni ricercatori hanno proposto che l’Hikikomori costituisca una forma estrema di questo disturbo (Nagata et al., 2013).

Caratteristiche dell’Hikikomori

Koyama et al. (2010) hanno indagato quali sono le fasce d’età più colpite da Hikikomori, suddividendo i partecipanti (con età compresa tra i 10 e i 49 anni) in fasce d’età di 4 anni ciascuna, per un totale di 8 fasce. Dalle loro analisi è emerso che l’Hikikomori si può manifestare già a partire dai 10 anni e, successivamente, intorno ai 40 anni, ma che è più diffuso negli anni corrispondenti alla scuola secondaria di secondo grado e all’inizio dell’Università, ovvero fra i 15 e i 19 anni. L’adolescenza sembra quindi rappresentare un periodo particolarmente sensibile per lo sviluppo di Hikikomori (Ricci, 2014). Questo fenomeno, inoltre, sembra essere diffuso soprattutto tra i maschi primogeniti, i quali nella struttura familiare tradizionale giapponese sono investiti di maggiori responsabilità sia di realizzazione personale che di mantenimento della famiglia di origine (Saitō, 1998). Solo il 10% degli hikikomori è infatti di sesso femminile, e il loro periodo di auto-reclusione, solitamente, è più breve rispetto a quello dei ragazzi e non si caratterizza per il rifiuto totale verso la società ed il mondo esterno (Ricci, 2011). Anche le ragioni per cui le ragazze decidono di mettere in atto l’auto-reclusione non sono le medesime dei ragazzi, poiché loro non vivono la pressione sociale rivolta ai maschi, e sembra derivare da una sensazione di solitudine (Ricci, 2014). Generalmente gli hikikomori sono giovani di estrazione sociale medio-elevata e il padre frequentemente è laureato in un’Università prestigiosa ed occupa un ruolo dirigenziale di notevole responsabilità, mentre la madre, anche se laureata, è quasi sempre casalinga perché deve occuparsi della famiglia (Moretti, 2010).

Per quanto riguarda la sintomatologia, Saitō (1998) definisce il ritiro sociale come il sintomo primario, che può manifestarsi attraverso varie modalità e gradi. L’auto-reclusione nella propria stanza, infatti, può durare alcuni mesi o protrarsi per anni (Aguglia, Signorelli, Pollicino, Arcidiacono, & Petralia, 2010). I ragazzi con Hikikomori presentano spesso alcune fobie, come la fobia scolastica (generalmente la prima manifestazione di ritiro sociale, che può rappresentare il primo stadio del successivo rifiuto di uscire dalla propria stanza; Zielenziger, 2006), l’antropofobia, ovvero la paura della gente e dei contatti sociali, che si sviluppa secondariamente al ritiro sociale e comporta un peggioramento del quadro clinico; l’agorafobia, con il conseguente evitamento dei luoghi in cui sarebbe difficile avere soccorso o sostegno in caso di attacco di panico o di un forte stato di ansia; l’automisofobia, ovvero la paura di sporcarsi, che può evolvere in disturbo ossessivo-compulsivo (Saitō, 1998). Inoltre, in aggiunta ai sintomi fobici, nei casi più gravi può essere presente perdita di contatto con la realtà, sospettosità incondizionata e ideazione persecutoria verso l’esterno ma anche verso la propria famiglia (Aguglia et al., 2010). Il ritmo sonno-veglia dei ragazzi con Hikikomori è spesso alterato: dormono durante il giorno e si svegliano la sera per giocare ai videogiochi, leggere manga o navigare in rete per tutta la notte (Saitō, 1998). Il loro umore è solitamente depresso e spesso accompagnato da pensieri di morte ricorrenti, idee suicidarie, letargia, apatia e sentimenti di colpa e autosvalutazione (Saitō, 1998). Tuttavia, i suicidi sono molti rari (Saitō, 1998), a differenza invece dei comportamenti violenti su cose o persone, i quali sono una conseguenza dell’incapacità di gestire la rabbia e che, secondo Ricci (2008), esprimono il risentimento nei confronti dei propri genitori, ai quali il ragazzo attribuisce la colpa per la propria sofferenza. Infine, si stima che almeno il 30% degli hikikomori giapponesi abbia una dipendenza da Internet e che nei paesi occidentali la percentuale sia persino più elevata (Ricci, 2014). Questa dipendenza favorisce il completo isolamento, la compromissione delle relazioni con gli altri e la perdita del contatto con la realtà circostante (Jeon & Seo, 2006). Gli hikikomori vivono quindi una realtà parallela caratterizzata da rapporti sociali che sono esclusivamente virtuali (Volpi, 2014).

Fattori di rischio per lo sviluppo di Hikikomori

Tra i possibili antecedenti di Hikikomori rivestono un ruolo importante le dinamiche familiari. Le famiglie giapponesi dei ragazzi hikikomori, infatti, risultano generalmente disfunzionali nel preparare i figli all’indipendenza richiesta dal moderno contesto sociale ed economico (Furlong, 2008). Come sottolinea Crepaldi (2013), nell’88% dei casi di hikikomori è presente un legame simbiotico tra madre e figlio. In particolare, la madre è iperprotettiva e tende a gestire totalmente la vita del figlio, il quale è spesso idealizzato e depositario di molte aspettative. Questo legame fusionale, che porta le madri a riversare sul figlio i propri bisogni e le proprie emozioni e che può ostacolare lo sviluppo di indipendenza e autonomia in adolescenza, è favorito dalla mancanza della figura paterna (Ricci, 2014). A causa della grave crisi economica che ha investito il Giappone negli ultimi anni, i ritmi di lavoro sono diventati insostenibili (Borovoy, 2008). La competitività del mercato costringe ad orari estenuanti e gli uomini conducono uno stile di vita basato sulla completa dedizione al lavoro, favorito dal fatto che l’impegno nel lavoro è considerato motivo di orgoglio e dovere morale nei confronti della propria famiglia (Ricci, 2008). Inoltre, se da un lato il padre è assente fisicamente, dall’altro è dominante a livello psicologico: la madre racconta spesso i suoi successi in ambito scolastico e lavorativo e il figlio percepisce quindi come obbligo morale quello di dover emulare il padre (Ricci, 2009).

Un altro fattore determinante nello sviluppo di Hikikomori a livello familiare è lo stile di attaccamento. Krieg e Dickie (2013) hanno analizzato questo aspetto mediante questionari self-report compilati da ragazzi con diagnosi di Hikikomori e da un gruppo di controllo, evidenziando come i primi siano maggiormente caratterizzati da uno stile di attaccamento insicuro-ambivalente e da maggiori ricordi di rifiuto parentale nella prima infanzia, ma anche da un temperamento timido-inibito. Come riportato da Teo (2010), bambini ed adolescenti con un attaccamento di tipo ansioso sono maggiormente esposti al rischio di bullismo, e questo in una società collettivista (in cui il giudizio del gruppo dei pari è centrale) può indurre il ragazzo al rifiuto scolastico, all’isolamento sociale, e infine all’auto-reclusione. Il bullismo costituisce quindi un ulteriore fattore di rischio per lo sviluppo di Hikikomori. Lo studio di Hattori (2005), infatti, ha riportato come il 54% dei ragazzi con Hikikomori partecipanti al suo studio ricordava di aver subito violenze verbali e fisiche.

Anche il sistema scolastico giapponese, per cui disciplina e rigore sono elementi imprescindibili, è considerato un potenziale fattore di rischio per l’insorgenza di Hikikomori (Saitō, 2010). Il curriculum scolastico costituisce uno dei criteri fondamentali per la valutazione delle abilità individuali e sociali. Gli studenti percepiscono quindi una forte pressione ad eccellere sin dai primi anni scolastici (Ishikida, 2005). Inoltre, le scuole giapponesi si caratterizzano per lo studio mnemonico rispetto all’apprendimento critico e per l’elevata competitività, non solo all’interno del singolo istituto ma anche a livello nazionale. Esistono infatti delle graduatorie pubbliche esposte periodicamente dopo ogni sessione di esami. Questo sistema può favorire, soprattutto negli studenti con un basso rendimento scolastico, sentimenti di vergogna e di umiliazione, a cui può far seguito lo studio ossessivo e quindi l’auto-reclusione (Lock, 1986). Infine, in Giappone le aziende più importanti tendono a selezionare gli aspiranti lavoratori in base all’Università in cui si sono laureati, privilegiando quelle di livello più alto (Nakane, 1992). Dal momento che il numero di studenti che desiderano avere accesso agli istituiti più eccellenti sono molti, gli esami di ammissione sono divenuti sempre più rigidi e i giovani, al fine di riuscire a superarli, studiano anche 12 ore al giorno (Lock, 1986). Il fenomeno è così diffuso che sono nate le espressioni shinkenjigoku (i.e. inferno degli esami) e unioni (i.e. lo studente che ha fallito l’esame di ammissione universitario e che per un anno intero studia da solo per tentare nuovamente il test l’anno successivo) (Aguglia et al., 2010). L’isolamento dello studente, che durante il periodo di preparazione non lavora e non frequenta alcuna scuola, aumenta la probabilità di diventare un hikikomori (Saitō, 1998). Dal momento che il periodo degli esami in Giappone è associato a molto stress, esso può essere considerato come un rito di passaggio verso l’autonomia. Costituisce quindi un momento importante per l’adolescente, con la conseguenza che, in caso di insuccesso, molti ragazzi si tolgono la vita o decidono di entrare in Hikikomori (Moretti, 2010). La famiglia partecipa emotivamente ed economicamente al successo del figlio e, se il ragazzo non riesce a superare l’esame, si verifica uno stato di prostrazione che coinvolge tutti e che amplifica la vergogna del ragazzo, facilitando ulteriormente l’auto-reclusione (Ricci, 2011).

Infine, un ultimo fattore di rischio per l’Hikikomori è relativo a una caratteristica di personalità molto diffusa tra i giovani giapponesi, soprattutto tra i maschi, ovvero la timidezza (Krieg & Dickie, 2013), che in lingua giapponese viene tradotta con lo stesso termine di vergogna (Doi, 1991).

Prospettive future

Dal momento che lo studio dell’Hikikomori si sta diffondendo anche in Occidente, è auspicabile la costruzione di uno strumento di misura che tenga conto delle sue caratteristiche principali e che ne consenta una misura accurata, al fine di poter condurre ricerche che permettano di chiarire le peculiarità dell’Hikikomori nel contesto italiano. Alcuni studi, infatti, hanno evidenziato come questo fenomeno possa avere differenti caratteristiche in Paesi diversi (Lee et al., 2013; Sakamoto et al., 2005; Teo at al., 2015). Si ritiene che l’Hikikomori sia un fenomeno di interesse per l’Italia poiché, come evidenziato recentemente da Giannini e Loscalzo (2016), gli adolescenti italiani sono caratterizzati da livelli elevati di ansia sociale e, dal momento che l’Hikikomori potrebbe rappresentare una forma estrema di questo disturbo (Nagata et al., 2013), nel nostro Paese potrebbe essere diffuso senza essere riconosciuto come tale.

In una fase successiva, potrebbe essere interessante analizzare i possibili antecedenti di Hikikomori tra gli adolescenti italiani. Prendendo in esame l’ipotesi secondo cui l’auto-reclusione costituisce una forma estrema di ansia sociale (Nagata et al., 2013), future ricerche potrebbero analizzare il ruolo del bias interpretativo nel favorire questa condizione clinica. Giannini e Loscalzo (2016) hanno evidenziato che nelle situazioni sociali i ragazzi italiani con elevata ansia sociale, rispetto ai coetanei con media ansia sociale, sono caratterizzati dalla presenza di bias negativo (ovvero favoriscono le interpretazioni negative), dall’assenza di bias positivo (ovvero hanno con minor probabilità interpretazioni positive) e da una maggior credenza nell’interpretazione negativa. Poiché attualmente esistono interventi basati sulla modificazione del bias interpretativo, come il Cognitive Bias Modification (CBM; Mathews & Mackintosh, 2000), potrebbe essere utile analizzare se il bias interpretativo è presente in ragazzi con Hikikomori, possibilmente effettuando anche un confronto con adolescenti con diagnosi di disturbo d’ansia sociale, al fine di individuare eventuali differenze o congruenze che potrebbero aiutare a capire se sono due disturbi clinici diversi o se fanno invece parte di uno stesso continuum. In letteratura è già disponibile uno strumento validato in Italia per la misura del bias interpretativo negli adolescenti, ovvero l’Adolescents’ Interpretation and Belief Questionnaire (AIBQ; Loscalzo & Giannini, 2015b; Miers, Blöte, Bögels, & Westenberg, 2008); si tratta quindi di una ricerca che potrebbe essere effettuata in un prossimo futuro.

Inoltre, la dipendenza dal lavoro e la dipendenza dallo studio sono altri due possibili antecedenti di Hikikomori che potrebbero essere analizzati. In letteratura infatti è stato riportato come i ragazzi hikikomori giapponesi abbiano generalmente sia un genitore (il padre) con alto investimento nel lavoro che una forte pressione a studiare prima degli esami di ammissione all’Università; fattori che potrebbero favorire l’Hikikomori (Ishikida, 2005; Lock, 1986; Nakane, 1992; Ricci, 2008). Per questo motivo, ricerche future potrebbero analizzare la relazione tra la presenza di Workaholism (i.e. dipendenza dal lavoro) nel padre o nella madre (considerato il contesto occidentale, caratterizzato dal lavoro anche femminile) e Hikikomori nel figlio, ma anche quella tra Hikikomori e Studyholism (i.e. dipendenza dallo studio), costrutto recentemente introdotto da Loscalzo e Giannini (2016b). Queste ricerche sui fattori antecedenti potrebbero risultare di fondamentale importanza sia a fini diagnostici sia per interventi di counseling e psicoterapia.

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DOI: 10.14605/CS911605