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Bambini del nord e bambini del sud del mondo. Una conversazione con Stanislaw Tomkiewicz - Children from the north and the south of the world. A conversation with Stanislaw Tomkiewicz

Andrea Canevaro

Professore Emerito dell’Università di Bologna


Abstract

Due psichiatri di nazionalità francese, Michel Dugnat e Marion Rochet, dialogano sul tema dei diritti dell’infanzia in una prospettiva transculturale con Stanislaw Tomkiewicz. Il dialogo è qui pubblicato a tredici anni dalla morte di Tomkiewit e offre un quadro estremamente lucido e attuale con risvolti importanti sul piano psico-pedagogico e socio-antropologico e ricadute sul lavoro dei professionisti che operano con i bambini in difficoltà in diversi contesti del mondo.



 

Abstract

Two French psychiatrists, Michel Dugnat and Marion Rochet, dialogue with Stanislaw Tomkiewicz about children’s rights from a transcultural perspective. The dialogue is published here thirteen years after the death of Tomkiewicz and provides a very polished and current framework, with important psycho-pedagogical and socio-anthropological implications and impacts on professionals who work with children in need in different contexts of the world.

 

Key words: United Nations Convention on the Rights of the Child of 1989, the south of the world, children as subjects, being and becoming, Korczak.

Sommario

Due psichiatri di nazionalità francese, Michel Dugnat e Marion Rochet, dialogano sul tema dei diritti dell’infanzia in una prospettiva transculturale con Stanislaw Tomkiewicz. Il dialogo è qui pubblicato a tredici anni dalla morte di Tomkiewit e offre un quadro estremamente lucido e attuale con risvolti importanti sul piano psico-pedagogico e socio-antropologico e ricadute sul lavoro dei professionisti che operano con i bambini in difficoltà in diversi contesti del mondo.

 

Parole chiave: Convenzione delle Nazioni Unite del 1989 sui diritti del bambino, sud del mondo, bambino come soggetto, essere e divenire, Korczak.

 

Introduzione

Stanislaw Tomkiewicz, nato il 10 novembre del 1925 a Varsavia, è stato medico psichiatra, occupandosi di bambini in difficoltà. Essendo di famiglia ebrea, fu rinchiuso nel Ghetto di Varsavia e quindi deportato nel campo di sterminio di Berger-Belsen, a cui sopravvisse e dal 1945 è vissuto in Francia. È morto a Parigi il 5 gennaio del 2003. A più di dieci anni dalla sua morte, vogliamo ricordarlo anche per il suo impegno nell’educazione interculturale. Dal 1965, si dedicò principalmente alla ricerca e divenne direttore dell'unità INSERM 69 a Montrouge e docente presso l'Università di Parigi VIII. Si è pubblicamente impegnato per l’indipendenza algerina e il sostegno all’Front de Libération Nationale, contro ogni forma di violenza istituzionale, per la separazione di neuropsichiatria in due discipline autonome, contro la psichiatria di asilo, o per la creazione di una Convenzione sui diritti dei bambini. Nel 1991, ha pubblicato con Pascal Vivet Amare male, punire molto circa le cause della violenza istituzionale. Nel 1999 raccontò la sua gioventù, l'esperienza del ghetto e del campo nazista nel primo volume della sua autobiografia dove scrive: «Se qualcuno ha avuto l'idea di chiedere perché io lavoro con gli adolescenti, ho potuto rispondere, "È perché li amo". Non c'era modo di confessare agli altri o a me stesso una verità che ho preso anni per il coraggio di guardare: io lavoro con gli adolescenti, perché hanno rubato la mia adolescenza... ». Ha continuato la sua attività di assistenza e psicoterapia fino alla fine del dicembre 2002.

Stanislaw Tomkiewicz ha dato un apporto fondamentale all’intercultura, anche con l’impegno nella rivista NordSud, da cui è tratto questo dialogo.

Tomkiewicz, o più familiarmente Tom, ha avuto la grande capacità di sorprendere perché spiazza quelle che sono le attese. Si potrebbe riassumere il modo di osservare il mondo e se stessi, da parte di questo autore, dicendo che scopre e dice quello che a volte si tiene un po’ nascosto e non si dice. Proclama, con finezza dovuta al fatto che lo fa sempre mettendoci dell’ironia oppure della passione, o tutt’e due insieme, che nel bambino che ha di fronte, e che presenta delle patologie (o insufficienza mentale o più handicap oppure è un piccolo delinquente, a volte proveniente da una cultura diversa rispetto a quella dominante nel posto dove vive), vede anche un sapiente, un saggio, qualcuno che gli può insegnare qualcosa. Nello stesso tempo dice, magari di uno psichiatra, di uno specialista, di se stesso, che è un piccolo depravato, un guardone, una persona che finge di non avere impulsi sessuali.

Questa è un po’ la specialità di Tom. Si potrebbe quindi dire che è più semplicemente un dissacratore, una persona che ama dire, di tutto ciò che sembra essere nell’ordine del rispettabile qualcosa che, invece, fa cadere la rispettabilità. Ma non è così. Non è così perché, soprattutto, Tom, al contrario del dissacratore è una persona che fa diventare sacro quello che sembra blasfemo, quello che sembra essere insultante. Innalza. Ha la capacità di vedere il bello anche in ciò che non sembra essere bello, e di trasmettere, anche, questo. É un uomo di speranza. É un uomo di speranza nella sua professione. Non lo fa attraverso dei proclami umanitari. C’è anche un aspetto umanitario ma soprattutto vi è una capacità professionale straordinariamente alta.

 

Tom ha ben presente nella sua testa percorsi che sono stati drammatici. È la storia di tante persone che nell’Europa e nel mondo hanno vissuto le tragedie del nostro tempo. Ne sono stati colpiti ma non semplicemente. Non hanno quindi avuto la semplificazione di certi schemi, in cui tutto il buono è da una parte, tutto il malvagio è dall’altra. Non è andata così. Vi sono sentimenti di complicità anche in chi è stato dalla parte giusta. E Tom ha dovuto fare i conti con questo, e quindi dover fare i conti con le proprie ambiguità per scoprire come in ogni essere umano vi siano delle ambiguità. Per far questo ci vuole dell’energia, perché è come alzare una pietra: per capire come è fatta una pietra bisogna poterla sollevare. Ora, a volte questo vuol dire muscoli, a volte vuol dire sguardo: capacità di capire, attraverso lo sguardo, e non è necessario fare uno sforzo muscolare; lo sforzo muscolare è impossibile o, addirittura, danneggerebbe la stessa pietra, perché non saremmo poi capaci di ricollocarla dolcemente nella stessa posizione.

 

Non abbiamo a che fare con pietre ma con esseri umani. In una relazione di aiuto di tipo professionale la possibilità è quella, non di indicare ciò che è nella sofferenza, ma ciò che è oltre la sofferenza. Bisogna avere questa vista che riesce ad andare a vedere quello che non si vede. Non è solo una virtù innata. Certo, in parte bisogna avere una personalità che permetta di esercitare una certa professione, ma sembra essere ormai opinione diffusa che bisogna badare più alle controindicazioni, a che non ci siano, quindi, degli elementi che impediscono piuttosto che cercare la personalità che è già potentemente predisposta a diventare un buon professionista nelle relazioni di aiuto. Ma soprattutto ci vuole un grande esercizio. E non è soltanto l’esercizio che si fa nella professione ma è quella possibilità di rivedere ciò che è stato fatto alla luce di una professionalità.

Tomkiewicz ha lavorato molto per capire come le pretese di cure, di riabilitazioni, di trattamenti, possano contenere delle violenze incontrollate. Il suo modo di operare è stato dialogico. Non può esserci un trattamento se non c’è una possibilità di viverlo come dialogo. Quando invece il trattamento è unilaterale e imposto comincia ad esservi violenza.

 

Stanislaw Tomkiewicz dialoga con Michel Dugnat e Marion Rochet: «Diritti del bambino nel Nord e nel Sud alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite e del pensiero di Janusz Korczak» (da «Sud-Nord, Folies et Cultures», n.4, éd. érès, 1995, pp.145-155).

 

Michel Dugnat è psichiatra. É stato copresidente della World Association for Infant Mental Health Group (WAIMH) in Francia, ex presidente della francofona Marce Society (SMF). Ha fondato l'Associazione per la Ricerca perinatale (ARIP). Ha svolto un consulenza umanitaria. Marion Rochet, psichiatra, si è impegnata nella psichiatria istituzionale e ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione della salute mentale in un mondo multiculturale.

 

Michel Dugnat: Parlaci della situazione dei bambini del Nord e del Sud del mondo.

 

Stanislaw Tomkiewicz: Forse non è inutile partire da una lettura attenta della Convenzione delle Nazioni Unite del 1989 sui diritti del bambino. Questa convenzione è stata l'argomento, durante dieci anni di discussioni estremamente serrate, in cui si sono scontrati interessi, mentalità e situazioni di fatto completamente contraddittori. Durante queste discussioni, è stato possibile rendersi conto del fatto che quello che era un’evidenza per gli uni era un’utopia per gli altri, e viceversa. Alla fine, in un desiderio di universalità, la Convenzione è diventata un testo ibrido dove coesistono due generi di articoli; la maggior parte di essi possono essere giudicati tradizionali, ossia considerano il bambino un oggetto di cure e di protezione (sono queste le prime due delle tre «P» dell’UNICEF «prevenzione-protezione-partecipazione»). Tra questi diritti, menzioniamo i più importanti: il diritto alla vita, alla salute, all’istruzione, all’identità, a vivere con i propri genitori; il diritto di essere protetto da trattamenti inumani e crudeli, dal punto di vista sessuale, fisico e psicologico. Due paragrafi importanti riguardano i bambini handicappati, per assicurare anche il loro diritto alla protezione, alle cure e all’educazione. La grande maggioranza di questi diritti fa già parte del capitale etico dei Paesi del Nord, dove sono considerati diritti acquisiti, una ovvietà.

 

Tuttavia, da qualche anno, la globalizzazione della nuova politica del capitalismo internazionale, incarnata dalla coppia Reagan-Thatcher, ha provocato anche nel Nord un aumento così grande della miseria, della xenofobia e della mancanza di umanità che l’affermazione di questi diritti elementari cessa di essere un lusso inutile. Persino nei Paesi ricchi, aumenta tutti i giorni la parte della popolazione totale con un livello di vita che tende progressivamente a quello dei Paesi del Sud; e i bambini sono le prime vittime di questa situazione. Bisognerà, purtroppo, ricordare sempre più spesso ai Governi di questi Paesi che loro sono tra i firmatari della Convenzione, e che devono assicurare anche a questi bambini educazione, cure e vita in famiglia.[…] Nel Sud, certamente, la situazione è globalmente più tragica, e tutti questi diritti rimangono obiettivi non già utopici, ma comunque ancora da raggiungere. Detto questo, non è corretto parlare dei Paesi del Nord e dei Paesi del Sud come se fossero due entità differenti. Non c’è nessuna superiorità etica fondamentale dei Paesi del Nord. Il rispetto dei diritti, anche elementari, del bambino è collegato abbastanza strettamente non tanto alle tradizioni e all’ideologia regnante (che giocano un ruolo importante quando si tratta di immaginare, di proporre, di rifiutare o di accettare i diritti di «seconda categoria», vedi oltre), ma, innanzi tutto, alla situazione demografica ed economica del Paese.

 

La crescita vertiginosa della popolazione è il primo fattore dell’insufficienza dell'assistenza e dell’educazione, della cosiddetta «mortalità evitabile» (ossia quella che può essere evitata nei Paesi più ricchi), dell'emarginazione, della delinquenza, eccetera… dei bambini e dei giovani. I Paesi del Sud vivono questa «Rivoluzione demografica» con un ritardo da cento a centocinquanta anni rispetto alla nostra, e in una maniera molto più brutale. Ma bisogna anche considerare che la prima fase del Capitalismo – quella che Marx ha chiamato «L’accumulazione primitiva», che è giusto chiamare «Selvaggia», poiché è strutturalmente incapace di applicare delle leggi sociali che proteggano i poveri e i salariati – moltiplica la miseria e rende (si «dimentica» di dirlo) la vita dei bambini più precaria, più minacciata, più sfruttata che nel periodo precedente di economia più primitiva. L’Occidente (o il Nord) ha provato questa miseria, sconosciuta precedentemente, nei secoli XVIII e XIX.

 

I Paesi del Sud la vivono oggi, sotto gli occhi falsamente impietositi e condiscendenti dei benestanti del Nord. Lo sfruttamento disumano del lavoro dei bambini ne è l’esempio più doloroso: fintantoché lavoravano nella loro famiglia o presso artigiani del loro ambiente sociale, la loro vita era certamente dura, non conforme alla Convenzione; ma la loro dignità, il loro status era conservato, rendendo così questa vita moralmente sopportabile. Il vero inferno comincia in Europa con le miniere e la creazione della grande industria: ci sono voluti quasi cento anni per far cessare questa situazione… che è attualmente in piena espansione in Asia e in America Latina, e che si aggrava tutti gli anni in Africa. Si poteva sperare che l’esistenza delle Istituzioni internazionali, statali, di organizzazioni non governative, economiche e caritative, avrebbe permesso a milioni di bambini del Sud di mitigare la sofferenza e la mancanza dei diritti che hanno conosciuto un secolo prima i bambini del Nord. Non è stato affatto così, e, in particolare, nel più povero tra questi continenti, l’Africa. Qui la strategia politica del «Nuovo Ordine Mondiale», imposta a questi Paesi dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, è riuscita, in meno di dieci anni, ad annullare ovunque l’apporto di assistenza umanitaria delle ONG e ad aggravare in maniera inaudita la mancata applicazione dei diritti più elementari sottoscritti ed adottati dai Paesi Africani.

 

Ecco alcune cifre ben conosciute: 12 milioni di bambini muoiono ogni anno per mancanza di cure elementari; 200 mila bambini sono vittime di forme di schiavitù, come i lavori forzati; un numero ancora più grande, soprattutto di ragazze, non ha accesso all’istruzione, nemmeno quella primaria; centinaia di migliaia di bambini, se non addirittura qualche milione, sono vittime dello sfruttamento sessuale, della prostituzione, della pornografia. In Africa, in Asia, in America del Sud, i bambini vengono arruolati forzatamente negli eserciti, partecipano alle guerre, ai massacri, sono molto spesso le prime vittime in tutti i conflitti interetnici o fra etnie differenti, vengono uccisi, assassinati, torturati. In diversi Paesi dell’America Latina, i bambini più poveri sono vittime non soltanto della mancanza di cure assistenziali e di educazione, ma addirittura di assassinii organizzati e perpetrati da gruppi specializzati, sotto l’occhio compiacente dei benpensanti e dei governi.

Si può quindi dire che, nei Paesi del Sud, i diritti che considerano il bambino un oggetto bisognoso di protezione continuano a non essere affatto rispettati. La Convenzione ha in questo campo un’importanza capitale. Siccome tutti questi Paesi, o quasi tutti, l’hanno firmata, le ONG e gli uomini di buona volontà di tali nazioni, e anche l’opinione pubblica e le ONG internazionali, trovano una base legale per lottare contro tutti questi orrori e per migliorare, quand’anche fosse solo debolmente, puntualmente, progressivamente, la sorte di questi milioni di bambini. É interessante leggere in quest’ottica le pubblicazioni della Commissione dell’ONU sui diritti dei bambini, creata dalla Convenzione ed entrata (molto lentamente e timidamente) in funzione due o tre anni fa. Tutti gli anni (fra poco semestralmente) questa Commissione, aiutata o, piuttosto, stimolata e assillata dalle ONG, studia dieci rapporti che i Governi sorteggiati devono presentarle e che concernono la situazione dei bambini e il rispetto della Convenzione nei propri Paesi.

 

Si riconoscono facilmente i rapporti che sono ipocriti, redatti in un linguaggio stereotipato, che negano completamente la gravità della situazione e si accontentano semplicemente di descrivere l’arsenale delle loro leggi a favore dei diritti dei bambini, non preoccupandosi affatto della loro applicazione. É comunque da rilevare la recente presentazione di rapporti sinceri, come quello del Burkina Faso, che osano guardare in faccia la triste realtà, cercandone le cause, senza promettere la luna ma sforzi tenaci e di lunga durata. Quasi tutti i Paesi del Sud, soprattutto quelli Africani, insistono sull’influenza nefasta delle misure richieste dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, che ostacolano ogni progresso e provocano persino la regressione e l’aggravamento degli indicatori del benessere (mortalità infantile, mortalità a cinque anni, tasso di scolarizzazione in generale e in particolare quello delle ragazze). I Paesi del Nord devono anche loro (eccetto gli Stati Uniti, che non hanno firmato la Convenzione) presentare rapporti, che sono spesso confusi. Certamente, la maggior parte dei bisogni fondamentali dei bambini sono qui soddisfatti. Non è però così con gli articoli di «seconda categoria», che fanno del bambino un oggetto di diritti e di rispetto e che rappresentano un progresso etico importante.

 

Non posso parlare senza insistere sulla personalità e sull’opera del Dr. Janusz Korczak. Effettivamente, l’idea stessa di una Convenzione dell’ONU è scaturita da un’iniziativa della Polonia (1979) che si riferiva esplicitamente all’opera di Janusz Korczak. Era un medico ebreo polacco, celebre in Europa Centrale e Orientale dal periodo precedente alla II guerra mondiale, e riconosciuto a livello mondiale da una quindicina di anni. Dopo una battaglia di dieci anni, la Commissione dell’ONU che ha redatto la Convenzione ha finito con l’accettare otto paragrafi che sono assolutamente rivoluzionari, persino per i Paesi del Nord. In questi paragrafi, concepiti secondo lo spirito, se non la lettera, dell’opera di Janusz Korkzak, il bambino non è più considerato un oggetto di cure, ma, per la prima volta, un soggetto; un soggetto di diritto, che si deve rispettare e si presume partecipi (è la terza «P» dell’UNICEF, «partecipazione») ai dibattiti a alle decisioni che lo riguardano.

 

Michel Dugnat: Che cosa significa il fatto di considerare il bambino un soggetto?

 

Stanislaw Tomkiewicz: Mi permetto di ricordare qui una delle idee di Korczak.1 Per lui, il bambino non è soltanto un futuro adulto, non è soltanto – come insegnano la psicologia classica, Freud, Piaget, Wallon, ecc… – un essere in divenire, in sviluppo, ma è un soggetto umano di pieno diritto. Proclamare una tale tesi negli anni venti, nella Polonia conservatrice e ultracattolica, era veramente rivoluzionario. Ma ancora oggi, nella nostra Francia laica, progressista e culla delle idee nuove, questa tesi continua a venire demonizzata, a provocare opposizioni violente, aperte o mascherate; in breve, è ancora del tutto sovversiva e innovatrice. Queste resistenze mostrano l’attualità delle idee di Korczak e anche un certo immobilismo su questo piano, ossia nel considerare il bambino-soggetto; invece, la protezione e la sorte materiale del bambino-oggetto ha fatto, dall’inizio dell’opera di Korczak, progressi considerevoli nel nostro Nord, diventato molto più ricco rispetto al periodo prebellico.

 

Michel Dugnat: Come spieghi che lui abbia avuto questa visione rivoluzionaria del bambino, e come vedi l’impatto dell’opera di Korczak?

 

Stanislaw Tomkiewicz: Korczak era un genio, ossia una persona come ne nasce una su dieci milioni, un visionario, un rivoluzionario, qualcuno che intuisce l’avvenire e vi contribuisce straordinariamente. Perché lui? Possiamo forse dire che è stato quello che è stato perché era polacco, ebreo, orfano a quattordici anni, perché suo padre è morto folle, perché aveva paura delle donne? Non ne so niente… Come ogni genio, Korczak può venire analizzato, spiegato, psicoanalizzato dopo la sua morte: alcuni ricercano le radici della sua opera nella morale giudaica, altri nel suo desiderio indomabile di indipendenza dalla Polonia, altri ancora nella doppia oppressione (in quanto ebreo e polacco) di cui furono vittime lui e la sua famiglia… Tutte queste spiegazioni sono pertinenti, ma nessuna giustifica quella luce unica, del tutto personale, che emanava da lui, la forza delle sue convinzioni, la tenacia della sua azione, il suo enorme talento di scrittore, il suo amore infinito per i bambini, senza parlare della sua conoscenza eccezionale che aveva di loro. Coloro che pretendono di spiegare tutto con la psicoanalisi non esitano ad affermare che questo amore per i bambini derivava dalla sua paura delle donne e da una pedofilia inconscia e rimossa. Personalmente, preferisco dichiarare umilmente la mia ignoranza e augurarmi che non si riesca mai a fare l’autopsia di geni come si fa l’autopsia di cadaveri. Certamente, Korczak proclama: «Io amo i bambini. C’è chi ama la birra, chi ama le corse; io amo i bambini». Tutti i pedofili amano i bambini, ma in una maniera totalmente opposta a quella di Korczak: li amano come oggetti del loro piacere e ignorano con arroganza il dolore, la sofferenza che la loro azione provoca.

 

L’impatto di Korczak in Polonia e in Europa Centrale è molto difficile da precisare: molto grande, se si guardano le tirature e il successo dei suoi libri e delle loro traduzioni; modesto, se ci si accontenta di considerare l’atmosfera di qualche orfanotrofio o di qualche scuola d’avanguardia; quasi nullo, se ci si aspetta un vero cambiamento profondo dell’atteggiamento tenuto con il bambino. Quando sono arrivato in Francia, dove Janusz Korczak era sconosciuto, sono stato sorpreso dal rispetto che si aveva per i bambini, a confronto della situazione che avevo conosciuto in Polonia. Ma chi potrà dire il numero di assassini, delle SS, delle SA, della Gestapo, che hanno letto nella loro infanzia le traduzioni tedesche dei libri di Korczak?

 

Michel Dugnat: Mi domandavo se Korczak non vivesse in un ambiente dove si rifletteva sul bambino. Non è forse che ci siano altre influenze? Non la lettura di Freud, chiaramente…

 

Stanislaw Tomkiewicz: Korczak ha conosciuto e letto qualche opera di Freud, ma gli facevano troppa paura a causa dell’importanza, secondo lui esagerata, attribuita alla sessualità. Come molti medici, soprattutto quelli che hanno rimosso la propria sessualità, Janusz Korczak amava le barzellette a sfondo sessuale e non esitava a raccontarle ai ragazzi grandi del suo orfanotrofio. Ha raccomandato e realizzato la promiscuità, ma continuava a inquietarsi delle masturbazioni «esagerate»… La libertà sessuale del bambino non era il punto forte di Korczak. Nemmeno di Freud, del resto.

Penso che Korczak faccia parte di quella schiera di psicologi, ricercatori e pedagoghi che cominciano a studiare e vedere il bambino con occhi diversi e che si affermano all’inizio del secolo XX: Charlotte Bühler in Germania, Piaget, Freud e Wallon in Francia e in Svizzera. Korczak si discosta da loro, innanzitutto, affermando che il bambino è un soggetto in sé e non soltanto un soggetto in sviluppo. Come pedagogo, Korczak aveva due precursori, Rousseau e soprattutto Pestalozzi. Tra i suoi contemporanei che hanno rotto con la pedagogia repressiva, menzioniamo la Montessori in Italia, Decroly in Belgio, Kohut in Boemia e, più tardi, Freinet in Francia, Neill in Inghilterra, Makarenko in Unione Sovietica, Loczy in Ungheria, eccetera. Non si può immaginare un Korczak nel XVI e nemmeno nel XIX secolo. È già un uomo del XX secolo. Alla ricerca delle radici della sua ideologia menzionate in precedenza, vorrei aggiungere, essendo io materialista, la rivoluzione demografica, che imperversava in Polonia all’inizio del XX secolo.

 

Per ritornare alle sue idee, Korczak afferma che i bambini sono una «minoranza oppressa» dagli adulti, e che la loro liberazione è la prima condizione della liberazione dell’uomo. Lo ha detto in una maniera pittoresca ai soldati della Rivoluzione di ottobre che gli hanno domandato, un giorno, in un treno sul quale svolgeva la funzione di medico, di fare loro un discorso sulla liberazione del proletariato. Ha detto a quei soldati che sarebbe stata una farsa sin quando il bambino non fosse stato liberato! Ecco ancora parole che sono profetiche, quando si conosce l’involuzione stalinista della Rivoluzione.

Per Korczak, la liberazione del bambino era una rivendicazione concreta: lui negava ai genitori la pretesa di potere e sapere tutto per guidare i bambini verso la maturità, proprio come negava ai padroni il potere assoluto sulla sorte degli operai (ritenuti immaturi) e come negava alle potenze coloniali il potere assoluto sui popoli colonizzati (ritenuti inadatti a governarsi loro stessi). Korczak non considerava questa «maturità» una virtù suprema che dà tutti i diritti («I vecchi, diceva, hanno forse tutti i diritti sugli adulti?»). Non esitava a proclamare che l’adulto deve «elevarsi», e non «chinarsi» o «abbassarsi» al livello del bambino! Tali formule, che hanno nei suoi libri un carattere un po’ provocatorio, se non demagogico (vedi il suo libro per bambini Le roi Mathias I, dove mostra il vicolo cieco in cui si infila un paese governato da bambini), gli forniscono comunque uno strumento ideologico, militante, nella sua lotta incessante per la democrazia, per la concertazione e contro l’autoritarismo e la repressione nella vita familiare, a scuola e negli istituti per bambini. Korczak esige che ogni proposta (e non l’ordine) dell’adulto venga discussa e non sia eseguita ciecamente; inoltre, accorda al bambino il «diritto all’errore», ossia il permesso (purché non ci siano pericoli, evidentemente) di compiere sciocchezze, atti inutili, fuori luogo o inadeguati; applica ai bambini la massima di Lenin: «Le masse devono fare la propria esperienza».

 

L’autogestione, il tribunale, i giornali sono strumenti che Korczak ha messo a punto per gestire la vita quotidiana e i suoi conflitti salvaguardando il rispetto del bambino; sono strumenti che lui esperimenta nell’orfanotrofio che dirige. I giornali sono quello dell’orfanotrofio e la Petite revue, dove ogni bambino poteva lamentarsi dell’ingiustizia o dei maltrattamenti di cui era vittima e che gli erano inflitti da un adulto o da altri bambini: non è questo, con sessanta anni di anticipo, il prototipo dei «telefoni azzurri»? Si realizzava l’autogestione, e c’erano anche elezioni con un regolamento semplice e accessibile ai bambini. Infine, il tribunale incarnava un modo rivoluzionario di gestire i conflitti. I bambini (consigliati da un adulto di fiducia) deliberavano, discutevano, cercavano di applicare una legge scritta, esplicita, per ogni lamentela, che poteva concernere un bambino o un adulto, o anche Korczak.

 

Il termine rispetto è la parola-chiave dell’ideologia di Janusz Korczak. Rispetto: una parola con molti significati, quasi impossibile da definire per qualsiasi legislazione. Non si possono obbligare gli adulti ad amare i bambini. Si può però insegnare ai futuri adulti che i bambini devono essere rispettati. Si tratta di un lavoro di ampio respiro. I bambini non vengono rispettati dagli adulti per ragioni molto complesse che Freud ha descritto parzialmente, ma con grande pertinenza: si ricollegano alla rimozione della sessualità primitiva e all’oblio della propria infanzia. L’adulto non dimentica soltanto i suoi primi tre o quattro anni di vita, ma rimuove ugualmente le sofferenze e i piaceri che ha vissuto da bambino e adolescente; tende a giustificare l’oppressione, il disprezzo di cui fu vittima per potere (ecco ancora un’altra legge scoperta da Freud) identificarsi con i suoi aggressori e diventare, con i suoi propri bambini, altrettanto ottuso, ingiusto e autoritario quanto lo erano stati con lui i suoi genitori, i suoi insegnanti e gli adulti della sua infanzia.

L’esigenza del rispetto per il bambino mette in causa una base etica, che ha almeno tre millenni di vita, delle nostre società giudeo-cristiane: leggiamo, infatti, nell’Antico Testamento, il secondo comandamento, che dice «rispetterai tuo padre e tua madre». Ma gli ebrei, i greci, i romani e i cristiani non fanno mai nessuna allusione al rispetto che si deve avere per il proprio bambino. Questa disuguaglianza è ancor più flagrante poiché esige, invece, il rispetto per i genitori incestuosi, che seviziano, maltrattano, abbandonano, trascurano i propri bambini, eccetera. Le nostre legislazioni, che derivano dalla morale giudea e dal diritto romano, non riescono ancora a ristabilire il necessario equilibrio. La stessa Convenzione dice che il bambino ha diritto a un’educazione che «gli inculchi il rispetto dei suoi genitori» (art. 29).

 

In Francia, i genitori hanno il diritto di abbandonare un bambino sottoscrivendo il «consenso all’adozione», che li esonera da ogni obbligo per il mantenimento del proprio bambino. Ne sono dispensati anche quando il bambino è affidato alla DDASS poiché è stato maltrattato, non è amato o educato in famiglia… Al contrario, i bambini, diventati adulti, devono partecipare al sostentamento dei propri anziani genitori, persino quando questi ultimi si sono resi responsabili di maltrattamenti o incesti! I genitori possono liberamente privare i propri figli di metà della loro eredità. Ma per potere rifiutare gli alimenti ai propri genitori, il bambino-adulto deve fare riconoscere dalla giustizia che uno o entrambi i genitori non hanno mai adempiuto ai propri doveri: è necessaria quindi una procedura complicata e dolorosa (denuncia, condanna del genitore…).

Il rispetto dovuto al bambino – alle sue parole, alla sua debolezza, ai suoi errori, ai suoi giocattoli, alla sua povertà, ai suoi desideri (anche se poi non si pensa di esaudirli) – così caro a Janusz Korczak, non viene nemmeno menzionato dalla Convenzione, che preferisce un concetto apparentemente più serio, ma in fin dei conti un concetto a misura di adulto («adultomorphe»), come è quello di «interesse superiore» del bambino. Questo stesso concetto non è mai definito e potrà sempre essere oggetto di discussione… tra adulti, che lo confondono volentieri con gli «interessi successivi».

 

Un altro concetto è lasciato in una indeterminatezza deliberata: quello di età. Da nessuna parte troviamo i limiti di età che definiscono cronologicamente il bambino: il limite inferiore, che il buon senso vorrebbe che fosse la nascita, non è stato possibile precisarlo per non suscitare le proteste di coloro che fanno cominciare l’infanzia al momento del concepimento. Il limite superiore è stato lasciato alla discrezione degli Stati: varia, a seconda dei campi di indagine e degli Stati, tra quindici e ventuno anni. Infine, non è mai stata indicata l’età a partire dalla quale si ritiene che il bambino abbia una comprensione (per non dire «maturità», un termine bandito dalla Convenzione) sufficiente perché le sue parole (testimonianza, opinione, desiderio…) siano prese in considerazione, ascoltate, anche se non messe in pratica. Può dunque succedere, in assoluta conformità alla Convenzione, che tale età vari secondo la legislazione nazionale e secondo i campi di indagine (per esempio, convinzioni politiche o religiose, diritto di interpellare il giudice dei minori, diritto di venire ascoltato da questo giudice, e anche «diritto» di andare in prigione, di venire trattenuto in un commissariato, eccetera). Dato che lo status del bambino è ancora molto variabile da un Paese all’altro, la correzione, anche solo parziale, dell’imprecisione nei limiti di età, che autorizza sfumature interpretative importanti, non potrà verificarsi presto; questa correzione sarà forse necessaria per rendere la Convenzione più operativa? Nell’opera di Korczak, questa assenza totale di riferimenti rispetto all’età mi sembra che sia più naturale, meno imbarazzante, dato che lui non parla mai di diritti legali.

 

Michel Dugnat: Quali sono questi articoli rivoluzionari di cui parli?

 

Stanislaw Tomkiewicz: Il più importante è il diritto dato al bambino di partecipare a tutte le decisioni che lo concernono. Ancora oggi, in tutte le legislazioni del mondo, anche in quelle del Nord, il bambino resta l’oggetto dei propri genitori. Gli psichiatri sanno bene in quanti modi il bambino può essere utilizzato come arma di pressione e arma intimidatoria in casi di divorzio o di altre battaglie tra i suoi genitori. La maggior parte dei genitori parla ancora in questi termini: «Ho diritto al mio bambino, l’altro coniuge vuole privarmi di questo diritto». Ora, la Convenzione propone un punto di vista diametralmente opposto; la legislazione francese, almeno nei suoi testi, rispetta la Convenzione. Il valore fondamentale è l’interesse superiore del bambino. Il termine di patria potestà sparisce, sostituito da quello di autorità genitoriale, che pone sullo stesso piano l’uomo e la donna. L’educazione, le cure da prestare al bambino, diventano un dovere; il bambino non è più proprietà dei genitori, non è stato fatto «per loro», ma sono i genitori che devono provvedere al suo benessere. Quindi, il giudice non deve più discutere se la custodia del bambino è da assegnare alla madre o al padre in nome dei loro diritti rispettivi, ma deve riflettere se è preferibile che il bambino viva con sua madre o con suo padre. Il problema così posto rappresenta un progresso considerevole, ma rimane la questione delle cure e della protezione del bambino. La Convenzione va comunque più lontano, proclamando che bisogna ascoltare, sentire il bambino, che lui può dare il suo parere in tutto ciò che lo concerne. Il giudice ha oggi il diritto, e persino il dovere, di procedere all’audizione dei bambini.

 

La Convenzione lascia a ciascuno Stato l’incarico di determinare a partire da quale età questa audizione è obbligatoria. La legge francese lascia che sia il giudice a valutare tale questione fondamentale. Permette comunque – fatto nuovo – al bambino stesso (a partire da un’età non determinata) di rivolgersi al giudice o ai magistrati della procura nel caso di una controversia che l’oppone ai genitori; la giustizia non ha tuttavia l’obbligo di concedergli un’audizione. L’introduzione (ancora spesso teorica) della figura professionale dell’avvocato dei bambini dà una qualche consistenza a questa idea nuova del bambino soggetto di diritto; tuttavia la sua denuncia, se non è sostenuta da un adulto, non è automaticamente ricevibile e non obbliga il giudice nemmeno a un’audizione.

Il nuovo diritto del bambino ad esprimere le sue opinioni va ancora più lontano, quando la Convenzione proclama che lui può partecipare ai dibattiti che concernono la sua comunità. Questo diritto comincia molto timidamente a venire applicato in Francia, dove si tende a permettere agli adolescenti di almeno sedici anni di partecipare a elezioni municipali. Partecipano a questo stesso movimento quei consigli municipali di giovani che esistono in alcune città francesi, che però non hanno valore legale. Le nuove leggi sulle associazioni permettono da poco tempo la partecipazione degli adolescenti minori ai consigli di amministrazione, addirittura all’esecutivo di certe associazioni; è qualcosa che sarebbe stato impensabile dieci anni fa.

 

Fintantoché si tratta delle relazioni del bambino nella sua famiglia, è lei che difende i diritti del bambino, ma sempre al fine di proteggere i «suoi interessi superiori». Il bambino deve «approfittare» dei suoi nuovi diritti di espressione nelle discordie tra i genitori, oppure quando sembra che loro manchino ai loro doveri. Ma che fine ha fatto il diritto a far sentire la propria voce che dovrebbero avere i 200.000 bambini e giovani separati dalla loro famiglia per decisione amministrativa o giudiziaria? La legislazione francese resta ancora muta a questo proposito: il consenso del bambino non è necessario, e non è nemmeno obbligatorio dare corso alla sua domanda di separazione dalla famiglia naturale, putativa o dall’istituto dove si trova. In realtà, ha ben poche possibilità di esercitare la sua iniziativa in questo campo fondamentale; è qui che si trova la spiegazione di diversi casi di passaggio all’atto, il solo mezzo di farsi sentire che ha un giovane che soffre, nella speranza di cambiare la sua vita diventata insopportabile. I costumi comunque evolvono un poco, ed è ancora la Francia che è tra i Paesi più vicini allo spirito della Convenzione: sempre più spesso, i giudici o i responsabili delle DDASS (operatori sociali, ispettori, ecc.) domandano almeno il parere del giovane prima di ogni decisione che lo concerne. Il bambino-pacco postale (che viene sballottato tra la sua famiglia, gli istituti e le «tate») non è affatto scomparso da questo mondo tragico dell’infanzia assistita o giudicata ma, sempre più di frequente, si tratta di un pacchetto che, soprattutto quando il minore ha più di dodici anni, fa sentire la sua voce.

 

Tra gli altri diritti menzionati dalla Convenzione e che sollevano un certo numero di problemi c’è quello della libertà religiosa e della libertà di opinione del bambino. Oggi, ovunque nel mondo, il bambino appartiene d’ufficio alla religione e condivide de facto le opinioni politiche dei suoi genitori. Può darsi che lui personalmente non le condivida più, ma la legge non gli permette di manifestare il suo parere (no al diritto di partecipare alle elezioni, niente politica alla scuola secondaria). La Convenzione resta ancora ambigua a questo proposito, trattato in maniera contraddittoria da due articoli. Secondo uno di essi, spetta ai genitori assicurare l’educazione religiosa, morale e civica del bambino; questo dovere equivale a un diritto. Un altro articolo, al contrario, dà ai bambini (senza precisarne l’età, come del resto in tutta la Convenzione) la libertà di avere e di diffondere le proprie convinzioni religiose e politiche. Ancora con grande precisione, tali articoli alimentano, in questo vasto mondo che ha ben altri problemi, i dibattiti delle giurisdizioni nazionali (nei paesi del Nord, evidentemente) e sovranazionali. I casi giudicati non concernono le opinioni politiche, bensì la religione, per esempio quando i genitori non sono più d’accordo tra loro sulla religione scelta, o quando l’adolescente pretende di avere la libertà di entrare in una setta o, più raramente, di accostarsi ad una religione diversa da quella dei suoi genitori: se un minore di oltre sedici anni vuole entrare in una di quelle associazioni che vengono chiamate sette, i genitori possono essere privati del diritto di costringerlo a rientrare in famiglia (è questo un caso che è stato effettivamente giudicato dal Tribunale Internazionale dell’Aia). Ma che cosa succede al giovane che vuole semplicemente cambiare religione tra quelle riconosciute come tali? Per quanto ne so, è una fattispecie che non si è ancora incontrata né in Francia né all’Aia.

 

Invece, il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni politiche potrà, un giorno, venire opposto a quei regolamenti scolastici che sono molto repressivi a questo riguardo (vedi la repressione immediata delle libertà politiche negli istituti scolastici nel sessantotto e gli anni successivi). Per mostrare come la libertà di espressione resti ancora bistrattata nella Francia del 1995, citiamo il caso del liceo Fénelon di Parigi. Cinque giovani dell’ultimo anno del ciclo di studio liceale sono stati espulsi poiché avevano redatto un giornalino, molto spiritoso e innocente, senza ingiurie, volgarità, pornografia; non vi ho trovato nessun appello alla violenza, né all’uso di droghe, né qualcos’altro di riprovevole. É bastato che qualche insegnante si sentisse ferito nel proprio narcisismo e nella propria onnipotenza a decretare arbitrariamente che quegli studenti avevano oltrepassato i loro diritti. Sembra che questo caso verrà presentato in tribunale, dato che si tratta di studenti borghesi che i loro genitori cercheranno di difendere. Un tale fatto di cronaca, uno tra le migliaia d’altri che passano sotto silenzio, illustra bene l’attualità della Convenzione e la sua utilità per difendere i giovani, persino in un Paese così democratico come la Francia.

 

Michel Dugnat: La Convenzione è stata redatta, firmata e ratificata dalla grande maggioranza dei Paesi; pensi che sia ragionevole sperare che abbia veramente un impatto nei paesi del Nord, e che sia diverso da quello nel Sud?

 

Stanislaw Tomkiewicz: La demografia mondiale e i diritti del bambino sono legati. Nel campo della demografia, si ritrova una «frattura Nord/Sud»: nei cosiddetti paesi del Nord (Australia compresa), la transizione demografica è ultimata, mentre invece i paesi in via di sviluppo la stanno vivendo adesso. Si possono distinguere tre tappe nella transizione demografica. Inizialmente, il numero delle nascite e quello dei decessi si equilibrano e sono entrambi molto elevati. La speranza di vita è meno di trent'anni, quasi la metà dei bambini muore prima di raggiungere l’età di quindici anni. Per colmare queste perdite, e anche a causa della scarsa diffusione della contraccezione, il tasso di fecondità è considerevole. Questa situazione fu quella che c’era dall’origine dell’umanità. Interviene allora la prima tappa della transizione demografica, caratterizzata dal calo della mortalità grazie ai progressi agricoli e a quelli della medicina. Ma le coppie restano attaccate ad un modello di famiglia numerosa, c’è un divario tra il numero dei decessi e quello della nascite: la popolazione comincia ad aumentare rapidamente. Nella seconda tappa, la fecondità, a sua volta, diminuisce, specialmente a causa della riduzione della mortalità infantile e di quella dei giovani: la famiglia ha meno bambini, perché che è sicura di vederli giungere all’età adulta. La crescita della popolazione è meno veloce. Infine, nella terza tappa, la natalità raggiunge la mortalità e sono entrambe moderate. La popolazione non aumenta più. I paesi industrializzati hanno ultimato questa transizione demografica: il tasso di fecondità medio in Europa è 1,7 (1,3 in Italia e in Spagna).

 

La riduzione della fecondità è iniziata verso gli anni Settanta (talvolta prima) in America del Sud, in Estremo Oriente e in Asia Meridionale e Centrale; il tasso di fecondità ha cominciato solo da poco tempo a diminuire in Medio Oriente, nel Maghreb, nella Repubblica Sudafricana e nello Zimbabwe. Oggi, solo l’Africa Subsahariana, qualche paese dell’Estremo Oriente (Cambogia, Nuova Guinea…), dell’Asia Occidentale e Centrale (dall’India all’Arabia Saudita) restano nella prima fase della transizione, con una crescita esponenziale malgrado una mortalità infantile ancora grande, che interessa una popolazione di un miliardo di abitanti. Sembra però che la crescita cominci a rallentare in Africa… in Asia, la riduzione della fecondità è stata molto grande e rapida in tutti i paesi che hanno proceduto ad un’industrializzazione e ad una terziarizzazione dell’economia radicali: il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore. In Cina la politica di limitazione delle nascite resta drastica. L’Indonesia è il paese, tra tutti quelli musulmani, dove la fecondità è meno elevata, grazie a una politica governativa ferma e costante in favore della diminuzione della numerosità delle famiglie. Ciò prova che le scelte politiche possono superare le tradizioni che, a torto o a ragione, si pensa siano quelle religiose. Queste misure, però, sarebbero state più umane – e più efficaci? – se non fossero state imposte alle popolazioni in una maniera così ferma.

 

In America Latina, dagli anni Cinquanta, uno spettacolare miglioramento della speranza di vita ha coinciso con una grande riduzione della mortalità infantile. Come in Asia, la diversità delle situazioni riguardo allo stadio raggiunto nella transizione demografica è molto grande da un paese all’altro. Nei paesi musulmani, il controllo delle nascite continua a essere molto scarso, poiché si scontra con tradizioni ancestrali le quali rafforzano le forze integraliste che conducono una battaglia per dirigere le popolazioni del mondo islamico. La crescita demografica è qui considerevole: in nessun paese è più bassa del 2,5% annuo, e ciò determina il raddoppiamento della popolazione in un periodo di tempo da 25 a 30 anni. Questo ritmo di crescita costituisce un pericolo: aumento importante della disoccupazione, problemi scolastici, sanitari, abitativi… Tranne che in Egitto, i governi non si sono ufficialmente pronunciati a favore di una diminuzione della fecondità.

Nell’Africa Nera, la crescita demografica, in questi ultimi anni, è stata la più elevata al mondo, malgrado differenze tra etnie e zone geografiche: 3% annuo dal 1980 al 1985, un tasso di crescita che fa raddoppiare la popolazione in 23 anni. La fecondità è elevata, in media da 5 a 6,5 bambini ogni donna, specialmente a causa del fatto che le ragazze si sposano prevalentemente prima dei vent’anni. La sola fecondità non spiega, però, tutta la crescita demografica: l’introduzione in queste società di regole igieniche e di cure mediche poco costose (essenzialmente, vaccinazioni e medicine semplici per curare affezioni banali), a partire dagli anni Cinquanta, ha fatto diminuire considerevolmente la mortalità. Diffondendo abbondantemente metodi elementari per non morire, l’Occidente ha provocato un'esplosione demografica che ha destabilizzato l’Africa Nera. É nel Ruanda e a Gaza che si registra il tasso di fecondità più elevato del pianeta: 8,5. La media africana è 6; variando da 7 nell’Africa Nera a 5 nell’Africa del Nord.

I paesi più poveri sono dunque i paesi più popolati; ora, una «fuga in avanti» demografica costituisce una sfida per lo sviluppo in generale.

 

Così, per quanto riguarda l’educazione, l’UNESCO stima che un quarto della popolazione mondiale è analfabeta. Eppure, solo l’educazione, specialmente quella per la popolazione femminile, frena effettivamente l’esplosione demografica, molto di più dei programmi di pianificazione familiare. Questo è, del resto, uno degli aspetti messi in evidenza nella conferenza del Cairo sulla popolazione mondiale (5-13 settembre 1994). Ora, le ragazze sono, un po’ ovunque, le più svantaggiate nell’accesso all’istruzione, anche se lo scarto tra ragazze e ragazzi comincia timidamente a ridursi.

Un altro problema: il lavoro dei minori. Il Bureau International du Travail stima che c’erano, nel 1979, 52 milioni di bambini che lavorano; si tratta, senza dubbio, di una stima per eccesso. Sono spesso ragazze e bambini di un ambiente rurale e povero più che di un ambiente urbano, sebbene la presenza di frange di popolazione svantaggiata nelle periferie urbane modifichi un po’ questa suddivisione. La principale causa del lavoro precoce è la miseria di certe famiglie, per le quali il lavoro dei loro figli minori è vitale; un’altra causa è l’assenza della scolarizzazione generalizzata. Evitare l’inattività, la delinquenza e la prostituzione è più una razionalizzazione che una causa. Le condizioni di questo lavoro minorile mettono in pericolo la salute, lo sviluppo e la vita dei bambini.

 

Stanislaw Tomkiewicz: Tra i rari paesi che non hanno firmato la Convenzione, o che la hanno firmata ma non ratificata, un solo paese mi sembra veramente importante, gli Stati Uniti: il loro rifiuto, giustificato ufficialmente dalla preoccupazione di non usurpare la competenza di ogni Stato dell’Unione, ha come ragione principale il mantenimento della pena di morte per i minori, che è tuttora applicabile in una trentina di Stati, e che è invece proibita dalla Convenzione.

Oltre a questo paese, non restano che un manipolo di Stati, spesso poco popolati e soprattutto qualche paese arabo ultrareazionario.

Bisogna dire che un numero importante di Stati (tra i quali la Francia) hanno firmato e ratificato la Convenzione, ma con «restrizioni» su questo o quell’articolo. Sarà un compito molto delicato per la Commissione ad hoc, già menzionata, quello di valutare se queste restrizioni restino compatibili con lo spirito della Convenzione o se annullino chiaramente gli impegni derivanti dalla sua firma. Quanto alla sua applicazione, è questione, nella migliore delle ipotesi, di cinquanta anni, nella peggiore delle ipotesi, di centocinquanta anni o più. Non ci si deve affatto attendere, conoscendo la situazione dei bambini nel mondo, che i paesi che hanno firmato e ratificato la Convenzione la applichino immediatamente. Questo rilievo si riferisce, nei paesi del Sud, agli articoli che esigono la protezione dei bambini e, nei paesi del Nord, agli articoli che pongono le basi del rispetto che si deve avere per i bambini. Penso che attualmente ci siano appena tre paesi al mondo che fanno ogni sforzo per applicare la Convenzione, sia nello spirito che nel testo: la Svezia, la Danimarca e la Norvegia. Tuttavia, la Commissione di controllo (vedi sopra), che rappresenta una vera eccezione rivoluzionaria tra tutte le agenzie delle Nazioni Unite, lascia ben sperare chi sa attendere.

 

Sembra disegnarsi, ancora timidamente, una tendenza che evita di demonizzare i paesi che non applicano tutti gli articoli della Convenzione. Quando i governi comprenderanno che è questa una mancanza di cui non devono vergognarsi, i loro rapporti diventeranno più onesti, più realisti; accettare di guardare in faccia questa realtà e osare parlarne ufficialmente è il primo passo, a mio avviso necessario, per cambiarla. É così che, in Brasile, sino a pochissimi anni fa, il governo, pur essendo consenziente, se non addirittura complice, negli assassini di bambini di strada, contestava la realtà della situazione. Sembra che negli ultimi tempi questo governo ammetta l’esistenza dello scandalo e proclami anche la sua volontà di porvi termine. Certamente, si assassineranno ancora bambini di strada in Brasile e in molti altri paesi dell’America latina durante i prossimi cinque, dieci, quindici anni e oltre… Ma l’opposizione sincera, anche se solo parziale, del governo a questi crimini è già il frutto della Convenzione e permette di sperare che la situazione (lentamente) migliori. Notiamo comunque che nello stesso Brasile, parallelamente allo sviluppo industriale, il numero di bambine e ragazze vendute, rapite, schiavizzate e utilizzate come prostitute è in aumento. Ecco perché sono un difensore della Convenzione, anche se ciò non significa che io abbia un atteggiamento angelico e creda che verrà applicata dappertutto in un prossimo futuro.

 

Le cause della mancata applicazione della Convenzione sono di due ordini, molto spesso intricati. Il primo, il principale, quello che gli Stati del Sud mettono avanti, resta il fattore economico. Così, in Tailandia il turismo sessuale porta milioni di dollari e costituisce una percentuale non trascurabile del PIL. La Tailandia, malgrado la recente crescita della ricchezza nazionale, resta ancora un paese povero; privarsi improvvisamente dell’apporto finanziario del turismo sessuale è difficilmente sopportabile dalla sua economia e da decine di migliaia di tailandesi. Ecco che, allora, le autorità mentono, barano, tergiversano, incarcerano due o tre prosseneti o turisti presi in flagrante delitto, liberano qui o là ragazze (o ragazzi) schiave delle case chiuse; ma, nello stesso tempo, non fanno niente per diminuire l’offerta (cioè aumentare il livello di vita dei contadini poveri che vendono i loro bambini) e la domanda (cioè uccidere davvero quella gallina dalle uova d’oro che è il turismo). Detto questo, è vero che, con l’aiuto della Convenzione e le ONG, la lotta contro il turismo sessuale comincia a diventare più seria; è lecito sperare che i risultati vadano di pari passo (o forse più rapidamente?) con l’aumento del PIL e del livello di vita, che è ancora molto più basso di quello dei paesi europei.

 

D’altronde, tanto in Tailandia come (per esempio) in India, in Marocco, in Pakistan, la scomparsa improvvisa della manodopera infantile non sarebbe sopportabile dall’economia (capitalista!) e aumenterebbe la miseria e il numero di bambini che muoiono a causa della sottoalimentazione. Anche là, la lotta contro il lavoro in schiavitù procede lentamente come una lumaca, ma un giorno avrà successo, quando questi paesi potranno concedersi il lusso di osservare le leggi di tutela sociale adottate in Europa nei secoli XIX-XX.

Due osservazioni si impongono per spiegare il ruolo esatto dell’economia in questi paesi (soprattutto paesi asiatici), dove le istituzioni sovranazionali notano con fierezza il «decollo» economico e l’aumento del PIL grazie al sistema liberale:

  • l’industrializzazione capitalista accresce, come aveva fatto in Europa nel XIX secolo, la miseria dei bambini. In particolare, il lavoro a domicilio in una società artigianale e rurale sarebbe infinitamente meno crudele del lavoro industriale attuale;

  • la via capitalista, forse, non è poi così ineluttabile, così «naturale», come direbbe Sua Santità il Papa. L’ipotesi della sua ineluttabilità è diventata un postulato dal 1989, ma non sono affatto convinto che resterà così per sempre. Ora, la via socialista, quali che siano stati i suoi errori, i suoi crimini, i suoi insuccessi, ha mostrato (in particolare in Vietnam) la possibilità di rispettare meglio questi diritti.

In altri paesi del Sud, in particolare in Africa, il disastro economico sembra attualmente totale: quali che siano il regime e la compiacenza agli ordini crudeli della Banca mondiale e del FMI, il PIL diminuisce, la miseria generale aumenta e ogni «tentativo di riassestamento» economico si accompagna a un aumento della mortalità infantile, alla caduta del tasso di scolarizzazione; per farla breve, si accompagna all’arretramento dei diritti più elementari dei bambini.

Anche il fattore demografico spiega il mancato rispetto dei diritti dei bambini, ma fa sperare che ci sia un miglioramento più rapido di quello previsto dai demografi e dai futurologi. Effettivamente, il rispetto del bambino nel senso della Convenzione è difficilmente compatibile con la demografia galoppante che imperversa attualmente in tutti i paesi in via di sviluppo. La fase di transizione della rivoluzione demografica (quando la caduta della mortalità è più grande del calo della fecondità) è qui più intensa, più drammatica di quanto avvenne in Europa. Ma sarà anche più breve. Questa moltiplicazione di bambini in un ambiente di povertà è incompatibile con il rispetto dei loro diritti, se non altro per la mancanza di personale insegnante. Ma si può sperare che il calo della fecondità ponga fine a questa moltiplicazione prima che la mortalità ricominci ad aumentare. Notiamo che è quasi impossibile fare previsioni serie in Africa, a causa della nostra ignoranza sulla natura epidemica dell’AIDS.

 

Il secondo ordine di cause non è più oggettivo, ma soggettivo. Non è legato, almeno direttamente, ai problemi economici e demografici, sebbene ricerche storiche e antropologiche arriveranno certamente a trovare collegamenti e correlazioni che sfuggono ad un esame superficiale. Vorrei parlare qui della tradizione: per essere più precisi, si tratta della maniera in cui la società, dove gli adulti dominano incontestabilmente (anche qui, bisognerebbe sfumare questo giudizio distinguendo gli adulti: uomini, donne, produttivi, vecchi, eccetera…), si raffigura i bambini, ossia gli esseri umani dal momento della loro nascita fino alla maggiore età legale, consuetudinaria, economica, sessuale, penale, e via dicendo… Da questa rappresentazione derivano le nozioni di diritti e doveri dei bambini, il modo della loro educazione, il sistema pedagogico, la maniera di trasmettere il sapere, il «savoir-faire» e i valori; per farla breve, tutto ciò che concerne le relazioni interpersonali, comprendendo anche le forme che prendono l’amore e il rispetto reciproci tra adulti e bambini. Queste rappresentazioni vengono inculcate ai futuri adulti fin dalla culla; ciò spiega la loro evidenza per ogni membro di una data società, la lentezza estrema della loro evoluzione (che, in generale, segue quella delle condizioni economiche, demografiche e politiche), le resistenze inaudite ad ogni evoluzione e la tendenza profondamente ancorata e molto generalizzata di considerare qualsiasi altro sistema, differente dal proprio, barbaro, primitivo, selvaggio o (al contrario e talvolta nello stesso tempo) utopico, immorale, pericoloso per la pace e la coesione sociale.

 

Questa breve divagazione teorica mi sembra necessaria per «spiegare» e rimettere al posto giusto l’etnocentrismo del Nord, che compare in ciascuno di noi (me compreso) non appena si affronta il problema dei diritti del bambino.

La visione semplicistica del problema è all’incirca questa:

  • il Nord, grazie al suo sviluppo economico, ha più o meno risolto il problema dei diritti fondamentali (le due prime «P» dell’UNICEF, «prevenzione-protezione»): si impegna ardentemente a fare rispettare i «nuovi diritti»;

  • il Sud riconosce solo in teoria, ma resta incapace di assicurare in pratica, i diritti fondamentali. Il peso delle tradizioni si oppone accanitamente alla semplice presa in considerazione dei nuovi diritti concernenti il rispetto e lo status del bambino; ci si diverte poi a demonizzare particolarmente la religione islamica, che viene identificata senza patema d’animo con l’«integralismo».

É vero che l’idea che il bambino non è «proprietà» della famiglia (o del padre) è globalmente più difficilmente riconosciuta nel Sud che nel Nord, ma è davvero accettabile per le famiglie dei paesi del Nord? La nozione di libertà religiosa è, persino oggi, più vicino alla sensibilità dei 2 miliardi di estremo-orientali che a quella di molti paesi cristiani, tanto del Sud quanto del Nord. La sottomissione al volere del padre, consueta ma non più assoluta nel Sud, conta ancora milioni di sostenitori nel Nord. Il Burkina Faso, uno dei paesi più poveri del Sud e fortemente tradizionalista, si impegna oggi contro l’escissione delle ragazzine più di tutte le ONG del Nord, che sono così brave a dare consigli e a indignarsi. Questa visione semplicistica sottovaluta gravemente le forze locali, che compaiono in tutti i paesi del Sud per difendere e lottare per la dignità umana in generale, e delle donne e dei bambini in particolare. Le buone volontà del Nord non saranno mai credibili ed efficaci, se conserveranno l’atteggiamento condiscendente ed etnocentrico dei missionari di una volta. Non diventeranno operative e veramente utili alla causa che dicono di difendere, se non si alleeranno con i militanti locali, se non li sosterranno amichevolmente e se esiteranno a imparare da loro la strategia, la tattica e persino la finalità dell’azione, in particolare la differenza tra ciò che è desiderabile e possibile (oggi, domani e dopodomani) e ciò che sarebbe soltanto un’imitazione servile dei nostri costumi di gente del Nord, di usanze, che non sono sempre così perfette come si vorrebbe credere.

 

Infatti, non dobbiamo mai dimenticare la fragilità e l’incompiutezza dell’evoluzione verso la democrazia in generale e verso i diritti del bambino in particolare nei nostri paesi ricchi nel Nord. Senza parlare del nazismo, del fascismo, del franchismo e dello stalinismo (che hanno, ciascuno a proprio modo, coperto di sangue e di crimini spregevoli il XX secolo), ogni progresso del diritto può venire utilizzato, irrigidito, recuperato dalle tendenze culturalmente barbare che, grazie alla loro modernità economica, generano l’imperialismo e l’ipocrisia parlamentare e ideologica. Introdotte in paesi di tradizione precapitalista (o predemocratica nel senso del 1789 e anteriore alla Rivoluzione Francese) che assicuravano sino ad allora una regolazione sociale (certamente primitiva, ma spesso molto meno barbara che non si dica), le nuove tendenze culturalmente barbare rompono questa regolazione senza introdurre niente al suo posto, provocando catastrofi, massacri, degenerazioni. Se vogliamo conservare una credibilità nei paesi del Sud, non dobbiamo mai chiudere gli occhi su questa realtà che dovrebbe renderci modesti.

 

Marion Rochet: Ma il fatto che ci sia bisogno di una convenzione mostra bene che non fa ancora parte delle mentalità…

 

Stanislaw Tomkiewicz: É sia facile che difficile comprendere il motivo, e avete ragione a sottolinearlo. La Convenzione non è stata redatta per fare un inventario di quello che c’è, per confermare lo stato attuale delle cose. La Convenzione rappresenta uno slancio dinamico, «il cuore e i due seni gettati verso l’avvenire», per riprendere le parole di Rimbaud. Lo stesso accade con tutte le grandi Dichiarazioni e Convenzioni che vogliono essere universali, a partire dalla prima Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789. Duecento anni dopo, non è ancora rispettata e seguita nemmeno nella sua patria, in Francia, senza parlare del resto del mondo. Penso che sarà necessario un periodo altrettanto lungo affinché la Convenzione dei diritti del bambino si imponga, forse un po’ meno lungo perché la storia procede velocemente e perché sono ottimista di natura… parlavo di un periodo da cinquanta a centocinquanta anni. La Convenzione è un progetto utopico di una società più giusta per tutti ed è anche un’arma per difendere i diritti del bambino, per lottare contro la miseria, contro l’ingiustizia e, talvolta, contro certe tradizioni che si oppongono alla dignità del bambino, della donna e dell’uomo in genere.

Prendiamo le celebri e profetiche parole pronunciate da Khalil Gibran nel 1935: «I vostri bambini non sono vostri. Sono i figli e le figlie del desiderio di Vita. Arrivano alla vita grazie a voi ma non sono vostri. Benché siano con voi, non vi appartengono». Dopo cinquantacinque anni, la Convenzione comincia appena, timidamente, ad ammettere l’idea principale delle parole qui ricordate, ossia che i bambini non sono proprietà dei genitori. Quanti genitori, persino in Francia, pensano che queste parole non siano altro che un grido di anarchia e di follia… La locuzione: «É il mio bambino!» non si riuscirà a eliminare dal linguaggio per molto tempo, o, forse, non ci si riuscirà mai. Chi saprà calcolare quanti sono, nei nostri paesi «avanzati», i bambini sottomessi ai capricci e alla volontà arbitraria dei propri genitori, i bambini che servono da valvola di sfogo delle nevrosi, dell’alcolismo, dell’indigenza dei propri genitori? Quanti sono ancora gli psichiatri di adulti, i giudici, gli amministratori che sacrificano tranquillamente il presente e il futuro del bambino sull’altare della malattia di sua madre o dell’omeostasi di un sistema familiare perverso?

Come concludere? Forse con una frase di Gesù piena di modestia: «Vedono la pagliuzza nell’occhio del vicino e non vedono la trave nel proprio occhio», oppure con un proverbio popolare: «Facciamo pulizia a casa nostra prima di criticare quello che fanno i vicini» («Balayons devant notre porte avant de critiquer les voisins»). Ricordiamo, per concludere, che in ogni paese, sia del Nord che del Sud, c’è una minoranza di adulti che non ha dimenticato le sofferenze della propria infanzia e che è spinta da un vero imperativo categorico verso la lotta per il benessere e per il rispetto dei bambini. É per facilitare la loro battaglia che la Convenzione è stata, infine, redatta e accettata, spesso contro voglia, da coloro che credono di governare il nostro mondo.

 

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Tomkiewicz S. (1993), Droits de l’enfants, éthique et médecine, «Santé mentale: réalités européennes», Toulouse, Erès, pp. 321-325.


Autore per la corrispondenza

Andrea Canevaro
Indirizzo e-mail: andrea.canevaro@unibo.it
Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione, Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Dipartimento Scienze dell’Educazione



1 Janusz Korczak (Varsavia, luglio 1878. Ucciso in una camera a gas del campo di sterminio di Treblinka, probabilmente il 6 agosto 1942). Pseudonimo di Henryk Goldszmit, pedagogo, pubblicista, scrittore, medico, militante sociale polacco di origine ebraica, noto anche come «Il vecchio Dottore» o «Il signor Dottore». Fu un precursore delle lotta a favore di una totale uguaglianza dei diritti del bambino. Nelle istituzioni da lui fondate introdusse l’autogestione, dando agli educandi il diritto di deferire i propri educatori a un tribunale unicamente composto da ragazzi. Fondatore della prima rivista al mondo redatta da soli bambini, fu un pioniere nel campo della risocializzazione dei minori, della diagnosi in età pediatrica e della tutela del bambino difficile.

© 2017 Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.
ISSN 2420-8175 Educazione interculturale (Online).
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