TEORIE, RICERCHE, PRATICHE

Andrea Canevaro, Antonio Genovese, Miriam Traversi (fondatori della rivista)
Stefania Lorenzini, Federica Tarabusi (coordinamento scientifico)
Periodicità: maggio, novembre

Riflessioni e teorie


Contesti dell’accoglienza

Giuseppe Faso

Nato nel 1947, ha insegnato nei licei. Da trent’anni svolge attività con immigrati, prima in Africa Insieme, poi con l’associazione Straniamenti. Ha pubblicato, tra le altre cose, Lessico del razzismo democratico, DeriveApprodi 2008 e 2010

Sergio Bontempelli

Si occupa di immigrazione da molti anni. Coordina, con la cooperativa Gli Altri, gli sportelli comunali per migranti nell’area pistoiese, è membro di Adif (Associazione Diritti e Frontiere), presidente di Africa Insieme di Pisa e redattore del giornale online Corriere delle Migrazioni. Ha pubblicato, assieme a Giuseppe Faso, Accogliere rifugiati e richiedenti asilo, un manuale per gli operatori dell’accoglienza (edizioni Cesvot). sergiobontempelli@gmail.com


Autore per corrispondenza

Giuseppe Faso
Via di Castra, 14 50050 Limite sull’Arno
gius.faso@alice.it


Abstract

A posteriori e come complemento al Manuale rivolto agli operatori dell'accoglienza pubblicato dagli autori nel 2017, questo contributo ribadisce la centralità dello studio sulla produzione locale di senso all’interno dei Centri di Accoglienza per rifugiati, e delinea due contesti per la comprensione del peggioramento delle condizioni di vita degli internati e del lavoro degli operatori. Il primo è storico-sociale. Con il predecessore democratico di Salvini, Marco Minniti, si era assistito a uno slittamento tra principi costituzionali e valori culturali, essenzializzati e funzionali a un’immagine inferiorizzante dei rifugiati, da sorvegliare e punire. L’accettazione di una presunta percezione dell’insicurezza, assurta a “sentimento popolare”, ha svalutato il ricorso ai dati, che registrano invece un significativo calo della criminalità. Muovendo da questa resa al senso comune allarmato, il ministero dell’interno ha provveduto nel 2017 ad alcune trasformazioni delle modalità dell’accoglienza, introducendo un modello di capitolato per la gestione dei centri di accoglienza, trasformati di fatto in luoghi di custodia e internamento e scoraggiando modalità di accoglienza diffusa. L’altro contesto riguarda la riflessione colta: si denuncia l’assenza dalla scena culturale italiana di una filosofia della migrazione; solo di recente le indicazioni di Hannah Arendt sono state riprese i da Donatella Di Cesare, con la riproposizione di una straniante, paradossale contestazione dell’ovvietà.


Parole chiave

Immigrazione; Politiche Migratorie; Rifugiati; Richiedenti Asilo; Operatori Sociali; Centri di Accoglienza.

Il mondo non ha trovato nulla di sacro

nell’astratta nudità dell’essere umano

Hannah Arendt (1996, p. 415)

 

L’anno scorso, licenziando un manuale destinato agli operatori dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, avevamo dichiarato di averne tenuto fuori l’attualità politica: «abbiamo eliminato quanto, tutt’altro che di secondario interesse, e anzi in alcuni casi di grande momento per il dibattito pubblico, rischiava di distrarre noi e i lettori dalla riflessione su un’attività su cui non esiste una specifica tradizione…» (Faso-Bontempelli, 2017, p. 5).

Abbiamo discusso il manuale con operatori e attivisti una ventina di volte, da Bolzano a Palermo, da Roma a Cesena. E dovunque gli intervenuti accettavano il terreno di confronto da noi proposto, evocando magari, naturalmente, sullo sfondo, le occasioni anche drammatiche dell’ultima ora (a Palermo abbiamo discusso con persone che contestualmente seguivano la vicenda del sequestro della nave Open Arms; a Roma mentre presentavamo il libro sentivamo, dall’altra parte del muro, il confronto negli organismi direttivi ARCI sulla manifestazione fissata a Macerata per la mattina dopo); ma rimanendo fermi sul nostro richiamo a discutere la struttura dei Centri, l’insieme di comportamenti, relazioni, vincoli e ostacoli che pesa sull’agency degli operatori e minaccia di assoggettarli senza lasciare loro spazi per una critica pratica dell’istituzione.

Questa accettazione del terreno di confronto da noi proposto ci è stata di conforto e stimolo. Eravamo convinti della rilevanza etico-politica del tema prescelto, del tono adoperato, degli esempi quotidiani proposti. Enfatizzare la pur indubbia rilevanza degli avvenimenti appartenenti alla sfera politica e istituzionale, rincorrendo l’agenda dettata dalla cronaca (cambi di governi e di relativi ministri, modifiche normative, eventi presi semplicisticamente a simbolo del tema “rifugiati” o “immigrati”), rischia di occultare processi sociali di produzione di senso che avvengono nella pratica quotidiana e che influiscono in modo decisivo sui modi dell’accoglienza, e perciò sulla vita degli ospiti dei centri. Concentrarsi, invece che sulla produzione locale di senso, sugli avvenimenti del macro-contesto spesso avrebbe portato a un abbandono del luogo in cui si agisce e si vivono contraddizioni, e a una delega astratta di possibilità di intervento ad altri attori o altri momenti.

Una volta discussa la propria condizione all’interno dell’istituzione Centro di accoglienza, è necessario tornare a quel contesto mediatico e politico, anche per misurare quanto stia pesando su ogni decisione e comportamento e sul clima stesso dei Centri, delle agenzie che li gestiscono, degli uffici amministrativi che vi intervengono, e del discorso circostante di senso comune.

Proponiamo perciò ora spunti di discussione in quest’ambito, avendo come interlocutore una minoranza esigua ma attiva, consapevole delle proprie responsabilità pratiche e cognitive. Il momento di analisi del senso della propria attività e delle condizioni circostanti si è rivelato prezioso per guardare alla cronaca politica al di fuori di deformazioni, ricatti, schemi dannosi. Il primo tra tutti: correre dietro alle dichiarazioni urlate, seguire la spirale di tensione che accompagna il discorso pubblico su immigrati e rifugiati, ridurre l’attenzione al qui-e-ora, allontanando quanto invece è avvenuto a livello di decisioni governative e di costruzione sociale dell’immagine del rifugiato negli anni precedenti.

La rapidità dei consensi che i sondaggi di opinione attribuiscono al leader della Lega Matteo Salvini obnubila la riflessione sulla sua attività di ministro, e sulla continuità con la maggior parte di quanto da decenni viene deciso a livello di governo, nonché sulla costruzione mediatica del fenomeno immigrazione. Nel gioco delle parti, si rischia di portare acqua alla rivalsa degli sconfitti politici di oggi, che ieri hanno avuto tante responsabilità nelle decisioni che pagano gli operatori e, molto di più, gli ospiti – e sarebbe meglio dire, a questo punto, gli internati. Un nome per tutti: Minniti, il ministro degli Interni del governo Gentiloni.

Del ruolo cruciale dell’azione di Minniti ha da poco fornito un’analisi ineccepibile dal punto di vista scientifico Enrico Gargiulo sulla rivista di storia e scienze sociali “Meridiana” (Gargiulo, 2018a); e una messa a punto sui dispositivi di disciplinamento cui si è giunti viene fornita da vari autori in un volume collettivo dedicato alla civic integration in Italia (Carbone, Gargiulo e Russo Spena, 2018).

In particolare, Gargiulo mostra con grande finezza la labilità del confine tra principi costituzionali e valori culturali nei discorsi del ministro Minniti (Gargiulo 2018a, pp. 166-167); la presunta divulgazione agli immigrati dei principi costituzionali (come già avveniva con la “Carta dei valori” del ministero Amato), grazie anche a uno slittamento semantico di non poco conto, diventa presto apologia di una supposta cultura superiore, con dei valori (e non principi giuridici, che sono altra cosa) da difendere e da far “assimilare” (Minniti, in Cangini, 2017). Molte sono le implicazioni di questa ambiguità; di più forte interesse sono quelle che portano Minniti a condividere con il senso comune più allarmato (che ne riceve così una legittimazione e una spinta) un’immagine inferiorizzante dei nuovi arrivati, da selezionare, educare, punire “come se avessero commesso reati di livello penale” e solo perché «attuano comportamenti, o […] più semplicemente manifestano atteggiamenti, non graditi alle autorità» (Gargiulo, 2018a, p. 169). Tale impostazione di fondo rende centrale nella prospettiva di Minniti il lavoro forzato dei richiedenti asilo (Gargiulo, 2018a, p. 170; 2018b, pp. 58-61), sotto la specie paternalistica della loro volontaria adesione.

Tutti questi spunti hanno pesato e pesano notevolmente sia sul clima che circonda i centri di accoglienza, sia sui dispositivi che ne governano le pratiche. Ad essi va aggiunto, come un filo rosso rivelativo, il rilancio del tema della “percezione”, già praticato dal Ministero Amato (Faso 2008, pp. 103-105; Maneri, 2013, pp. 290-293) e cavalcato oggi dalla stampa di destra (Faso 2018b), dopo essere stato energicamente e più volte riproposto da Minniti (Gargiulo, 2018; Faso, 2017, pp. 54-58). Si riduce la “sicurezza” a un “sentire” (Minniti, 2017): un “sentimento popolare”, lo definiva già, sciaguratamente, l’opinionista Michele Serra subito dopo il successo di Gianni Alemanno al Comune di Roma nel 2008 (Serra, 2008).

L’adattamento a questo presunto “sentimento popolare” porterà alla svalutazione della certezza dei dati, che parlano di un significativo calo della criminalità negli ultimi decenni, anno per anno, e si difenderanno i fantasmi costruiti di cui si pasce il senso comune, come se fossero una realtà più profonda. Con la resa alla percezione, o addirittura la sua apologia contro i dati statistici accertati (Giordano 2018), quello che i disinformati impauriti e chi li aizza per tornaconti elettorali dicono preformerà sempre di più le nostre relazioni con gli immigrati e gli ospiti dei centri, e ridurrà il valore conoscitivo delle nostre azioni, la qualità del nostro ascolto.

Sullo sfondo di «un decreto improntato a una ferrea logica securitaria, a una fissazione per l’ordine e il decoro che si traduce nell’autorizzazione ai sindaci a emettere editti persecutori» (Pugliese, 2018, p. 1), il Ministero dell’Interno ha provveduto già nel 2017 ad alcune importanti trasformazioni delle modalità dell’accoglienza, introducendo tra l’altro per decreto un modello di capitolato di gara d’appalto per la gestione dei centri di accoglienza (Ministero dell’interno, 2017); tale modello trasformava di fatto i Centri in luoghi di custodia e internamento, prevedendo ad esempio la sorveglianza anche notturna da parte degli operatori, il divieto di ricevere visite senza una specifica autorizzazione della prefettura e la rilevazione delle entrate e delle uscite degli ospiti mediante tesserini/badge. Le spese connesse a questo modello rendono di fatto impossibile la cosiddetta “accoglienza diffusa”: come è stato da più parti rilevato (Facchini, 2017), è poco conveniente affittare un appartamentino per pochi ospiti se poi è necessario garantire compiti di sorveglianza continua e dispositivi di controllo molto onerosi anche dal punto di vista economico.

Nelle diverse presentazioni del manuale a gruppi di operatori, ci è stato spesso raccontato di come queste indicazioni ministeriali abbiano contribuito al diffondersi di prassi, più e meno regolate da documenti scritti, fortemente restrittive nei confronti sia degli ospiti dei centri che degli operatori; prefetture, uffici amministrativi e di polizia, enti gestori, coordinatori e così via, a cascata, per via gerarchica, regolano in forma sempre più rigida la vita dei centri, andando anche oltre il decreto ministeriale. Grazie a tali pratiche diffuse, le pratiche istituzionali di disciplinamento vengono a saldarsi con il sospetto preventivo nei confronti degli ospiti e la criminalizzazione mediatica dei richiedenti asilo.

Chi è chiamato a lavorare nei Centri si trova così ad affrontare un clima, una struttura di comportamenti, un insieme di azioni e posture che si presentano come sensate ed efficaci, e lo escludono dalla partecipazione a scelte strategiche o anche solo tattiche; aumenta così la dipendenza dell’operatore, si gerarchizzano ruoli e compiti, e la macchina di “accoglienza”, deumanizzando gli ospiti, disumanizza lo stesso lavoro degli operatori (Volpato, 2011).

In questo quadro, l’accentuazione isterica dei toni nel dibattito più recente prende strade prevedibili, che seguono il solco già predisposto da decisioni e soprattutto da allarmi lanciati in passato. Se, infatti, la stessa presenza dei richiedenti asilo è raccontata e descritta come “problema”, se l’intero sistema mediatico e politico condivide questa definizione della situazione, le forze che invocano maggiore “fermezza” – e che intendono “risolvere una volta per tutte il problema” – avranno facilmente la meglio nel dibattito. E chi, viceversa, invocherà soluzioni più “moderate”, ma nel frattempo ha contribuito a definire la migrazione come “problema”, avrà di fatto portato acqua al mulino degli avversari, contribuendo all’inferiorizzazione dei richiedenti asilo e al clima di sospetto sistematico nei loro confronti. Un commentatore autorevole come Enrico Pugliese conclude: «Insomma l’attuale Ministro dell’Interno ha avuto la migliore eredità che poteva aspettarsi per portare avanti i suoi progetti. Per fortuna le sue improvvide iniziative, oltre a esprimere crudeltà, hanno mostrato l’inconcludenza del suo operato e qualche seria difficoltà» (Pugliese, 2018, p. 1).

Questo più ampio contesto trasforma in profondità il lavoro dell’operatore critico, come lo abbiamo definito nel nostro volume. Fino a qualche anno fa, esperienze virtuose di accoglienza, e persino sperimentazioni innovative a livello locale, potevano trovare un loro spazio: la priorità di molte Prefetture era quella di reperire posti-letto a qualunque costo e a qualunque condizione, e le modalità effettive di gestione dei centri interessavano poco le autorità; proprio all’ombra di questo relativo disinteresse potevano nascere e prosperare le esperienze più diverse. Oggi, l’esplicita torsione disciplinare impressa dal Ministero dell’Interno all’accoglienza vincola in modo sempre più stringente il lavoro degli operatori e degli enti gestori: i margini di autonomia ovviamente non scompaiono del tutto, ma si riducono considerevolmente.

Il ruolo di quello che abbiamo definito “operatore critico” non può che uscirne trasformato: chi lavora nel campo dell’accoglienza deve oggi resistere alla torsione securitaria e disciplinare del proprio ruolo, e alla conseguente degradazione della professionalità di cui i social workers sarebbero almeno teoricamente portatori. Ma questa rivendicazione dei propri compiti specifici – di operatore e non di guardiano, di facilitatore e non di sorvegliante – è difficilmente recepibile in un clima in cui tutto ciò che riguarda l’immigrazione è letto nel prisma deformato della paura e del sospetto: in questo senso, il lavoro quotidiano dell’operatore deve necessariamente saldarsi con un intervento più complessivo nel dibattito pubblico e politico.

La discussione sulle decisioni politiche e sulla rappresentazione sociale del fenomeno immigrazione non potrà non tenere conto di un altro contesto, in genere rimosso, come denuncia Donatella Di Cesare (2017) in un suo recente libro di notevole spessore. Si tratta della riflessione filosofica sulla migrazione, così assente dalla scena culturale italiana, sulla quale si fanno avanti filosofi che in genere si guardano bene di pensare sull’immigrazione, e intanto non evitano di intervenire nel baraccone mediatico su come la pensano sull’immigrazioneE perciò non differiscono, di solito, dal resto degli opinionisti, e sono pronti a disquisire su quanti sono, come sono (se troppi o non ancora), come e dove accoglierli, quanto servono oppure no, ecc. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nel discorso pubblico manca una presa di distanza dall’ovvio, un approfondimento della dimensione esistenziale e politica delle migrazioni attuali. La filosofia manca così rispetto al suo ruolo fondamentale, che è di mettere in questione l’ovvio, spaesare chi si affida al senso comune.

Ma, come ci ha insegnato Hannah Arendt, ripresa efficacemente da Di Cesare e già anni fa studiata in un libro prezioso di Ilaria Possenti, chi pensa diventa presto straniero rispetto al luogo in cui abita; e il suo congedo dal mondo dovrebbe fargli apprezzare la funzione dell’apolide, il senza patria che indica il conflitto tra i diritti umani e «la spartizione del mondo in stati-nazione» (Di Cesare, 2017, p. 20). Il paria, lo straniero tenuto ai margini della società perché per volontà sua o per impossibilità istituzionale non assimilabile, fa rivivere una tradizione nascosta della storia ebraica, e apre «una condizione di possibilità della libertà umana» (Possenti, 2002, p. 20); grazie a lui comprendiamo che una rigida inclusione impedisce la possibilità di agire liberamente, e «non c’è libertà se l’inclusione si configura non come eguaglianza tra diversi ma come assimilazione» (Possenti, 2002, p. 20). Si tratta di riflessioni preziose per gli operatori, alle prese con regole, scritte e non scritte, che sempre più escludono i richiedenti asilo dal sistema di garanzie giuridiche, affidandoli a centri di accoglienza sempre più caratterizzati (soprattutto su spinta ministeriale e prefettizia, ma spesso anche da parte dei gestori) come centri di detenzione, dove quelli che sempre di più vengono classificati nel pubblico discorso come “indesiderabili” sono «privati della libertà di movimento senza essere indiziati di alcun reato e senza aver subito alcun processo» (Possenti, 2002, p. 36), privi pertanto di quella personalità giuridica cui un normale detenuto ha ancora diritto.

Ma non c’è libertà, neppure per gli inclusi che pretendono di cancellare l’identità storica e sociale dell’altro; la cui assimilazione, peraltro, storicamente non ha fatto altro che legittimare l’ideologia e la pratica razziste, come è accaduto per l’antisemitismo; è solo lottando contro la trasformazione della differenza in diseguaglianza, e quindi praticando il lusso di sentirsi stranieri a casa propria e rifiutando l’illusione che la libertà abbia a che fare con l’appartenenza, che l’operatore può proporre all’internato una pratica di riconoscimento. La riflessione filosofica tocca qui un punto che, grazie al carattere paradossale, mette in gioco l’ovvio del discorso comune: «non si può combattere l’esclusione con l’assimilazione, lo sradicamento con l’appartenenza, la paura dell’altro con l’ossessione dell’identità. Finiremmo per trovarci, anziché inclusi, reclusi» (Possenti, 2002, p. 168).

 

Bibliografia e sitografia

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