Test Book

Riflessioni e teorie

L’altruista, la scientificità e l’accademia. Per l’intercultura? - Selflessness, scientific nature and the Academy. For interculturalism?

Andrea Canevaro

Professore Emerito dell’Università di Bologna, Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione, Dipartimento di Scienze dell’Educazione


Abstract

Una valutazione scientifica può tener conto dei contesti e non ridurre tutto al solo contesto accademico. La verità può essere qualcosa da salvare non in solitudine, ma insieme ad altri, così come il rapporto fra ricerca scientifica e futuro. La ricerca va condivisa. In questo articolo verranno presentati diversi modi di vivere l’altruismo, da Tillion a Tomasello, per un dialogo che possa andare avanti.



Abstract

Abstract scientific assessment may take account of contexts and not reduce everything simply to an academic context. The truth and the relationship between scientific research and future may be something to save not alone, but together with others. Research should be shared. This paper presents different ways to experience altruism, from Tillion to Tomasello, for a dialogue that can move forward.

 

Keywords: evaluation, scientific nature, testimony, victim.

Sommario

Una valutazione scientifica può tener conto dei contesti e non ridurre tutto al solo contesto accademico. La verità può essere qualcosa da salvare non in solitudine, ma insieme ad altri, così come il rapporto fra ricerca scientifica e futuro. La ricerca va condivisa. In questo articolo verranno presentati diversi modi di vivere l’altruismo, da Tillion a Tomasello, per un dialogo che possa andare avanti.

 

Parole chiave: valutazione,  scientificità, testimonianza. vittima.

 

Premessa

Marc Bloch, il grande studioso, scriveva, ed è una citazione che è stata utilizzata non poche volte:

Una parola, una parola terribile riassume una delle tare più perniciose del nostro attuale sistema: bachotage [dal verbo bachoter, preparare un esame frettolosamente, con il solo fine di superarlo]. Un veleno penetrante in minor misura nell’insegnamento primario, che pure non credo ne sia del tutto esente. L’insegnamento secondario, delle università e delle Grandes Écoles, ne è ormai infetto. Bachotage. Ovvero: ossessione dell’esame e della valutazione. Peggio ancora: ciò che dovrebbe essere un semplice reagente destinato a verificare il valore dell’educazione, diventa il fine cui si orienta sin dall’inizio l’intero processo educativo. Non si invitano più i ragazzi o gli studenti ad acquisire le conoscenze di cui l’esame nel bene e nel male permetterà di apprezzare la solidità. Li si esorta invece a preparare l’esame (Bloch, 1995, p. 91).

È possibile immaginare una produzione che permetta di garantire sia scientificità che impegno generoso nelle realtà? Il rischio della produzione scientifica può essere l’autoreferenzialità, il prendere in considerazione unicamente il contesto accademico, ritenendo che altri contesti non risultino utili ai fini della valutazione, a meno che non siano già stati ri-contestualizzati nel contesto accademico. È un po’ tortuoso, ma sembra essere l’unica maniera per uscirne.

Germaine Tillion (1907; 2008), studiosa e ricercatrice etnologa francese, fu prigioniera e internata in un campo di sterminio nazista, scrive:

Ora so quanto resti oscura una testimonianza grave che non offra informazioni su colui che la rende, e quanto i nostri pensieri, le nostre azioni, gli eventi della nostra vita siano legati alla particolare visione del mondo che ciascuno di noi ha (Tillion, 2012, p. 17).

 

La vittima, o chi si identifica nella vittima, può essere studiosa e ricercatrice? O deve scegliere se essere o vittima o studiosa, per poter essere valutata «da fascia A»? La scientificità si colloca, e colloca, fuori dal contesto per scrivere del contesto?

Vorremmo suggerire che la valutazione scientifica tenga conto dei contesti, e non riduca tutto al solo contesto accademico, nella convinzione singolare che la scientificità si raggiunga unicamente attraverso lo sforzo di decontestualizzare, cioè di prendere le distanze dalle realtà. Ma uno studioso non dovrebbe indagare sui contesti che sono nelle realtà? Certo deve tenere sotto controllo la sua istanza etica («la verità da salvare»). Ma non crediamo che debba ridurre o rinunciare a quell’istanza per un adeguamento, anche stilistico, a una verità già formalizzata nel campo scientifico.

La Lettera a una professoressa diceva, cinquant’anni fa «Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. […] Dietro a quei fogli di carta c’è solo l’interesse individuale. […] Per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere già arrivisti a 12 anni» (Scuola di Barbiana, 1976, p. 24). E per essere universitari, da ricercatori a docenti, anche.

Le intenzioni di questo scritto sono ambiziose: mettere insieme, in un intreccio argomentato, l’altruismo, la scientificità e l’impegno per affrontare le realtà dell’intercultura. E per farlo appoggiamo le argomentazioni a Germaine Tillion.

 

Scientificità: la verità da salvare. E il futuro?

Zygmunt Bauman ha studiato i processi di disumanizzazione del genocidio nazista ritenendo che quella tragedia possa «rendere possibile un’analisi dei principi sociali gelosamente custoditi nella storia moderna. […] La vicenda moralmente edificante di un’umanità emergente dalla barbarie presociale costituisce il mito eziologico [che ci fornisce le cause, le origini] profondamente radicato nella coscienza della società occidentale» (Bauman, 1992, p. 30). Un mito è sempre difficile da sradicare. Anche il mito della scientificità. Gli scritti di Bauman supererebbero l’esame utilizzando criteri scientifici? Questa può sembrare una domanda soltanto provocatoria. Ma è la domanda che si poneva, essendo vittima dei processi di disumanizzazione del genocidio nazista, Tillion. E si impegnava per superare l’esame senza invocare la propria condizione.

Per questo non le bastava la propria testimonianza, la propria esperienza diretta della sofferenza razzista. Doveva fornire dati, ipotizzare categorie, asciugare i sentimenti e far risaltare i fatti, non solo o per nulla personali, nel senso che la propria persona è una delle variabili e non di più.

«Era già piuttosto chiaro che ben poche di noi sarebbero sopravvissute. Questo pensiero della verità da salvare mi ha ossessionata fin dal giorno del mio arrivo a Ravensbhrück» (Tillion, 2012, p. 193).

Ma la verità da salvare non è la verità di una singola persona, per straordinaria che sia la sua testimonianza. Non è una verità assoluta. Non è neanche la verità delle medie statistiche.

«[…] speravo inoltre di mostrare l’assurdità di basare un giudizio su “medie statistiche”, tendenza assecondata tanto pericolosamente oggi dalla ‘massificazione’ amministrativa, dall’uso generalizzato dei cervelli elettronici e da quello dei grandi sondaggi di opinione e delle inchieste collettive (tutte tecniche che incoraggiano la pigrizia)» (Tillion, 2012, p. 273).

Ma è anche evidente che tali tecniche non sono utilizzabili in situazioni estreme – e il fenomeno migratorio odierno comprende situazioni estreme: «le testimonianze dirette della deportazione escludono la neutralità e la escludono in maniera totale, perché una delle caratteristiche del regime concentrazionario fu di non essere mai stato osservato da uno “spettatore” indifferente» (Tillion, 2012, p. 275).

 

Tillion vuole, anche in queste situazioni estreme che non permettono l’indifferenza, mantenere la propria fisionomia di ricercatrice valutabile scientificamente. Per questo raccoglie dati, utilizzando per le proprie annotazioni mozziconi di matite, ma anche fiammiferi usati. Cercando di classificare, contabilizzare, ragionare, ipotizzare. «[…] a forza di vedere dietro il presente i profili del passato, tendo a cercare linee e direzioni che il futuro avanzi un po’ più velocemente di quanto non faccia» (Tillion, 2012, pp. 246-247). Di fronte al male estremo, la testimonianza può farci credere che basti lei sola a seppellirlo nel passato. Tillion si rende conto che la responsabilità scientifica deve avanzare verso il futuro.

Il rapporto fra ricerca scientifica e futuro non è sempre chiaro. Ma è un rapporto vitale. Alcune scienze lo rendono più semplice, perché il loro campo è abitato da realtà drammatiche, e le ricerche scientifiche inevitabilmente aprono al domani, impegnate direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente, a renderlo meno drammatico conoscendo meglio la realtà attuale. L’INAIL, nel 2006, ha ristampato la dispensa sindacale L’ambiente di lavoro, curata da Ivar Oddone, uscita per la prima volta nel 1969. Ivar Oddone diceva grossomodo così: io ho delle conoscenze mediche. Ma gli operai hanno le conoscenze dei contesti concreti. Dobbiamo mettere insieme queste conoscenze, e io non devo trasmettere agli operai la sensazione che io so e loro non sanno.

In questo modo, attraverso la partecipazione all’elaborazione della conoscenza, Oddone non inventava, ma certamente innovava. Non inventava perché, come lui diceva, riprendeva quello che, nel Settecento, aveva già fatto Bernardino Ramazzini (1633-1714), che è stato un medico, scienziato, accademico e scrittore. La sua principale opera è il De Morbis Artificum Diatriba, pubblicata a Modena dalla tipografia Capponi nel 1700. Le seconda definitiva edizione, arricchita da un supplemento e stampata per i tipi di Conzatti, compare a Padova nel 1713. Il suo impegno particolare è dedicato all'osservazione delle condizioni di lavoro e dialoga con i lavoratori più umili per chiarire le cause dei loro disturbi (cfr. Franco, 2014). Ramazzini aveva notato come gli operai che svolgevano il lavoro di pulizia delle fognature di casa sua, avessero già scoperto da tempo come andavano pulite le fogne e come ci si potesse allora difendere dai rischi del lavoro solo con il massimo di bravura professionale, tale da permettere il minimo di tempo di esposizione ai miasmi delle fogne.

Dalla medicina del lavoro passiamo alle sale d’attesa. Siamo in una di queste sale. Un uomo attorno ai cinquant’anni attende di essere ricevuto dallo specialista che dovrà, fra pochi giorni, intervenire per asportargli un tumore. È apparentemente tranquillo, ma sotto sotto alquanto agitato. Lo specialista ha sempre avuto modi gentili, spiegandogli con calma e rassicurandolo. Ma… Nella sala d’aspetto a un certo momento è entrata una signora più o meno della stessa età dell’uomo. Si conoscono. La signora gli dice che ha avuto, anni prima, lo stesso tipo di intervento che lui avrà. È lì per una visita di controllo periodico, a scopo precauzionale. Nel frattempo, oltre a continuare a svolgere attività atletica sportiva – vincendo anni prima anche un titolo italiano nella sua specialità –, si è felicemente sposata, ed è madre di due figli. L’uomo ascolta. Chi ha avuto la possibilità di osservarlo prima e dopo quell’incontro nella sala d’attesa, ha potuto notare che prima aveva un leggero tremito delle mani. Tremito che dopo è scomparso. Potremmo dire che la competenza cortese, mai frettolosa, dello specialista era certamente importante. La possibilità di incontrare chi aveva percorso lo stesso difficile sentiero, era altrettanto importante.

 

Le sale d’attesa possono essere motivo di impazienza. Fanno però anche parte di quella rete informale, costituita da botteghe, caffè, mercati coperti, che permettono lo scambio alla pari di informazioni utili. Alla pari. Non è lo specialista, competente perché è specialista. È uno come me, e quello che ha vissuto è simile a quello che sto vivendo. La credibilità dello specialista è in qualche modo scontata e prevista. Se non ci fosse protesteremmo. La credibilità di uno come me, è perché è come me. È lo scalino che mi mancava per procedere in un cammino non sempre facile.

Altre scienze corrono qualche rischio, soprattutto di moralismo autoreferenziale, parlando di un futuro migliore. Sembra inevitabile fare i conti con il futuro, anche personale. Il futuro contiene imprevisti, senza i quali non sarebbe tale. Gli imprevisti contenuti nella parola «intercultura» sono molti, a cominciare dal timore e dall’incubo che nel migrante si nasconda un terrorista, o comunque una minaccia per le nostre abitudini. E dalla diffusa credenza che il multiculturale sia in fin dei conti non culturale, perché la vera cultura è la nostra, quella della nostra tradizione. Possiamo conoscere di più e meglio, per riuscire a far fronte a imprevisti distinti rispetto agli incubi?

Sembra che per farlo sia necessario tenere in equilibrio due aspetti.

  • Arrampicarsi sulle spalle dei giganti per avere un orizzonte più ampio. Fuor di metafora, dobbiamo conoscere le ricerche e le riflessioni che ci hanno preceduto per poter andare avanti. Come amava dire Jiddu Krishnamurti [Jiddu Krishnamurti (1895-1986) è stato un filosofo apolide. Di origine indiana, e non volle appartenere a nessuna organizzazione, nazionalità o religione].

  • Dobbiamo liberarci dalla prigionia del sapere, per poter conoscere ciò che ancora non è conosciuto. Questo imperativo deriva anche dal fatto che ciò che già sappiamo è veramente molto poco. Le stelle nella galassia sono circa cento miliardi, come il numero dei neuroni nel nostro sistema nervoso. E come il numero degli esseri umani vissuti fin’ora. Queste cifre dovrebbero farci capire l’irragionevolezza dell’accontentarci di arrampicarsi sulle spalle dei giganti.

 

Scientificità altruista. Intenzionalità condivisa attraverso il dialogo

Il pensiero può sembrare un’attività del tutto solitaria. Ma nell’uomo il pensiero è come un musicista jazz che improvvisa […] nel chiuso della sua stanza. Il musicista suona da solo, è vero, ma lo fa con uno strumento fabbricato da altri, e che anche altri potrebbero suonare […]. Il pensiero umano è improvvisazione individuale immersa in una matrice socioculturale (Tomasello, 2014, p. 11)

In un’altra opera, questo stesso autore ha detto che «l’intenzionalità condivisa consiste, semplificando al massimo, nella capacità di creare con gli altri intenzioni e impegni congiunti in un’ottica di sforzo cooperativo» (Tomasello, 2014, p. 14).

Ancora Tomasello (2014, pp. 22-23), insieme a Felix Warneken, ricercatore presso il Max Planck Institute, suggerisce un modello economico che raggruppa tre tipologie principali di altruismo, definite in base al prodotto veicolato:

  • Beni

  • Servizi

  • Informazioni

Può essere una buona chiave per aprire la porta della scientificità altruista. Anche perché comporta l’intenzionalità condivisa. Ma condivisa con chi? Con i giganti sulle cui spalle ci arrampichiamo? O anche con quelli che, dalla nostra postazione, ci sembrano pigmei e li vediamo arrivare con tutti i mezzi? Sono bisognosi di beni, servizi e informazioni. E questa condivisione può creare problemi nei confronti della scientificità, che ne risulterebbe compromessa o riservata unicamente a certi ambiti disciplinari?

Changeux (2003, pp. 249-253) ritiene che non basti mettere d’accordo i dati sensoriali, ciò che si osserva vivendo un’esperienza, e un modello teorico. Bisogna stabilire un legame concreto tra le previsioni formali del modello, le variabili, e le caratteristiche osservabili del fenomeno preso in considerazione. Inoltre vanno esaminate la visibilità, che può essere connessa ai mezzi tecnici disponibili, e la riproducibilità, per non cadere nell’eccezionale. Ci sembra che la possibile condivisione interculturale esiga che le indicazioni di Changeux siano applicate, in particolare nei confronti di chi, vivendo la migrazione, merita non meno ma più scientificità.

Questa risposta non è esclusiva di alcuni ambiti disciplinari. L’immagine stereotipata del migrante può ridurre i suoi bisogni alla sopravvivenza, e quindi a un tetto, una mensa, un lavoro. Ma ha bisogni culturali che riguardano l’arte, espressiva, plastica, letteraria. Ha bisogno di confrontarsi con i due grandi viaggi che segnano la civiltà occidentale, il viaggio di Odisseo e il viaggio di Abramo.

Noi crediamo, in quanto esseri umani, di essere gli unici capaci di avere altruismo, di pensare agli altri.

 

Leggiamo:

Sono stato varie volte all’Istituto di Kyoto. Gli scimpanzé vivono in vaste aree all’aperto con grandi quantità di arbusti verdi e di alte strutture su cui arrampicarsi. Come avviene anche da noi a Yerkes, essi vengono chiamati dentro per partecipare volontariamente ai test. A Kyoto, però, le antropomorfe devono percorrere un complicato sistema di tunnel prima di arrivare in una stanza in cui occupano la posizione centrale, mentre gli esseri umani sono periferici. Esse vengono fatte entrare in un spazio delimitato da pareti di vetro e gli sperimentatori si muovono intorno a loro con strane apparecchiature. Nell’esperimento in questione, l’apparecchiatura non era però tanto avanzata. Il primatologo Shinya Yamamoto diede alle antropomorfe una scelta fra due modi per ricevere succo di arancia. Potevano o avvicinare a sé un contenitore fuori della loro portata con l’aiuto di un rastrello o sorbire il succo con una cannuccia. Il problema è che non avevano a disposizione alcun utensile. Accanto a questi scimpanzé, in un’area separata era seduto un altro scimpanzé che aveva un intero set di utensili diversi. Questo scimpanzé prima si interessava al problema dell’altro, poi prendeva l’utensile giusto per il compito e lo porgeva all’altro scimpanzé attraverso una piccola finestra. Se però lo scimpanzé che disponeva degli utensili non era in grado di osservare la situazione dell’altro, gli passava strumenti a caso, indicando così che non aveva idea di che cosa servisse all’altro. Questo esperimento dimostrò che non solo gli scimpanzé sono pronti a offrirsi aiuto reciprocamente, ma che tengono conto anche dei bisogni specifici dell’altro. (De Waal, 2013, p. 111).

Senza una precisa volontà, riduciamo i bisogni dell’altro unicamente a quelli che noi, senza condivisione alcuna, riteniamo siano i suoi bisogni specifici. E in questo modo finiamo anche per ridurre la scientificità: se siamo ricercatori scientifici, riteniamo che le tematiche dell’intercultura ci riguardino marginalmente. Riguardano un futuro condiviso. Che contiene la poesia, l’arte, la letteratura, la bellezza. Beni, servizi e informazioni.

Torniamo a Tomasello. Il suo cognome e il fatto che le sue opere vengano tradotte in italiano, dovrebbero indicarci un percorso che ha a che fare con l’intercultura. Un percorso da migrante.

 

Ma Michael Tomasello (Bartow, 18 gennaio 1950) è uno psicologo statunitense, co-direttore del Max Planck Institute per l'Antropologia Evoluzionistica a Lipsia, in Germania. Si occupa dei processi cognitivi e culturali che distinguono gli umani dai loro più vicini parenti genetici, i primati e in particolare le grandi scimmie (gorilla, bonobo o scimpanzé). I suoi interessi vanno verso le comparazioni fra i comportamenti collaborativi delle scimmie e dei bambini umani, e sull’intenzionalità condivisa. Questa è sviluppata in particolare negli esseri umani, capaci di costruire una rete di legami e motivazioni nei gruppi che sono alla base della comunicazione.

Ce n’è abbastanza per arruolarlo nella tribù di chi si occupa di intercultura… E Germaine Tillion? Fa parte anche lei della tribù: diplomata presso l'École pratique des hautes études, l'École du Louvre e l'INALCO, si è formata tra l'altro sotto il magistero di Marcel Mauss e di Louis Massignon. Tra il 1934 e il 1940, realizza quattro soggiorni in Algeria per studiare il gruppo berbero degli Chaoui. Tornata in Francia al momento dell'armistizio del 1940, diviene capo del gruppo di Resistenza del Musée de l'homme.1 Viene arrestata il 13 agosto 1942, e deportata il 21 ottobre 1943 a Ravensbrück.

Montaigne sosteneva che la parola è per metà di chi la dice e per metà di chi la ascolta. Ogni parola dovrebbe essere per metà detta e per metà ascoltata, ricevuta. E il risultato è la composizione delle due metà. Ed è la premessa per entrare nella tribù. Tillion e Tomasello l’hanno praticata. E Tomasello la pratica.

Riteniamo che i progressi della conoscenza (scientifica) dei «fatti sociali» aumentino la presa di coscienza (etica) della loro più o meno grande adeguatezza alla gerarchia dei valori che accettiamo, e si pensa anche che questa presa di coscienza faccia progredire l’organizzazione (socio – politica) della Società.

Proviamo a proporre uno schema di dialogo fra:

  • chi ha a cuore la conoscenza scientifica: è convinto che progredisca svelando poco a poco la verità dell’oggetto studiato, verità che viene ipotizzata essere indipendente dall’ osservatore. Tuttavia, Kuhn2 mostra che la conoscenza scientifica progredisce in due maniere. Una consiste nel funzionamento nell’ambito di paradigmi, teorie, ipotesi generalmente ammesse, per approfondire la loro fecondità esplicativa e arricchire le loro conseguenze pratiche. L’altra consiste nel rimettere in causa proprio questi paradigmi alla luce delle osservazioni che li smentiscono e, infine, nel cambiare il paradigma stesso.

  • E c‘è chi, avendo a cuore la dimensione dell’etica e del campo socio-politico, opera tenendo conto delle gerarchie di valori paradigmatici sovente ritenuti universali e che invece variano secondo i contesti culturali; e prende in considerazione desideri, simboli, equilibri, cercando di promuovere progetti e azioni culturali inclusivi.

Queste due posizioni possono dialogare. E costruire una condivisione dialogante, senza chiedere a nessuno una rinuncia delle proprie convinzioni, ma realizzando un confronto nel dialogo che argomenta e pretende.

 

Bibliografia

Bauman Z. (1992), Modernità e olocausto, Bologna, il Mulino.

Bloch. M., (1995), La strana disfatta. Testimonianze del 1940, Torino, Einaudi.

Changeux J.P. (2003), L’uomo di verità, Milano, Feltrinelli.

De Waal F. (2013), Il bonobo e l’ateo, Milano, Raffaello Cortina.

Scuola di Barbiana (1976), Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina.

Tillion G (2006), Alla ricerca del vero e del giusto. Dalla shoah all’Algeria, una testimonianza del male del Novecento, Milano, Medusa.

Tillion G. (2012), Ravensbrück, Roma, Campo dei fiori- Fazi.

Tomasello M. (2010), Altruisti nati. Perché cooperiamo fin da piccoli. Le basi scientifiche del nostro istinto ad aiutare il prossimo, Torino, Bollati Boringhieri.

Tomasello M. (2014), Unicamente umano. Storia naturale del pensiero, Bologna, il Mulino.


Autore per la corrispondenza

Andrea Canevaro
Indirizzo e-mail: andrea.canevaro@unibo.it
Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione, Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Dipartimento Scienze dell’Educazione, Via Filippo Re, 6, 40126, Bologna



1 Il Musée de l'Homme, a Parigi, è nato per cercare di riunire in un'unica sede tutto ciò che concorre alla collocazione e alla definizione dell'essere umano nella catena evolutiva e nella sua unità e nella sua diversità culturale e sociale.
2 Thomas Samuel Kuhn (1922 -1996) è stato uno storico e filosofo statunitense. Formulò un'epistemologia alternativa a quella del falsificazionismo di Karl Popper, con cui ebbe una importante polemica.

© 2017 Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.
ISSN 2420-8175 Educazione interculturale (Online).
Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione con qualsiasi mezzo effettuata, se non previa autorizzazione dell'Editore.

Indietro